CARLO BINI.

SCRITTI EDITI E POSTUMI.


1849 TIPOGRAFIA DELLA SVIZZERA ITALIANA, LUGANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Barbara Magni per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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INDICE.
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Introduzione.
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PARTE PRIMA. SCRITTI ORIGINALI.
MANOSCRITTO DI UN PRIGIONIERO.
Note e Appendice.
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ARTICOLI DI MORALE E LETTERATURA.
Della Educazione.
Cenno sulla Letteratura.
Lorenzo Sterne.
Lord Byron.
Osservazioni sopra uno Scritto di Melchior Missirini, inserito nel N. 37 dell'Indicatore Livornese.
Esempio di Carit.
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NECROLOGIE.
Tacito Martini.
Guglielmo Avenas.

ISCRIZIONI E POESIA.
Iscrizione 1.
Iscrizione 2.
Iscrizione 3.
Iscrizione 4.
L'Anniversario della Nascita.
L'Immortalit.
Napoleone: Frammenti.
Il D de' Morti.
In un Album.
Un Sogno.
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Le 27 LETTERE.
Frammenti.
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SECONDA PARTE. TRADUZIONI.
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LA VITA E LE OPINIONI DI TRISTANO SHANDY. Di Lorenzo Sterne.
1. Storia di Yorick.
2. Il Naso grosso; Racconto di Slawkenbergius.
3. Storia di Le Fever.
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POESIE VARIE.
Il Prigioniero di Chillon; Poema Romantico: di Lord Byron.
Prometeo: di Lord Byron.
Vi fu un tempo: di Lord Byron.
E tu piangerai quand'io sar morto: di Lord Byron.
Le Tenebre: di Lord Byron.
Il Funerale del Povero: di Roberto Southey.
Ode sulla sepoltura di Sir Giovanni Moore: di Carlo Wolfe.
Lamento di Maria Regina di Scozia all'avvicinarsi della Primavera: di Roberto Burns.
La Vita e la Morte: di Vitalis.
Canzone della sera dello Straniero: di Werner.
Scena quarta del terzo atto nella Maria Stuarda: di Schiller.
Sismondo De Sismondi: di Alfredo Reumont.
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Fine Indice.
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Poich la carit del natio loco,
Mi strinse, raunai le fronde sparte.
DANTE.
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AI GIOVANI.
Erkenne erst, mein Sohn, was er geleistet hat,
Und dann erkenne, was er leisten wollte.
GOETHE.
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Introduzione.
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Gli scritti in parte editi, in parte inediti, raccolti in questo volume, sono l'unico indizio ch'oggi ci avanzi d'una santa anima che pass, alla quale Dio aveva largito tanto tesoro d'amore da benedirne un'intera generazione, e che gli uomini e i tempi costrinsero a riconcentrarsi in s stessa: sono il profumo d'un fiore calpesto da molti, inavvertito dai pi, al quale mancarono l'aria e il sole, pur nondimeno sacro e bello di divina bellezza a quanti adorano nella povera modesta rosa dell'Alpi un simbolo di poesia, e dell'eterna vita che Dio diffonde, a conforto e promessa, anche fra i geli dell'inerzia e le nevi dello scetticismo..

E l'inerzia e lo scetticismo dei pi fra' contemporanei avvelenarono di sospetti mortali, e di dolori tanto pi gravi quanto pi solitari, l'anima e la vita di CARLO BINI, e condannarono le facolt di un intelletto nato potente a non rivelarsi se non per getti brevi e spezzati; note d'una melodia, che, a svolgersi ricca com'era, domandava la terza, e non l'ebbe. Io qui non parlo di scetticismo religioso: parlo dello scetticismo letterario sociale, conseguenza quasi sempre del primo, che ha esiliato tra noi come per ogni dove la poesia in un angolo del creato, e l'ammira a patto che non n'esca a diffondersi sulla vita; che ha impiantato sul dualismo dell'epoca in oggi morente il dualismo della pratica e della teoria; che applaude sorridendo, come a giuoco di ginnastica intellettuale o a visioni di anime illuse, all'adorazione dell'Ideale, alla religione del sacrificio, dell'aspirazione, dell'entusiasmo, al culto attivo, incessante, dei forti pensieri, dell'immense speranze e dell'avvenire: dello scetticismo che giudica freddamente com'opera d'arte l'espressione scritta col vivo sangue del core d'un dolore profondamente sentito, d'un desiderio ch' forse il segreto di tutta una vita: dello scetticismo che, per cancellare nel Poeta l'uomo, ha inventato in questi ultimi anni l'artista. E dico che questo scetticismo, oggi ancora prevalente in Italia, condann CARLO BINI al silenzio.
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L'anima sua pura, vergine d'ogni ambizione, ritrosa alla lode fino a sdegnarsene, abborriva dall'idea del letterato di professione. L'Arte gli pareva, ed , l'espressione per simboli del Pensiero d'un'Epoca, che si fa legislazione nella Politica, ragione nella Filosofia, sintesi e fede nella Religione: per lui lo Scrittore, il Poeta, era, com' per noi, l'apostolo, il sacerdote di quel pensiero, l'uomo che traducendolo in forme, immagini ed armonie particolarmente simpatiche, commove il popolo dei credenti a tradurlo in azione. Ma quand'ei cercava, guardandosi attorno, il popolo di credenti che dovea costituirlo Poeta e Scrittore, ei si ritraeva atterrito. Ricordo le parole ch'ei rispose con voce di mestizia ineffabile a me che andava spronandolo: "perch non scrivi?" mentre viaggiavamo, nel 1830, a notte innoltrata, sulle alture di Montepulciano: "per chi scrivere? chi crede in oggi?" Fu l'unica volta ch'ei mi parl, quasi forzato, il suo segreto, e lo stato dell'anima sua.
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Pi tardi, e come s'ei temesse di calunniare i suoi fratelli di patria, andava innocentemente tentando d'ingannare s stesso e gli altri sulle cagioni del suo silenzio, e diceva, "ch'ei s'era esplorato abbastanza e non si sentiva capace di lunghi importanti lavori." Ma un eco di quel grido del povero amico suona tuttavia a chi sa intenderlo per entro ad alcune delle poche cose ch'egli dett, segnatamente nella poesia sull'Anniversario della nascita. Quel canto, ch'egli scrisse col presentimento avverato di una morte precoce,  la condanna la pi energica ch'io mi sappia del dubbio che s'abbarbic negli anni pi giovani, quando l'ali son pi ferme al volo, all'anima sua, e la stanc innanzi tratto in una guerra muta, interna, incessante, fra il desiderio che la chiamava ad espandersi e lo sconforto che la dissuadeva. Ma quel dubbio d'onde venne? D'onde venne a BINI, ditemi, quella esperienza ch'egli chiama la morte del cuore?
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CARLO BINI era nato potente; ma il segreto della sua potenza stava, per quanto a me fu dato conoscere, nella commozione. Le armonie che vivevano perenni nell'anima sua avevano, per sciogliersi in suoni, bisogno, come la statua di Memnone, d'un raggio di Sole sorgente. Il suo era ingegno d'Apostolo, non di Profeta. Temprato a sentire la vita nelle sue menome manifestazioni, nelle sue relazioni pi delicate, con un cuore traboccante e assetato d'amore, con una mente pronta ad afferrare il Bello, il Grande, il Vero, dovunque apparissero, e a venerarli e a ispirarvisi, BINI avea pi ch'altri bisogno, a rivelarsi qual era, d'armonia, d'equilibrio fra l'io e il mondo esterno, fra le tendenze ingenite in lui e il mezzo, l'elemento, in che dovevano manifestarsi: la solitudine dell'anima gl'intorpidiva a inerzia le facolt. In mezzo a un gran Popolo, davanti a un gran fatto, in faccia a una grande Idea incarnata in pochi individui santi d'amore e di sdegno, di pensiero e d'azione, le potenze che nel sopore comune gli dormivano dentro, si sarebbero suscitate tutte in un fremito di volcano, e avrebbero operato in modo da lasciare ai posteri ben altra memoria di s che non questa: in una societ pigmea d'affetti e d'azioni, com' - perch non dirlo? - la nostra, BINI non trovava simboli e immagini a' suoi concetti, e quasi pauroso di profanarli si tacque. Egli era come quegli augelli, che sotto un cielo sereno empiono l'aria di bei concenti e nella maremma ammutiscono. .
Forse, un solo essere, uomo o donna, che gli avesse detto: "tu soffri; che monta? Dio t'ha fatto per questo: i patimenti sono le sue benedizioni. Dio non t'ha creato per te, ma per gli altri. Soffri e persisti: persisti s'anche tu vedessi calpeste dagli uomini le idee che ti fervono dentro: persisti davanti alla morte: persisti davanti alle delusioni ben pi terribili che non la morte. Guarda in alto e nel tuo cuore, e dentro ai sepolcri dei Grandi passati; non altrove. Cos' il mondo d'oggi per te? Dio non t'ha detto: specchiati negli uomini che ti stanno intorno - ma - va, ama, predica e muori. La mia Legge  il tuo cuore: ivi sono le stelle de' tuoi destini:" avrebbe salvato BINI dallo sconforto; certo, ei si sarebbe prostrato davanti a quell'essere, e rialzato meno infelice e pi grande. Ma quell'ente ei non l'ebbe. Non che gli mancassero amici; ma i pi si tenevano da meno di lui, e non s'attentavano d'ammonirlo; i pochi che lo avrebbero osato, gli vissero lontani e raminghi; n parole siffatte riescono efficaci, se non quando sono pronunziate, nei momenti d'abbattimento supremo, col bacio dell'amante o colla stretta di mano dell'intima fratellanza. BINI, circondato di simpatia, d'ammirazione, d'affetti modesti e ineguali ai bisogni dell'anima sua, visse e mor solitario. E in questo isolamento morale al quale egli non era nato, ma pur sentivasi condannato irrevocabilmente qui sulla terra, cominci l'incertezza sulle proprie forze, cominci il dubbio sull'importanza della vita, cominci la lenta etisia dello spirito che lo consumava fin da quando io convissi, or sono tredici anni, parecchi giorni con lui.
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Tra le abitudini prepotenti d'un'analisi venuta a disciogliere e i barlumi d'una sintesi nuova, tra le vecchie tristi dottrine, che insegnavano una vicenda alterna inevitabile di vita e di morte in tutte le umane cose, e la filosofia religiosa, che annunziava l'eterna progressione ascendente dell'Umanit collettiva in un vasto piano d'educazione assegnato dalla Provvidenza, l'intelletto di BINI, tendente per potenza intrinseca e per tutte le aspirazioni del cuore a quest'ultima, ma sconfortato dalle incertezze che regnano in tutti cominciamenti, e pi dal contrasto visibile fra l'Ideale intravveduto e gli uomini che doveano rivelarlo in azione, invocava, a decidersi, un segno. Pronto a dedurre con un vigore non comune di logica le pi remote conseguenze d'un principio, e avvezzo da molto a conformare, non per sistema, ma per natura, gli atti della vita alle credenze dell'intelletto, ei si sentiva dalla contemplazione delle generazioni contemporanee tratto a dubitare della verit dell'Idea. E allora, quand'ei non vedea pi per chi sagrificarsi o per che, la vita gli sembrava un problema insolubile quando non una trista ironia, e tutte cose gli si tingevano a nero. Un riflesso di questa guerra tra l'intuizione dell'avvenire e la conoscenza anatomica del presente, che s'agitava dentro lui tormentosa, continua, gli pareva, quand'io lo conobbi, sul volto. La sua calma era calma di vittima: il suo sorriso, dacch ridere nol vidi mai, un sorriso d'esule, de' pi mesti ch'io m'abbia incontrati.
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Poi vennero, - perch'io degli ostacoli materiali, della povera fortuna, degli affari di banco a' quali la carit della famiglia lo strinse, cose tutte ch'egli avrebbe superato, non parlo, - vennero le delusioni individuali, le delusioni che incanutiscono la chioma e l'anima innanzi tempo; la morte d'una fanciulla amata; amicizie di molti anni senza colpa perdute; tentativi, su' quali tutte le speranze della vita s'erano poste, falliti; e gli uomini venerati un tempo come insegnatori scaduti fin dove comincia il disprezzo, e l'entusiasmo creduto poc'anzi di fede scoperto entusiasmo di sola e spesso egoista speranza, e le visioni dell'anima vergine date da quei medesimi che primi le avevano accarezzate al ludibrio d'un materialismo crescente cogli anni, allo scalpello inesorabilmente feroce del calcolo: storia tristissima e di molti fra noi.
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CARLO BINI usc dalla prova vincitore, ma esausto: credente, e lo dico con gioia, nella fede in che noi crediamo, ma disperato del presente, di molti anni avvenire, degli uomini che gli formicolavano attorno, e della propria vita terrestre. "Sono, - egli mi scriveva il 16 agosto 1842, - sono un vecchio edifizio tutto franato, e non mi resta che un cuore tutto rughe e pieno di morti, e sull'estremo orizzonte dell'avvenire ho l'ospedale, dove pur non mi soccorra la morte di cui ho in mano una buona caparra. N mi manca la fede nei principii; e sebbene spesso la senta svenire e quasi estinguersi, sebbene spesso una crudele ironia mi sferzi lo spirito e lo faccia ammattire, questa fede la sento rinascere pi ostinata e pi verde; ma non credo in me e negli uomini che compongono l'epoca, - e compiango a lacrime di cuore quegli infelici che hanno immaginato di alzare un monumento con siffatti materiali, quegli infelici cui la natura gett sull'anima il cilizio d'una volont forte e perpetua, destinata ad abbracciarsi e lottare e logorarsi coll'impotenza. Io li compiango questi infelici, e nel tempo stesso li invidio, perch almeno avendo tenuto fermo nella strada che scelsero, quando pure non giungano a nessun termine, avranno la coscienza di aver fatto il proprio dovere e morranno senza rimorsi. Ma molti, ed io primo fra tutti, non potremo morire senza rimorsi!" Povero CARLO! chi scrive sa meglio d'ogni altro che tu potevi morire senza rimorsi.
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BINI sdegn d'essere letterato, ammirato da letterati. I pochi scritti ch'egli dett, tutti a quanto io mi so senza nome, sgorgarono non da disegno premeditato, ma da circostanze imprevedute che gli suscitarono a tumulto le potenze del cuore. Puri d'ogni affettazione di lingua o di stile, caldi senza indizio di sforzo, candidi, ingenui, ritraenti del fare di Sterne, scrittore dei prediletti da lui, ma di Sterne con tutte le idee, con tutti gli affetti del XIX secolo, a me rendono immagine viva del suo sorriso; sorriso, come dissi, mestissimo, ma pieno di piet e d'amore, senz'ombra di riazione, senza vestigio delle molte amarezze patite. E rimarranno, cari a tutti come la promessa, inadempita per colpa dei pi fra noi, d'un ingegno originale e potente; preziosi a noi pochi che lo conoscemmo e non lo dimenticheremo mai pi, come il ricordo d'una vita la pi incontaminata, la pi virtuosa, che ci sia stato dato d'incontrare in questi ultimi anni.
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Condannato dalla fortuna a occupazioni dalle quali si ribellavano tutte le tendenze dell'animo suo, affannato dal desiderio d'un Ideale ch'ei disperava di raggiungere in terra, roso, - e questo  tormento che i pi negano, e nessuno forse, se non chi lo prova, pu intendere, - dalla potenza che gli fremeva dentro e rimanevasi, per disconforto dell'Oggi, inoperosa al di fuori, CARLO BINI tra l'esser frainteso o profanato nell'espressione del suo pensiero, scelse il silenzio; ma lo ravvolse di tanta dignit, che parve, a chi lo conobbe dappresso, pi eloquente d'ogni parola. Non si lagnava; avido d'amore, sdegnava il compianto; fors'anche lo tratteneva il timore di aggiungere, snudando le proprie piaghe, allo sconforto dell'anime giovani, che guardavano in lui ed erano men forti a reggere che non la sua. La sua era di quelle che s'affinano nella sventura. Tutta la vita sottratta all'intelletto di BINI si riversava nel cuore; n, s'egli avesse trovato l'esistenza simile fin da' primi suoi giorni a un letto di rose, avrebbe potuto mostrarsi pi affettuoso ai viventi che s'abbattevano in lui. .
Dall'attivit d'amico ch'egli pi anni addietro, spieg per giovare, nelle strette d'una crisi di povert, chi scrive codeste pagine, fino alla traduzione dal Tedesco ch'egli imprese poco tempo innanzi la morte, e quando il male che ce lo rap lo travagliava minaccioso, per soccorrere col ricavato della vendita a un conoscente, io potrei citare una serie d'atti tali e tanti da onorare qualunque vita; ma non li cito perch mi parrebbe offendere la santit del pudore ond'ei ricopriva le belle azioni della sua vita: ei benediceva, come soffriva, tacendo. Non so quanti vivano grati a BINI per aiuto, consiglio o conforti; son certo che non esiste un sol uomo il quale possa dolersene. Tendente al frizzo, s'adoprava continuo a correggere la natura, e lo temperava di tanta benevolenza che nessuno poteva patirne o adontarsene: intollerante e santamente sdegnoso solamente all'ipocrisia.
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Lento, ma tenacissimo, negli affetti, non li trad mai per tempo, lontananza, o vicende: tradito egli stesso, rispett il passato e non rispose che col silenzio. Serb, perseguitato, contegno virilmente decoroso dell'uomo che dal primo all'ultimo anno della sua vita avea, com'egli stesso scriveva, "segnato una linea retta nella via dell'onore;" e tra pericoli, de' quali n egli n altri poteva segnare i limiti, andava cacciando sulla carta, con una quiete di bambino accarezzato, linee di tanta innocenza d'amore alla Madre, che paiono scritte da un'anima di fanciulla con una penna tolta all'ala d'un angiolo. Delle sue opinioni non parlo: le pi importanti trapelano a chi sa intendere anche dai pochi scritti raccolti in questo volume. Amava religiosamente la Patria; n, rara dote nei tempi nostri, mut mai: miglior; come un bel cielo al tramonto, le facolt del suo cuore andarono via via rasserenandosi quanto pi egli s'accostava all'ultimo giorno. L'ingegno pronto ed acuto, l'osservazione diligentissima, il senso ch'ei possedeva squisito del Bello sotto qualunque anche poverissima forma si presentasse al suo sguardo, la singolare facilit con ch'egli potea trapassare dalle corde dell'onesta letizia a quelle della commozione pi profondamente patetica, una insolita dolcezza di stile, e l'anelito all'Infinito, e l'anima nata ad amare e inchinatissima alla piet, avrebbero forse in altri tempi fatto di CARLO BINI il Gian Paolo Richter dell'Italia; ma egli non avrebbe mai potuto scrivere a chi lo conobbe, libro migliore della sua vita.
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Mor clto d'apoplessia, il 12 Novembre 1842 nell'et di trentasei anni(1), dopo quaranta ore pi che di agonia di letargo, in Carrara, dov'ei s'era per affari recato. Ma le sue ossa, trasportate devotamente per voto di tutti ed opera degli amici a Livorno, riposano dov'io forse non potr mai pi visitarle, a Salviano, nel cimitero. 
N gemo per lui; perch gemerei? Il suo pensiero gli sopravvive, pi potente a spandersi invisibile dal mondo migliore, ov'egli soggiorna, tra' suoi fratelli di patria; ed egli  salito a vita meno infelice e pi pura. Gemo per noi che abbiamo perduto un amico, e non siamo certi fino all'ultimo giorno di meritar di raggiungerlo: gemo pei giovani che avrebbero potuto abbandonatamente specchiarsi e fidarsi in lui, e ai quali son tanto rare in oggi siffatte guide.
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E gemo dal profondo dell'anima pensando alle tante anime mie sorelle, simili a quella di CARLO BINI, che onorerebbero d'opere generose e di nobili scritti l'Italia, e si consumano, mentr'io scrivo, ignote a me, ignote a tutti, nel tormento d'un'impotenza decretata dai tempi, dall'egoismo ognor pi invadente, e dall'inerzia vostra, o Italiani. Provvedete a quest'anime, o Giovani:  BINI che prega per esse. Voi avete dato onore d'esequie solenni e di tomba alla sua spoglia mortale: sia con voi il suo spirito e fate del vostro cuore un santuario della sua vita. Operate come se aveste raccolto in voi l'alito estremo del pensiero d'amore che lo animava. Educatelo devotamente attivi e diffondetelo sulla terra che BINI piangeva caduta. Amate la Patria come ei l'amava: ribeneditela d'entusiasmo, di fede, di Poesia: preparate ai vostri ingegni privilegiati quel popolo di credenti che BINI invocava. Oggi, comunque facciate d'abbellirle e onorarle, l'Angiolo dello Sconforto siede sulle tombe de' vostri cari, e la voce che noi moviamo per essi, e dovrebbe innalzare in religiosa lietezza l'inno della nuova vita, suona lamento inconsolabile e amaro.
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PRIMA PARTE. SCRITTI ORIGINALI.
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MANOSCRITTO DI UN PRIGIONIERO. 1833.
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You smile? t'is better thus than sigh.
BYRON.
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V' pi ragione di ridere quando sei in fondo, che quando sei in cima; - almeno tu non temi pi di dare la balta. Il riso dell'uomo felice pu essere smentito da un punto all'altro. La Fortuna non fa contratti perpetui con nessuno. Il suo corso  a spirali, e non rettilineo. Oggi t'abbraccia, e ti mette sul capo un diadema; dimani ti taglia la testa, e la d per balocco all'abietto, che faceva da sgabello ai tuoi piedi.
EPIGRAFE, CHE VA PER CONTO MIO.
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CAPITOLO 1.
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Il cervello dell'uomo appena  in istato di esercitare le sue funzioni pu rassegnarsi in tre scuole. Di queste una infallibilmente ne conoscete, senz'altro le conoscerete anche tutte, perch non sono arcani di astronomia; - son cose semplici, e dappertutto si sentono dire. Io nondimeno, a scanso di equivoci, mi stimo in dovere di nominarvele tutte e tre, secondo l'ordine naturale in cui giacciono fino dal principio dei secoli. Elle pertanto sono queste:
Scuola della Fede; 
Scuola del dubbio; 
Scuola dell'Incredulit. 
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E in una di queste tre, suo malgrado o no, ha da rassegnarsi il cervello. La prima  pi frequentata di tutte; - la seconda pi della terza; - quest'ultima ha un numero bene scarso di alunni. Il locale stesso  s angusto, che non potrebbe capirne una folla, - e per entrarvi ci vogliono certi dati requisiti, che non son comuni. Sic se res habet. V' chi crede in tutto; v' chi dubita di tutto; v' chi non crede in nulla. V' chi crede, che il Sole abbia gli occhi, il naso e la bocca come abbiamo noi; - v' chi dubita, che il Sole non sia di fuoco, ma una massa enorme di ghiaccio; - vi sono certi pochi disperati, che non credono in nulla, - n anche nel sasso dove urtano, - n anche nell'acqua che li bagna. ? La verit dove siede? ? Di grazia, vi prego, non fate a me questa dimanda, perch non saprei di dove cominciare a rispondervi. Quello che  vero, ogni scuola la pretende esclusivamente nel suo ricinto, - e le ha destinato un bel seggiolone a bracciuoli, dove non ci si vede mai nessuno a sedere. Ma tutte le scuole vi spiegano il fenomeno in questa guisa: non si pu negare, voi non vedete nessuno, e noi non vediamo nessuno, - ma v' la sua propria ragione; - la Verit  un ente invisibile. Forse la Verit imita il Congresso degli Stati Uniti d'America, che tiene le sue sessioni ora in questa, ora in quella citt, regolandosi con una giusta vicenda.
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Io per cominciare ab ovo, come dicono i retori, primamente entrai nella scuola della Fede palpando l'ombre come cose sensibili, fino a che il tatto educato dall'uso non usc d'inganno. Allora protestai nelle debite forme, - tolsi commiato il meglio che seppi, e mi diedi alla scuola del Dubbio. Non oper la stanchezza, o il capriccio: furon la coscienza e il puntiglio, che mi fecero divorziare colla Fede. La Fede me ne aveva fatte troppe delle fusa torte, e troppo manifeste. Mi dava una cosa per bianca, e al riscontro era bigia; - e quanto spesso, per cagion sua, invece d'uno ho dovuto far due viaggi, ho dovuto fare un conto due volte!
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Un tempo io mi dava a credere, che un effetto solo e determinato fosse prodotto sempre da una causa sola, determinata, immutabile. Un tempo io lo credeva, ? e la Logica anch'essa mi accennava col capo ad una certa distanza. A me pareva allora che volesse darmi ragione, - e forse invece voleva dirmi di no. 
Oggi il mio credo  sensibilmente variato quasi in tutti i suoi articoli, e tale  il frutto degli anni. Ma son io pi felice? Siete voi pi felici, voi, che aspettaste con tanto anelito il benefizio del tempo? - Gli anni mi hanno guarito di certe poche malattie, che non mi facevano n bene n male, e mi hanno guarito di pi altre malattie, che mi facevano meglio della salute. Ora me ne accorgo, ma  tardi, - e poi quel che  stato doveva essere. Gli anni, non contenti che il pomo dell'Asfaltide fosse pieno di cenere, gli hanno voluto rapire la lusinga di una scorza lieta di bellezza e di luce. Oh! la dottrina degli anni! io la lascerei volontieri a chi la vuole, se il Fato non me l'avesse imposta come una camicia di forza. La dottrina degli anni smuove il cuore dal suo centro portandolo verso la testa.  una dottrina severa, geometrica, che cammina per terra colle mani e coi piedi, e dal tetto in su non vede altro che nuvole, e le stima buone solamente a far piovere.
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Ma veniamo al dunque. - Io voleva dire, che un effetto solo non dipende sempre da una causa sola: anzi spesso pu dipendere da due cagioni diametralmente opposte fra loro. - Un fulmine pu scoppiare a ciel sereno, - pu scoppiare in burrasca. - Non so se in Fisica regga; ma l'ho detto cos per dare un certo rilievo al mio disegno, - e in ogni caso sapete dove trovarmi; - io son qua per le debite scuse. - L'uomo pu andare in prigione per i suoi meriti, exempli gratia per un furto, - etiam pu andarvi per un qui pro quo. Un qui pro quo non  cosa da pigliarsi a gabbo; alle volte,  vero, pu farvi ridere; - sovente ancora pu farvi corrugare la fronte. Un qui pro quo pu mettervi al fatto d'un segreto, che non avreste mai sospettato; - pu dare e toglier l'ale a una vittoria; - pu mandarti in prigione, e viceversa pu farti vescovo.
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CAPITOLO 2.
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Lo conoscete voi Sancio Pansa? Quel tipo verace di buon senso gregio e originale, tale e quale come la natura se lo cava di manica? ? Ma diamine! v' mestieri di domandarlo? Prendete l'uomo il pi idiota, e rammentategli Sancio Pansa, si mette subito a ridere. Sancio Pansa  conosciuto in Europa,  conosciuto in America, e sar pur conosciuto in Africa e in Asia, quando queste due parti del globo vorranno leggere nei nostri libri. Sancio Pansa  il buon umore incarnato, - grazioso nei suoi sali, grazioso nelle sue balordagini, grazioso a piedi, grazioso sul'asino. - Sancio Pansa ha ormai la sua nicchia nella storia, e vi sta saldo, inchiodato, imperterrito; - potete scuotere a vostra posta, Sancio Pansa non si muove, non crolla. Egli e il suo asino occupano pacificamente tante miglia quadrate di fama, quante il primo conquistatore di prima classe: citate pure Alessandro, citate Cesare o Buonaparte. 
Eterne grazie a Cervantes che me lo diede a conoscere! Io l'ho benedetto le mille volte Sancio Pansa, perch mi ha fatto del bene. L'ho benedetto come il maestro, che mi ha insegnato tante cose, che l'accigliata filosofia non sapeva insegnarmi; - l'ho benedetto come il sogno allegro delle mie veglie, - come l'amico che nell'ora nera veniva di mezzo a mettermi in pace meco stesso e col prossimo. - Sia lieve la terra sulle sue ossa; - sia lieve ancora su quelle del suo asino. - Quest'ultima prece consoler il suo spirito quanto la prima. 
Sancio Pansa dunque era quell'uomo, che voi tutti ben conoscete. Aveva anch'egli una madre, perch Sancio Pansa fu una persona vera e viva di questo mondo, battezzata e sepolta in Ispagna. Ora non mi ricordo appunto in qual parte del libro Sancio Pansa racconta, che sua madre, per arguzia di natura e per vecchiaia, era una donna pratica assai delle cose umane. Narra di pi, che un giorno ragionando di nobilt, di casate illustri, di origini antiche, sua madre chiuse il discorso affermando sinceramente di non aver conosciuto al mondo se non due sole famiglie: quella di coloro che hanno tutto, e quella di coloro che non hanno nulla. E la vecchia soggiungeva candidamente, che non so come l'istinto la portava a dirsela pi volentieri colla famiglia dei possidenti. 
Dunque nota bene: Chi va in prigione  povero o ricco. 
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CAPITOLO 3.
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Quando va in prigione un signore  un avvenimento che nessuno se lo aspettava. Tutti se ne fanno le maraviglie; tutti ne parlano in mille voci, in mille maniere. Chi bisbiglia, chi grida, chi dice di s, chi dice di no. 
La citt  seminata di gruppi, e per mezza giornata almeno non fanno pi nulla, se non ciarlare del caso, e da un gruppo cacciarsi in un altro: precisamente come quando segue l'eclisse del Sole. Un signore in prigione pare alla plebe impossibile. - La plebe, che somma fatta in capo all'anno sta sei mesi in prigione e sei mesi in una soffitta,  inutile, non se ne persuade, perch non ce ne vede mai dei signori; e cos di rado che non se ne rammenta. Crede le prigioni fabbricate unicamente per s; e se v'entra alcuno che non sia de' suoi,  un fatto che la percuote, le sembra quasi una usurpazione. - Tanta  la potenza dell'uso. - La plebe non crede che la colpa possa vestirsi di panno fine,... crede che la colpa vada solamente vestita di cenci, scalza, e col capo ignudo. - E s che tutto il giorno ha in bocca un proverbio pieno di verit che dice: L'abito non fa il monaco. - Non giova: - quel proverbio erra per tradizione cos sulla lingua, ma la mente non l'accorda. - La plebe crede pur troppo nell'abito, e cotesta persuasione oggimai s' ossificata con lei. 
Tuttavia, volere o no, di rado, ma qualche volta un signore va in prigione. 
Egli, appena ha varcato di tre o quattro passi la soglia, si volta risoluto, - fa il viso pi imperioso del solito, - squadra il carceriere dai capelli alle piante, - poi gli ficca gli occhi negli occhi. - Lasciatelo fare: il signore legge qualche cosa in quegli occhi.  una lettura rapida, che dura un attimo, ma basta, - e il signore se ne trova contento. 
Se ne trova contento, e mette mano alla borsa: - la dondola con due dita un momento per aria, - la fa suonare, - dice qualche cosa che non vuol dir nulla, e il soprastante che  un gran chierco in tutte le lingue, - anche in quella dei muti, - risponde subito; comandi, comandi; - in quella stessa maniera, n pi n meno, che rispondevano gli spiriti in quei secoli d'oro, quando un mago o una strega con un tocco di verga o con un ribobolo erano padroni dell'aria, della terra e dell'inferno.... 
Voi l'avete sentito, il soprastante ha risposto: comandi, comandi. E di fatti la metamorfosi da un punto all'altro  cos improvvisa, cos universale, che sei tentato a giurare rinnovellato il regno degl'incantesimi. In cinque minuti il signore  stato introdotto in un nuovo quartiere; e il soprastante gli ha chiesto perdono, se, cos preoccupato com'era, aveva sbagliato di numero. Il valentuomo aveva preso un tredici per un quindici; e il signore per tutta risposta gli ha battuto due volte umanamente sulla spalla, non mi ricordo se destra o sinistra. Ora le stanze sono tre, e prima erano una. Sono larghe, ariose, imbiancate di nuovo, con qualche rabesco per maggior vaghezza, e le finestre arrivano a mezza vita. Le finestre danno sur una buona strada, dove passano carrozze e pedoni, uomini e donne, - dove il signore pu fare anche all'amore, - e senza scandalo. - 
Viva la metamorfosi quando va dal basso all'alto! - Fervet opus. - Le piume sottentrano al pagliericcio, - le sedie all'unica panca, - i cristalli all'unico orciuolo di terra cotta. I valletti sudano attenti e in silenzio. ? "Fate piano con quello specchio, - badate al canterale,  nuovo di zecca; - ehi! quel Napoleone non  mica di piombo,  d'alabastro, - voi lo maneggiate come una brocca, - sagratissimo diavolo! - ci vuol maniera, - badate, ve lo dico, chi rompe paga; - dove sono i vasi dei fiori?" ? Cos grida affannata la voce chioccia del soprastante, e non si cheta pi mai.
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In questo mentre il signore ha girato per tutti i versi la nuova abitazione; - ha veduto e riveduto minutamente, - ha disposto dove far la tal cosa dove far la tal altra; - dove dormire, - dove vegliare, - dove pensare, - dove non pensare. Ha fatto di quando in quando diverse dimande, e il soprastante spesso gli ha risposto un no invece di un s, e viceversa.  un cattivo momento per discorrer con lui, - ha l'animo troppo internato nell'assetto delle tre camere, e cotesto pensiere gli ha rubato la mano. Ella  finita, - vuol farsi onore, nessuno lo frastorni, - tanto non d retta a nessuno. 
Laudate Iddio! l'assetto  finito, - si pu respirare, - respiro anch'io. Con un'occhiata i valletti son licenziati, e se ne vanno. Alla buon'ora. Adesso il soprastante  contento; - se lo guardate bene nella statura, vi pare un dito pi alto. - Si asciuga il sudore della faccia, - si raffazzona i capelli, - compone lo scompiglio delle vesti, - si scuote d'indosso la polvere, - si mette in somma in buono stato, - nello stato di comparire come un galantuomo. Dopo si rivolge al signore con un mezzo sorriso tra la compiacenza e l'orgoglio, e il signore gli corrisponde tentennando con bel garbo la testa. Ora  tempo che anch'ei se ne vada. E di fatti vedetelo l col cappello in mano, che se ne va all'indietro fino alla porta. E non crediate che se ne vada alla muta. Oh! il soprastante  un uomo di mondo. Sicuramente ha detto: servo devoto. Io l'ho sentito con queste orecchie, - e l'ha detto in tono di basso assoluto. 
Ora manca null'altro? - Non saprei: - v' la prigione, e il signore v' dentro. Oh! le belle prigioni che son quelle dove vanno i signori! La povera gente le scambierebbe volentieri con la sua libert. Cosa manca al signore l dentro? Il soprastante gli ha pur detto: comandi, comandi; - ed egli non ha inteso a sordo. Gli d noia il divario, la novit del locale? Pu immaginarsi finita la scritta della casa abitata prima, e che gli sia convenuto tornare in un'altra; - pu immaginarsi il suo palazzo in mano alle maestranze per bisogno di certi restauri, e che per questo abbia condotta a pigione provvisoriamente una casa, come veniva veniva. Gli d noia forse il non potere uscir fuori? - Bene, pu mettersi in capo che non ha voglia d'uscire, - che l'acqua vien gi a rovesci, - che si  stravolto un piede montando a cavallo, - che cerca la solitudine per comporre un'opera, per farsi anch'egli un bel nome. In somma a lui tocca a scegliere. - L'immaginazione  l come un merciaiuolo alla fiera, e gli va mostrando uno dopo l'altro i suoi mille fantasmi, e si protesta di vendere a buon mercato. 
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CAPITOLO 4.
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Fra bene e male una buona mezz'ora  passata. Cos'abbia fatto il signore frattanto, io non ve lo posso dire. Io non sono S. Antonio, non posso trovarmi al tempo stesso in due luoghi. Ho lasciato il signore, e sono uscito col soprastante andandogli dietro dietro ad una giusta lontananza. Il soprastante ha girato due strade, - poi  riuscito sur una piazza. Quivi a passi smisurati s' accostato a uno stabile di bella apparenza, che al primo piano portava una mostra dipinta nelle regole con certe parole cubitali, che dicevano: Restaurateur. Come ha messo il piede sul primo scalino, ha cavato fuori una scatola, - ha preso tabacco, - ha fatto uno sternuto, - e poi s' infilato su per le scale. E io dietro senza perder tempo. Io son l'ombra del soprastante; - non mica per nulla, vedete, - ma son curioso anch'io, - forse troppo; - gi sono stato sempre, - curioso forse come una femmina..... 
Il soprastante ha aperta la bussola franco franco, come se fosse stato il padrone, o come un avventore dei buoni. Arrivato in mezzo ha dato il buon giorno, e del compare a un cert'uomo, che stava inchinato sopra una tavola a mettere in sesto non so quali vivande. Il compare s' riscosso, - s' rigirato in un fiat, e veduto il soprastante ha fatto subito bocca da ridere, e gli ha reso bene e meglio il buon giorno. Egli ha compreso istantaneamente di che s trattava. Allora si sono strette le mani come due vecchie conoscenze, - hanno parlato forte, - si son bisbigliati non so che nelle orecchie. Dopo di che il trattore ha lasciato quel che aveva da fare, - si  messo in ordine, e son venuti via di conserva. 
Eccoli insieme alle carceri; - gi salgono una scala, - due scale, - tre scale; eccoli sul pianerottolo. Il soprastante avanti, il trattore dietro. Ecco, che il primo mette adagio adagio la chiave, - la gira lentamente, quasi che la serratura fosse di vetro, - e prima di sospigner l'uscio ingentilisce la voce, e la manda dentro dicendo: 
 permesso? si pu passare? 
Oh bella! se non passate voi, che avete le chiavi, chi deve passare? 
Vossignoria ha sempre ragione; ma io conosco con chi ho da trattare, e i miei doveri non li so d'oggi. 
Bene, bene. Che abbiamo di nuovo? 
Son venuto a sentir quel che occorre, conducendo meco quest'uomo. 
Avete fatto bene. Galantuomo, chi siete? 
Sono un trattore bello e buono, ai servigi di Vossignoria. 
Ah! siete un trattore? siete una cosa pi necessaria della prigione. 
Viva la faccia di Vossignoria! in questi luoghi vuol essere borsa, e buon umore. 
Come vi chiamate? 
Marco Trappolanti ai servigi di Vossignoria. 
Avete un nome curioso. 
Eh! Signore! che vuole? tanto il nome che il grado son cose, che bisogna portarle come Dio ce le mette adosso. Se stesse a noi lo scegliere, non andrebbe cos; - io mi sarei messo un nome lungo e liscio come una coda di cavallo, e invece di cucinare per gli altri farei cucinare per me. Non so se dico bene, sono un ignorante. 
Bisogna contentarsi. La provvidenza ha saputo quello che ha fatto. Ma veniamo al pranzo. Come mi tratterete. 
Vossignoria di certo non vorr stare all'ordinario, - mi parrebbe un'offesa a proporglielo. Del resto la tratter come merita, come vuol essere servita. Non dubiti, l'arte la so fino in fondo; - com'ella vede, ci sono invecchiato. Scelga, ch io son qua tutto per lei. Vuol cucina alla Francese? alla Piemontese? la vuole all'Inglese? 
Per non confondermi le assagger tutte. L'ordinario non lo voglio; - mi appresterete un pranzo a parte secondo la nota che vi dar. Pietanze sane, e in abbondanza. Vino sincero; - mi contento, che me lo diate come l'avete ricevuto. Voglio sperare, che col fatto smentirete la cattiva impressione, che produce il suono del vostro cognome. Scommetto, che siete un galantuomo. Dite di no? 
Eh! non ho detto nulla, - e come vede io non sono in prigione. 
Bravo!  una risposta che vale un paolo. Prendete (gli d un paolo). Andate, - spicciatevi, - servitemi bene, - ed io penser a voi. 
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CAPITOLO 5.
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Voi potete rovesciare il quadro, se il carcerato appartiene alla famiglia dei poveri. Povero! - ma sentite che voce? - La combinazione stessa delle lettere che compongono un tal vocabolo  una cosa che d addosso; - il nome stesso  cos fiacco, che non si regge ritto. 
No, - io non ci credo, - non ci credo neppure se me lo dicesse ella stessa. La Natura non ha fatto i poveri: ? ella  buona, - ella  savia, -  madre, e non madrigna: siamo tutti suoi figliuoli, e vuol bene tanto al primo che all'ultimo. E se la Natura avesse mai stampato questa moneta, bisogna pur dire, che non avesse pi credito, che avesse gli sbirri in casa, e dopo le prime mandate avrebbe fatto meglio a rompere il conio, - avrebbe fatto meglio a mettere in circolo degli assegnati, - avrebbe fatto meglio a fallire. Una moneta falsa  tuttavia di metallo, - ha un valor bench minimo: ? il povero  peggio, -  una moneta di fango. 
I poveri, via, non ci volevano; - essi stessi ne vanno d'accordo. ? Ma come mai son diluviati in questo mondo ad ingombrare le strade, i vicoli, le piazze, in guisa che il Signore per poter passare disperatamente  costretto di andare in carrozza? Ma come mai? Io mi ci sono stillato il cervello, e non son venuto a capo del come. L'ho dimandato perfino agli stessi poveri, e mi hanno risposto chiedendomi qualche cosa per amore di Dio.
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Cos , - la storia  come io ve la narro. Le tradizioni, gli archivi, la stampa, non serbano traccia n del come, n del quando fosse fondata la setta dei poveri; - non serbano neppure il nome del fondatore. L'antiquaria ha cercato dappertutto, - per terra, - per mare, - per aria, ma non ha trovato n pergamena, n medaglia, n altro documento, che ne desse il minimo indizio. Per avventura la setta non fu mai in grado di rizzare n anche un tronco d'albero in memoria della sua origine. Quel poco che ne sappiamo  che la setta rimonta col suo principio verso un'epoca remota remota, le mille miglia lontana dal dominio della storia, e conta un'antichit canuta tanto da dar gelosia a chi stima di attingere un merito a questa sorgente. Un gentiluomo  sempre prudente, - ma tuttavia per le buone regole credo bene avvertirlo di non discender mai a cimento con un povero sulla primazia delle scambievoli origini. Bisognerebbe cercar nel passato, e chi sa dove lo menerebbe l'indagine. Chi l'assicura che non trovasse uno degli avi suoi in cotal luogo da fargli salire i rossori sul viso? Quando Adamo zappava ed Eva filava, dov'era allora il gentiluomo?
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Povero! - Questo nome ha un tal prestigio per me, ch'io non me ne posso staccare. E quanti sono! Trovatemi chi li sappia contare, ed io ipso facto lo dichiaro matematico pi valente di Galileo. I poeti, per dare un'idea delle cose che non si possono numerare, hanno tolta l'immagine dalle arene del mare, e dalle stelle del cielo; - potevano toglierla ancora dai poveri della terra, e cos avrebbero avuto un paragone di pi. ? Non v' che dire, -  la pi vasta setta di quante apparissero mai, - rimasta sempre in seduta permanente, - e riceve gli adepti alla rinfusa, - senza chieder loro come si chiamino, - senza guardarli neppure in faccia. Non ha misteri, - non ha sotterranei, - cospira sotto la cappa del sole, - non ha timore della Police. Ella non  una setta segreta, e qualsivoglia governo l'ammette. 
O poveri! - Voi siete ricchi di pazienza pi che altri non crede. Quando di sotto ai tetti delle vostre soffitte voi vedete le stelle, chi non fosse povero bestemmierebbe, - penserebbe al freddo, - alla guazza, - alla pioggia, - al malore che gliene potrebbe incogliere. ? E voi pensate invece che quegli astri scintillanti un d saranno casa vostra, - che passerete dall'uno all'altro a vostro talento, - che avrete tutti i giorni Domenica, - che le anime vostre potranno svoltolarsi a bell'agio sull'azzurro molle del firmamento come sopra un tappeto. Cos sognate ad occhi aperti, e non sentite la durezza del letto, e l'inclemenza dell'aria. La speranza pietosa di tanti bisogni, di tanti dolori, coll'ambrosia del suo alito v'inebbria - vi affascina il cuore, - colle sue divine melodie vi culla i sensi in una calma profonda. ? O poveri! Voi siete ricchi di pazienza, - e Dio.... vi mantenga perenne quel dono. Che se un giorno la perdeste, se rompeste le dighe che al presente vi contengono, qual sarebbe allora la faccia del mondo? La gerarchia sociale resisterebbe al fiotto dei vostri milioni? la piramide starebbe, quando si scommovesse la base? Cosa sar la superficie di questo suolo, quando il vulcano l'avr lambita colle sue mille lingue di fuoco? 
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CAPITOLO 6.
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Ma ripigliamo il filo del nostro racconto. Dove siamo rimasti? Sarebbe bella che me ne fossi scordato! Lasciatemici pensare un momento: buoni, buoni, - ho ritrovato il filo. ? Ma, di grazia, stateci attenti ancor voi, - io sono avvezzo troppo a divagare, tanto che non mi sembra neppure. Quando vedete ch'io prendo il largo per menarvi chi sa dove, - forse in un pantano, - forse sur un prato fiorito, - allora tentatemi per un braccio, - tiratemi una falda, - rimettetemi insomma sulla vera strada. Io n'ho di bisogno, - voi lo vedete da voi; - non posso camminar diritto, - serpeggio sempre, - ormai  un vizio che s' convertito in una seconda natura. ? Per questo ho stimato bene avvisarvene. ? Uomo avvisato, mezzo salvato. 
Sta tutto bene, ma un altro poco, s'io non me ne accorgo per tempo, il filo mi sfuggiva nuovamente di mano. ? Su dunque all'opera.
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Ecco il Povero viene. Vedetelo l in mezzo a quella massa di popolo, che lo preme, e lo incalza nel suo tristo destino spensieratamente, come il cavallone spinge sul lido una tavola del naufragio. L'avete veduto? Non si distingue se sia sciolto o legato, se gli sbirri sien quattro o sei, tanto  fitta quella massa di plebe. Che ronzio, che schiamazzo, che tempesta d'urli e di voci! ? Cos'ha fatto? ? Come si chiama? ?  del paese? ?  forestiere? ?  un ladro? ?  un assassino? Dove ha rubato? ? Conoscete l'ammazzato? ? Quante ferite? ? E via discorrendo; e tutti dimandano, e tutti rispondono ad un tempo. ? Ma non potrebbe darsi che fosse, pi che iniquo, infelice, che fosse innocente? - Potrebbe darsi, ma nessuno l'ha pensato, nessuno l'ha detto. Ei l'infelice percorre le vie di fretta pi che non vorrebbe; - il turbine popolare lo mena. E chi l'ha vestito in quel modo cos pietosamente ridicolo? Se la Miseria non gridasse; io l'ho vestito, - tu diresti che il Capriccio ha mandato fuori la sua maschera pi grottesca; il suo capo d'opera. Porta in capo una cosa, che tre anni sono era gi un cappello vecchio, - ora  uno sgomento a definirla. - E la camicia non  di canapa, non  di lino, - n di cotone, - n di stoppa; -  d'una stoffa che non  stoffa, d'un colore che non  colore; - una camicia che ha una manica e mezzo. Oh! davvero  meglio contentarsi della pelle che ti di tua madre, che avere una camicia come quella! - E i calzoni! che labirinto! Non si sa se sono a diritto o a rovescio, se il davanti  di dietro, e se il di dietro  davanti; - se in principio furono fatti di toppe, o d'una materia unica, perch ora le toppe sono pi grandi della materia primitiva. E quante sono! e come affollate! e si montano addosso una sull'altra come una turba di curiosi quando c' da vedere uno spettacolo nuovo. E chi gli ha fatto quei calzoni? Giudicandogli al taglio, potrebbe averglieli fatti ancora un magnano. - Tutto questo vuol dir nulla: cos vestito com', viene avanti; - un piede ha calzato di mota, - l'altro gli sta in una scarpa, mezzo s, mezzo no. Ei l'infelice  vicino a toccare la meta del suo viaggio.  un viaggio che i poveri fanno frequentemente, - di rado sciolti, pi spesso legati, - e non lo stampano, perch son modesti, n li rode la smania di farsi un nome a tout prix.  un viaggio che non fanno mai in vettura.  scritto che il povero vada sempre a piedi; - sia che vada a nozze, all'ospedale, o in prigione. E per questo il Povero va colle sue gambe in prigione; - e deve andarvi, fosse anche paralitico, stramazzato dalla febbre, fosse anche zoppo. - Il povero non ha diritto che a una vettura sola: a quella che dal carcere lo porta al patibolo, - dalla vita all'eternit.
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Finalmente egli  giunto al portone d'ingresso, - all'arco trionfale della miseria, del delitto, dell'innocenza che la calunnia pu convertire in delitto. E pur troppo vi sono trionfi di tutte le specie, e la plebe umana li accompagna tutti colla medesima calca, - col medesimo spirito, colla medesima furia, colle medesime grida. Basta che sia un alimento alla feroce curiosit della plebe! sia pure la testa mozza di Luigi XVI, l'incoronazione di Buonaparte! Tra cibo e cibo non mette divario. - Il Povero ha passato il suo arco di trionfo, - trionfo di vergogna e di dolore. - La plebe  rimasta di fuori, e non sa neppur ella cos'altro pi aspetti; ella non  sazia ancora. 
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CAPITOLO 7.
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Il Povero  avanti, e gli sbirri fanno il corteggio. Salgono e scendono pi volte; - voltano a destra, voltano a manca; -  un intreccio che la mente alla prima non pu raccogliere in ordine; - in fine danno in un corridore lugubre lugubre, dove si pu vedere l'oscurit, come disse Milton. Qui la vista non serve, conviene andare a tentoni. Giunti in fondo si fermano. Di l a pochi minuti s'ode un rumor di passi che sempre pi si avvicina; - finalmente senza averlo veduto comparisce un uomo con un mazzo di chiavi, - un uomo per cos dire, con un viso duro, un viso cupo, che accresce le ombre del luogo. - Gli sbirri non gli dicono che due parole, e poi se ne vanno. 
Ora il Povero e il soprastante sono in presenza l'uno dell'altro. - Ma non ci segue una parola, non ci segue uno sguardo. Il Povero non osa, il soprastante non se ne cura. Fra l'uno e l'altro giace un silenzio ineccitabile, una indifferenza letargica, come fra il beccamorti e il cadavere. Il soprastante tra la fretta e la rabbia apre un uscio basso pi dell'uomo che deve passarvi, - poi si tira un passo indietro, come per dire al Povero: - entrate. Il pover'uomo curvandosi mette il pi sulla soglia, e il soprastante non crede opportuno di accompagnarlo, ma gli d una spinta, e lo butta l come una cosa, che non  pi buona a nulla. E cos come dico arriva in fondo in un attimo; la stanza non  troppo lunga e con una spinta s'andrebbe anche pi l, se il muro non si opponesse. Ora a qual Santo ricorrere? I Santi anch'essi vogliono salmi e candele. Egli non  tentato di frugarsi le tasche, perch non ha tasche; - e, quand'anche le avesse, cosa dovrebbe cercarvi mai? Egli dispererebbe di trovarci un picciolo, posto ancora che li scudi belli e coniati piovessero gi dal cielo come le goccie dell'acqua. E in verit io credo, ed egli crede, che non ci troverebbe un picciolo: - forse un conto, che non ha potuto pagare, e che lo manda in prigione, - forse un rosario, se pure la Miseria col suo fiato ardente non gli ha cancellato dall'anima quel segno lieve di fede, che l'amor di sua madre v'impresse quando egli era un fanciullo. 
Arrivato in fondo si volta, ma come una macchina; sta un istante fra il s e il no: poi cerca di condurre sulle labbra un sorriso, e tenta di farlo, - ma il soprastante con un volto di pietra gli disf quel sorriso cominciato appena a incresparsi. Egli allora si smarrisce, - tituba, - gli sembra che il suolo si avvalli; - era pallido pallido, e in un lampo si colorisce d'un rosso febbrile; - cerca una parola, e non la trova; - se avesse il cuore pacato la troverebbe di certo, ma un nodo di affetti gli scompiglia la mente, gli chiude la gola. Quegli affetti sono troppi, e troppo forti; - si affacciano tutti in un gruppo, - possono sboccare. Per se tu guardi attento, su quella faccia v' un'espressione di preghiera, - un senso profondo di supplica, - non per s, - ma per altri. Vorrebbe dir mille cose, - alcune poi vorrebbe dirle pregando, dirle anche piangendo; vorrebbe che portassero a casa sua una parola di amore, una consolazione; e se invece d'un carceriere avesse un uomo dinanzi, lo supplicherebbe di portare almeno un pane ai suoi figliuoli. Poveri suoi figliuoli! aspetteranno la sera, quando tornato a casa gli asciugavano il sudore della fronte, lo ricingevano di carezze, di baci, di mille dimande, - e mangiavano insieme il pane delle sue fatiche; - aspetteranno la sera, e non lo vedranno venire. Oh! concepite voi l'angoscia di aspettare indarno la creatura che vi ama, e che vi nodrisce? - La sera  diventata notte, e non lo vedono venire poveri suoi figliuoli! lo vanno a cercare di su e di gi, ne dimandano a chi trovano, lo chiamano ad alta voce, ma vanamente; s' fatto pi tardi che mai, e il padre non viene. Santa Vergine! che sar successo di lui? - Allora il dubbio comincia le sue torture, - li fa sperare, e disperare, - piangere e ridere, - li rende insani col vortice della sua fantasmagoria, - vortice infernale, illuminato d'una luce livida, dove passano rapide rapide mille figure diverse, - dove or s, or no, comparisce in fondo una bara. Poveri suoi figliuoli! pensano ancora, che possa esser morto! E quella sera non hanno mangiato, n mangeranno. - E la fame non  sola; - la fame ha fatto alleanza col crepacuore. 
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CAPITOLO 8.
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Il pover'uomo non ha potuto profferire una parola, e si  rincacciato nel cuore tutte le sue passioni come altrettante spine. Credeva di dir tutto col volto, ma un soprastante, fosse dotto ancora nelle lingue orientali, - fosse pure un Mezzofanti, - non sa leggere la sventura, o se la legge non le sa rispondere. Il soprastante non ha letto l'immenso volume di affetti, che spiegava la tramutata faccia del carcerato; - o se l'ha letto, per tutta risposta gli fa sentire il cigolio delle chiavi, e dei catenacci. 
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Il soprastante  partito. 
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E tu pover'uomo, sei rimasto impietrito, soverchiato dalla foga delle tue passioni. Il peggio , che non puoi piangere ancora; ma piangerai pi tardi, - non pu mancare. - Una lagrima fu data alla gioia, una lacrima alla sciagura; - la prima rinfresca, l'altra arde come la lava. - Piangerai pi tardi, e il tuo pianto sar bello, perch non sar tutto per te; - piangerai pei tuoi figli, per la madre se l'hai, forse per un amore, forse ancora per una patria. 
E perch vi stringete nelle spalle, come se il cuore del povero non potesse palpitare per un nobile affetto, come se l'intelligenza del povero non potesse valicare le regioni concedute alla mente umana? Sapete voi cosa racchiuda quel cranio? Quando meno vel pensate, potreste rinvenirvi gli elementi da farne un Michelangiolo, un Byron, un Bolivar. Conoscete voi la vita degli uomini grandi di tutti i tempi, e di tutte le nazioni? Plauto era schiavo, e girava il molino, - ma la sua Musa fu salutata da un popolo di eroi. E quando una povera donna alla sera cantava le sue canzoni di madre a un povero bambino, e sospirava guardandolo, e pensava che un giorno forse non avrebbe un cognome, - sarebbe un mendicante, - al pi un lavoratore della campagna, avrebbe creduto mai di cullare Shakspear, Rousseau, Franklin, di cullare il Correggio, e Masaniello? avrebbe creduto mai, che da quel verme un d sarebbe sorta la farfalla destinata a libare fiori immortali nei campi della Gloria e della Bellezza? - L'organismo umano rompe le leggi della gerarchia sociale, - e quando l'Occasione batte sul vivo un popolo, allora si scorge quale delle classi possa dar pi scintille. Allora la storia non  pi confinata in un gabinetto a sommare le partite di frodi, che la diplomazia ha segnato nei numerosi suoi protocolli; non  pi stipendiata a descrivere una guerra puerilmente sanguinosa, ove non si vedono in cozzo che due bastoni di maresciallo. La storia si slancia da quelle angustie, e la superficie nel mondo  la sua pagina, ed ogni linea che v'incide  un tratto di luce; - allora la Rivoluzione Francese sorge come un'epopea magnifica, immensa; sorge Mina e l'Indipendenza Spagnuola; sorge la lotta titanica della Grecia moderna. Oh! gli ultimi eroi della Grecia non erano cavalieri dello spron d'oro! 
S, pover'uomo; il tuo cuore pu gemere per me, per la patria, e per te. Dacch non posso sollevare le tue miserie, e quelle dei tuoi tanti fratelli, io non voglio toglierti un cuore, che forse avrai pi buono e pi generoso del mio. Io non voglio toglierti quello che non posso darti. 
Certo, se tu fossi solo nel mondo, come alcuni sono, non so se per questo pi o meno miseri di noi, a quest'ora avresti gi preso il tuo partito; - avresti mostrato fronte ferma alla cattiva fortuna; - avresti cantato non so quante canzoni; perch il povero in mezzo agli stenti e alla sua nudit, quando ha il cuore franco, canta del continuo, - canta allegramente come un uccello, che si alimenta di quel che trova, e muta nido ogni sera.
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Ma tu non sei solo; - e sei rimasto immobile, come tocco dalla folgore. Ora perch guardi le muraglie? perch crolli mestamente la testa? - Tu hai ragione; - non hai che due mani, e non son buone a fare una breccia; - tu guardi l'inferriata, ma  doppia, e ci vuole una scala a salirvi; - tu guardi la porta, ma  grossa, e foderata di ferro, e sigillata in maniera, che non d l'adito neppure a un sospiro. Oh! il tuo sospiro non penetra di l nel mondo; e il mondo gi non l'udrebbe, o penserebbe che fosse aria traverso uno spiraglio. E poi, cosa farebbe il mondo del tuo sospiro? Il mondo vuol godere, e chiama breve la vita, breve tanto, che mala pena d tempo di pensare a s. E poi, il mondo non ha inventato le carceri, le torture, i patiboli, non ha inventato mille delitti, che la Natura umana non riconosce? - Requiem ternam. - Ti hanno deposto in un sepolcro, e non sei ancor morto; - t'hanno deposto in un sepolcro, senza lumi e senza canti, come il suicida. E il mondo spensieratamente ti si agita dintorno col suo dramma pieno di rumore e di vita. 
O pover'uomo! potessi tu almeno dormire, potessi almeno posare su quella tavola le tue membra stanche, accasciate da tanti affanni! Ma il dolore non dorme mai; - veglia inesorabilmente, veglia come un marito geloso, perch il mondo  suo, perch addormentandosi teme di allentare gli artigli, teme che la preda gli fugga. 
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CAPITOLO 9.
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Uf! non  anche finita con quel vostro Povero? Quasi quasi gli date pi noia voi, che la sua disgrazia. ? Queste parole mi pare di sentirmele gi arrivare alle spalle. E, se devo dire il vero, con quel mio Povero mi ci sono trattenuto un poco pi del dovere. Ma che volete? Il solo Dio senza difetti. - Io l'ho questo vizio, preso fin dai primi anni; quando comincio, non la farei pi finita. E non ho riguardo alla pazienza di quelli che mi stanno a sentire; - non serve, che sbadiglino, che spurghino, che si dimenino. Tutt'altro; - allora vado pi che mai per le lunghe; direste ch'io lo faccio apposta; e pu darsi: non lo sapete il proverbio? - Ogni vipera ha il suo veleno. - E tutto il male fosse qui! lasciamo andare; - ci sarebbe da discorrer troppo. Ma veramente, se devo esser giusto, con quel mio Povero mi sono trattenuto un poco pi del dovere: - quando  vero,  vero. Figuratevi! non ho neppur desinato! Non ho potuto veder desinare il Signore! E oramai chi sa, se sono pi in tempo!  la verit che i signori vanno tardi a pranzo, e durano un pezzo; ma non c' rimedio; - ho fatto tardi; - l'orologio mi condanna. Questa poi mi dispiace. Son tanto curioso! vorrei veder tutte le cose, - anche quelle che mi facessero storcere la bocca. Non potete immaginarvi quanto pagherei a potere stare accanto senza esser veduto a ...  (Qui il Manoscritto  affatto inintelligibile).
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Dio sa quanto pagherei! Badate, non farei quei mestieri per cosa del mondo; - non mica che vi sia nulla di male, - ma per non entrare in intrighi, per non avere a rispondere, per non aver da far niente. Io sono il cristianello fuggifatica per eccellenza; - mi basta di sapere, e non vado pi l. ? Ma che faresti di tante cose, quando tu l'avessi sapute? ? Io lo so quel che ne farei. Farei tanti calcoli, tante figure, tirerei tante linee, che, se voi non conosceste appieno chi sono, mi pigliereste per un fattucchiere! Oh! se potessi rubare quella bottiglia dove stava rinchiuso il diavolo zoppo! grave come voi mi vedete, mi metterei al repentaglio di andarla a rubare in cima a una cuccagna! Immaginate voi che piacere di fare un viaggio sui tetti col mio diavoletto a vedere tutti i fatti degli altri! immaginate voi che sorpresa a trovare un amico la mattina, e raccontargli che dormiva all'ins, - che dormiva per parte, - che aveva in capo un berretto, o una cuffia!.... immaginate voi che sorpresa, che piacere! Quando io ci penso, vado in estasi! Altri sogna di vincere un terno, altri d'esser fatto gonfaloniere, altri che i grani rincariscano; - io sogno sempre il diavolo zoppo, e se potessi averlo, anche un'ora sola del giorno, lo piglierei rovente come un ferro infuocato. Se poi volesse far meco vitalizio, io vi so dire che farei di tutto per averlo, che farei miracoli. Mi adatterei a lavorare una parte della giornata, - mi adatterei per averlo anche a camminar lesto. 
Ma vedete s'io dico il vero? Dianzi era tardi, - ora a forza di ciarle  pi tardi che mai, ed io non mi sono anche mosso.  inutile, - io lo so, - il pelo si perde, ma non il vizio. Andiamo per quel che saremo in tempo. Chi vuol venir meco? Su via, qualcheduno venite; ho piacere che tutti godano. Ehi! l, galantuomo! voi che mi avete l'aria di esser sempre digiuno, che mi avete l'aria di voler arrivare cos fino a dimani, volete venire a sentire, e a vedere? Guardate! un cane  gi sotto alle finestre, - ha levato il muso da terra, - e guarda in su fiutando, aspettando la provvidenza. Ma voi ridete! Ah! io intendo bene quel riso amaro che avete fatto; - il supplizio di Tantalo non vi aggrada. Il cane  corso per le sue buone ragioni; quella bestia  a miglior partito di voi. Un cane pu mangiare un osso se non gli danno la carne; - l'uomo pure mangerebbe un osso sovente, ma i denti non gli servono. 
Amici, io ci sono: - vedo il Signore che lavora lavora con un coltello intorno a non so qual cosa, - par che tagli un non so che di duro; - in che diavolo si affanna il Signore? - di qui non ci scorgo troppo, - voglio farmi pi appresso. 
Pta! l'avete sentito? un tappo ha baciato i travicelli; -  Sciampagna per...! 
Io non lo sapeva, - la pigrizia  la mia rovina; - ella mi si  fitta nell'ossa, e per cagion sua non sar mai un uomo comme il faut. Sono arrivato alla fin del banchetto, e potevo esser venuto al principio. Sono arrivato alle seconde mense volgarmente dette il dessert. Ci vuol pazienza, ma non posso dissimularmi la perdita enorme che ho fatto.  una perdita seria, effettiva. Io che son tanto curioso non ho potuto vedere il desinare d'un signore dal cominciamento alla fine! io che ho veduto cos di rado desinar dei signori, - che vedo sempre a mangiare dei poveri, - e che perfino quando mangio io stesso ho di faccia alla tavola uno specchio antico, lungo lungo, che mi ridice tutto appuntino, e senza piet!  una stizza maledetta, che mi farebbe dare al diavolo; - non c' maniera n anche di potersi illudere. 
Io ve l'ho detto, - la pigrizia  la mia rovina; - che ci fareste voi, che non ci avete niente a che fare? io stesso, io parte interessata, non ci faccio nulla. Ma zitti! zitti! ve lo chiedo in carit; - parmi di sentire aprir l'uscio pian piano; - ella  cos; - l'orecchio non mi tradisce, -  lungo pi del bisogno; - la mia vocazione era di farmi dottore, - mio padre non ha voluto, - io non ci ho colpa. 
Ella  cos; - l'orecchio non mi tradisce;  stata schiusa la porta. Venite, venite; io non dico per ischerzo; - il carceriere s'inoltra in punta di piedi, - non fa un rumore, -  leggiero come un alito; - un gatto ne perderebbe al paragone; -  carico, che non ne pu pi. Cosa ha messo su quella tavola? - Ora ho visto bene; -  un bel lume all'Inglese; - ora ha posato un calamaio, della carta, dei libri; poffare! di dove se la cava tanta roba? zitti! zitti! vediamo che si leva di seno; - oh bella! sono i giornali; e perch no? - il Signore deve sapere come vanno gli affari, - anch'egli ha il suo partito in politica, - e poi ha una somma sui fondi di Parigi, un'altra su quelli di Londra; - se non gli premono i Tories, o gli Whigs, se non gli preme il juste milieu, la gauche, la droite, i consolidati gli premono; premerebbero anche a voi, se aveste che fare coi fondi. 
Il Signore guarda tranquillamente il soprastante in facende, e tiene un bicchier di Porto vicino due dita alla bocca. Il Signore  tranquillo, beve e lascia fare il soprastante. 
? Or ora verr il caffettiere. Vossignoria bever un Moka stupendo, e bollente. Sentir che Rum! Giammaica di nome e di fatti. ? 
Il signore gli risponde additandogli una bottiglia, e un bicchiere. Il soprastante riverisce, e butta gi stringendo gli occhi. 
? Quegli avanzi li volete? 
? Troppa grazia, Signore. 
? Prendeteli, mi fate un piacere, mi levate il cattivo odore di camera. 
? Con Vossignoria io non so che obbedire. ? E la sua parola non manca. Gli avanzi del pasto son lauti; - prende, prende, e riprende. Soprastante! soprastante! tu credi che nessuno ti veda, ma io ti vedo. Quando si tratta di prendere, la gioia ti moltiplica le mani; - per pigliare tu sei Briareo. Vedete! piglia con tanta foga, che ha messo per infino una posata fra gli avanzi, e se n' accorto per miracolo. Ora  cos pieno zeppo di roba, che vuol essere un brutto impaccio a licenziarsi col solito inchino; - nondimeno vuol fare il suo inchino; - eh! soprastante! hai avuto propriamente un Santo dalla tua! la testa ti pesa pi che non credi, e poco  mancato che tu non faccia un capitondolo. 
Il Signore ha riso veramente di cuore, e si  levato da tavola. 
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CAPITOLO 10.
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Che buon odor di caff! Sentite, il profumo vien fino a noi; - come mi lusinga le nari! Questa volta il soprastante l'ha detta giusta;  un Levante legittimo, e carico per bene; oh! non si sbaglia; io non so come; ma me ne intendo. 
Attenzione! attenzione! Il Signore si fa inverso la finestra; - eccolo l fisso fisso; - ha dato uno sguardo verso di noi, e poi l'ha ritirato, come se noi non fossimo nessuno; eh! ve l'ho detto sempre; saranno buoni, affabili come volete, ma, dgli e ridgli, il ticchio del signore vien sempre a galla. Che bella pipa, eh! - bianca come il latte; - non  mica di gesso, che abbiate a credere! -  spuma di mare, e sar costata le belle monete. - E il tabacco? -  Latacchia pretto pretto, come voi siete un uomo. - E che foglio legge? - che disgrazia l'esser miope! - Maestro Santi, levatevi un po' di cavalcioni al naso quel vostro paio d'occhiali, che voglio leggere il titolo del giornale; - tanto voi non sapete leggere; - ho capito: Journal des Dbats, ho capito; il Signore  del partito ministeriale; - non pu essere a meno: chi ha dei fondi cosa deve fare? Cosa fareste voi, che non ne avete? - Come legge attento! Si vede bene, che vuole intendere. - E non  mica brutto il Signore! - colore bianco e rosso, carni fresche, un viso tondo, una testa tonda, un bell'occhio tondo: eh! ci si vede l'uomo, che se la gode, e lascia arruginirsi chi vuole; - nel suo giusto embonpoint; se non capite il Francese, andate a scuola; io lo capisco. - E quant'anni gli date? - Alto alto, a vederlo, io dico che passa la trentina; - come no? sentite, gi per l dev'essere; sbaglio di rado in quanto a fisonomie. ? E il Signore non ha moglie? ? Chi ve l'ha detto? l'ha presa non  anche un anno, e di par suo; - e che buona dote! e che bella ragazzina, se voi l'aveste veduta! poteva bersi in un bicchier d'acqua. ? E le vuol bene? ? Cos cos, tra il freddo e il caldo; - badiamo veh! non la strapazza mica, non la bastona, che non aveste a crederlo voi altri, che misurate tutto sul vostro braccio; - non la cura troppo; - eh! il Signore ha un affare vecchio; non lo pu lasciare; ha provato, ha riprovato, -  stato impossibile; - c' una malia di mezzo..... 
E intanto che le ciarle piovono a fiocchi come la neve, il Signore ha finito di leggere, e chiude non solo le finestre, ma le imposte pur anche. 
Cappita! quel chiudere ancora le imposte m' andata gi male. Se avesse chiuso le finestre soltanto, col vedere met dai vetri, e met coll'indovinare, faute de mieux, mi sarei contentato.  agra davvero, e bisogna esser curiosi per convenirne. Vedete voi, che stravaganze! Che il Signore faccia la siesta  nelle regole, lo vuole il bon ton, lo vuole il ben essere del corpo; ma non lasciarsi veder dormire  una stravaganza; - lo dico e lo sostengo, ora e sempre, - ahora y siempre. - Come far a render conto del come dorma il Signore? Se dorma supino, o dalle due bande, se dorma vestito o spogliato? Poh!  una disgrazia,  una lacuna irreparabile in questa istoria, che non saprei come riempiere, se non coll'andare a dormire pur io. E badate, che ci riesco, e son capace di farlo. Vedete voi, che stravaganze! quel chiudere le imposte mi ha fatto un danno del diavolo. Chi sa quanto tesoro d'osservazioni avrei potuto raccogliere dal sonno? Vedete, io sono cos sottilmente curioso, che dalla faccia e dai moti del dormiente mi sarei studiato d'investigare i sogni, che gli passeranno traverso il cervello. E poi, non poteva darsi, che fosse un di coloro, che parlano fra il sonno? Chi sa cosa avrei potuto sapere? - cose, che il Signore non avrebbe dette all'unico suo amico, che non avrebbe dette n anche all'aria, che forse avrebbe stentato a dire al capezzale del letto, quando il prete ti d un passaporto in latino per l'altro mondo: Proficiscere, anima christiana; che significa: vattene, anima cristiana. Il tono  un poco assoluto, ma il tempo stringe, e non ne avanza pei complimenti; stringe tanto, che i morti non hanno tempo di provvedersi di nulla, e dalla fretta perfino partono ignudi. - Vedete voi, che stravaganze! sul pi bello mi chiude in faccia le imposte! io ho perduto un tesoro! Per un curioso, credetelo, queste sono le pene dell'inferno. 
Potessi almeno sentirlo russare! mi contenterei anche di questo. Ma che volete? I signori non russano. Oib! la biensance non lo permette. Dormono leggieri leggieri, che non  cosa da credersi. Dormono con tanta disinvoltura, che io n'ho veduti d quelli, che tutti credevano desti, e pure dormivano. Come vada io non lo so, - ma il suo perch ci dev'esser sotto. Basta, quando io sar signore, venite, e ve ne dir la ragione. 
Non v' rimedio; - il meglio  darsi pace. Vuol dormire il Signore, senza che nessuno lo veda? Ebbene, ch'ei dorma; io non glielo posso proibire. Silenzio dunque, lasciatelo dormire. 
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CAPITOLO 11.
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Mi par mill'anni che passi quest'ora! Uh! le finestre son sempre chiuse, - nessuno si fa vivo. Non so pi quel che fare; sono andato su e gi lungo la strada come un pendolo, e le gambe si protestano, - non ne vogliono pi sapere. Che diavolo! quel Signore non ha discrezione! ora potrebbe alzarsi; - il sonno soverchio ingrossa il sangue, e, quel che  peggio, fa ottusa la testa.  vero ch'ei pu farne di meno, - ha una buona borsa, - ha pi del bisogno. Giova tanto poco la testa! per i pi non la vedrei necessaria, se non fosse che la portassero per farsela tagliare. A me fin qui non ha reso che il dolor di capo, e Dio voglia che resti l. - Ma le finestre son sempre chiuse! O pazienza, pazienza!  passato un carro, che ha fatto rintronare anche i tegoli, ma il Signore non l'ha sentito. Si vede bene, che ha una buona coscienza! dormire di quella fatta! come far stanotte? felice lui! non ha debiti, non ha inquietudini, e per fa tutta una tirata. Eh! non son bagattelle! son due ore buone che dorme; - il Sole  andato sotto, che non  poco; - gi gi si fa buio. Oh! si desti, mio bel Signore, che far un'opera meritoria per me. Se potesse sognarsi, ch'io son qua fora, e mi struggo per lui, gi si sarebbe levato. S, ho un bel dire; egli dorme, e lascia vegliar chi vuole. 
Tanto ton, che piovve. Ho sentito rumore, - qualche sedia rimossa dal luogo. Eccole finalmente riaperte quelle benedette finestre! Non entro pi in me dall'allegrezza! Potr nuovamente veder qualche cosa, - potr raccontarla. Mi son sentito rinascere; - viva il mio buon Signore! egli ha dormito di pro, - si scorge agli occhi, alla faccia, alle membra che stira saporitamante. Ora beve un bel bicchier d'acqua; - eh! ci vuole un bel bicchier d'acqua; - sta nelle regole di chi sa ben vivere. - La buona vita fa la buona morte. Ora si affaccia alla finestra canterellando un'arietta; - mi par della Gazza Ladra, se non m'inganno; - e intanto si aggiusta sulla fronte una bella ciocca di capelli castagni, e intanto respira l'aria fresca della sera, che finisce di risvegliarlo, e lo rimette nello stato di prima. 
Appena il mio Signore  ben desto, scuote risolutamente la testa in atto di accingersi a qualche facenda di rilievo. Staremo a vedere quello che sapr fare il Signore. Intanto dal movimento della bocca mi accorgo, che ha dato un ordine a qualcheduno ch'io non posso vedere, perch rimane nel buio. Gi me lo immagino sar il soprastante. Gi ho capito il tenore dell'ordine: era di accendere il lume; - non pensate mica un lume solo; - tutt'altro! - questo non usa, che in casa vostra, quando non  Luna piena, perch allora prendete quel della Luna, che non ha bisogno di essere smoccolato, e dura la notte; - ma avranno acceso benissimo la mezza dozzina dei lumi, e pi ancora. Guardate che luce larga e brillante prorompe fuor delle stanze! non vi sentite rallegrare a guardarla?  incontrastabile, - i lumi son sei, se non son otto; - vorreste negar la luce? 
Ma stiamo attenti a quello, che vuol fare il Signore. Ecco, egli ha tolto in mano un bel mazzo di penne nuove; - ecco, ne tempera una, - ne tempera due, - ne tempera tre. Badate l, - ora prende un quaderno di carta, e la esamina di contro al lume. Per Bacco!  fina davvero quella carta, e indorata sugli orli! Eh! non vuol mica scrivere al fattore; si vede chiaro, che scrive a dei pezzi grossi! 
Non vi movete. Che ve ne andate di gi? - ora viene il meglio. Ecco, il mio Signore s' messo al tavolino; - ecco che ha gi cominciato. Fin qui non v' molto da raccapezzare, ma pur qualche piccola cosa. Per un curioso tutto  buono; - il minimo che mena a delle scoperte importanti. Dall'ombra, che si disegna sul muro, vedo la sua testa via via inclinarsi e rilevarsi; - vedo tuffar la penna; - ora s' grattato dietro all'orecchio destro; ha stracciato un foglio; - la lettera non veniva a modo suo; - un foglio nuovo, e da capo. Ora s, che tira via, - ha trovato la strada, - non si ferma un istante, - la passione gli guida la mano. Oh! se la passione crescesse! se lo impegnasse a profferire ad alta voce quello che pensa, e che mette in carta tacitamente! Dall'allegrezza farei un salto mortale. E badate, spesso succede; e quando la passione dice davvero, non v' pi ritegno. Dimandatene agli scrittori; - pare che quel dir forte l'idea, che vanno a scrivere, la faccia completa, come la mente la concepisce. E di fatti  cos; la declamazione  il colorito del pensiere. Ma zitti! zitti! il Signore s'impegna; - sento un mormorio; - crescer, se Dio vuole, - diventer voce scolpita; - diventa, diventa! Oh! io sono un uomo felice, io credo nella mia buona stella! - Ascoltiamo: - uh! se non fosse il vento, che me le mangia mezze, sentirei tutte le parole; ma mi contento; ascoltiamo:..... una nera calunnia.... cos non si tratta un gentiluomo.... badare a ci che si fa.... scoprire la cabala.... guai a lui!.... so maneggiare una spada.... Siamo il pi..... sostegno dell'ordine.... la canaglia in prigione, sta bene; ha..... d'un freno.... l'anarchia regnerebbe.... le..... classi vanno rispettate.... riprese, ma non punite..... la canaglia si crede qualche..... e la Ragion di Stato .... princpi son conosciuti..... innocente.... non deroga a s stesso.... riparazione pubblica.... conveniente alla mia condizione... servo - Cavaliere Scipione Frullanotti Marzocchi. 
Oh! vediamo, se la metto insieme; - ho tanto in mano da ripromettermene bene. 
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"Eccellenza! 
"Fino di stamane io sono stato tradotto nelle prigioni di questa citt, senza poterne indovinare la vera cagione. Vado convinto, che Vostra Eccellenza, appena saputo il caso, dar tutte le disposizioni necessarie, perch io sia quanto prima rimesso in libert. Credo fermamente, che una nera calunnia abbia motivata una tal misura. Per cos non si tratta un gentiluomo. Conviene badare a ci che si fa in materie tanto delicate. Impegno la giustizia di Vostra Eccellenza a scoprire la cabala, e l'uomo perfido, che l'ha tramata. Guai a lui! se arrivo un giorno a conoscerlo; - so maneggiare una spada, e sul terreno vedremo a chi sta il buon diritto. Noi gentiluomini siamo il pi saldo sostegno dell'ordine, e meritiamo assolutamente riguardo. Che vada la canaglia in prigione, sta bene; ha bisogno d'un freno, e senza questo l'anarchia regnerebbe. Vostra Eccellenza conosce e sente, che le alte classi vanno rispettate, e quando cadono in fallo vanno riprese, ma non punite cos volgarmente. Se no, la canaglia si crede qualche cosa, - l'ordine si confonde, e la Ragion di Stato  perduta. Io fortunatamente non sono nel caso di aver commesso nessun fallo. I miei princpi son conosciuti abbastanza; - sono innocente; - e un gentiluomo par mio per nessuna bassezza non deroga a s stesso. Mi dirigo pertanto a Vostra Eccellenza, perch l'onor mio abbia una riparazione pubblica, immediata, e conveniente alla mia condizione. Al tempo stesso Vostra Eccellenza accolga le proteste della mia pi alta considerazione. 
Di Vostra Eccellenza 
Umilissimo e Devotissimo Servo 
Cav. Scipione Frullanotti Marzocchi." 
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Aha! mi sento riavere. Mi  costata fatica, ma pure l'ho messa insieme. Eh! quando mi picco, mi picco. Ho fatto pi d'un naturalista, quando da pochi frammenti d'ossa ricompone in un insieme perfetto la struttura d'un corpo qualunque. S, ho fatto pi d'un notomista; - il corpo  una cosa certa, e definita; - lo spirito  vario, incerto, e mobilissimo. Son contento come una pasqua! contento come un sonettista quando ha trovato una bella chiusa! S, ne son contento, ne vado superbo; - confrontiamo la mia coll'originale, e scommetto che non ci corre una sillaba. 
Ma va, che l'ho fatta bella! Un po' col rimettere insieme la lettera, un po' col compiacermene, il tempo  trascorso, e il mio Signore ha scritto le rimanenti, ed ora v' sopra a calcare il sigillo. Ma va, che l'ho fatta buona! e adesso come si stilla?  una rottura, che non si accomoda; - chi  che sappia leggere una lettera gi sigillata? Potessi averla nelle mani, farei l'estremo di mia possa; - ma vlle a toccare, se ti riesce! Eccole l! io magari le toccherei! - ma il Signore non ci  per nulla in questo mondo? Eh! non c' rimedio! eccole l! - il morto  sulla bara; - son quattro giuste giuste; - posso sfogarmi a leggere la sopraccarta, merc delle lettere lunghe un mezzo dito: - basta!  meglio poco che nulla; - eccole l! son quattro in fila, n pi n meno; si leggono come di giorno; - la prima al Marchese, l'altra al Ministro, la terza all'Arciprete, la quarta alla Contessa. Poffare! si vede bene che al Signore  gi venuta a noia la prigione, che vuole uscirne per fas e per nefas. Tutto vien messo in moto, tutto a contributo, per uscir di prigione; - la toga, e la spada; lo scrigno, la cantina, e la donna. ? In prigione ci hanno a stare i poveri e i matti. ? Voi parlate come un libro, mio bel Signore. S, venite fuori, anch'io lo desidero; - cos potr vedere pi da vicino i fatti vostri. Voi n'uscirete senz'altro, - avete troppe ragioni dalla vostra; - solamente quei titoli, che a profferirli soltanto fanno tremare i chiavistelli! S, mio bel Signore, voi n'uscirete, e presto; - io lo desidero anch'io, per voi, e per me. 
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Ma che sia quella carticina breve breve, elegante elegante, che il Signore guarda e riguarda, di sotto e di sopra, e a guardarla gli sfavillano gli occhi? Forse un biglietto da visita? Eh! giusto!  un billet doux, -  una cosa, che mi passa l'anima per non averla sentita. Scrivermi un billet doux sotto gli occhi e non poterlo sentire! Se ci penso un momento di pi, addio cervello, addio tutto. Un billet doux! non vi par di dir nulla, un billet doux! Io che per leggere un billet doux non avrei quasi scrupolo di portarlo! Io, che, se potessi leggerli tutti, non vorrei far pi altro; - lascerei tutto, il teatro, la taverna, la scienza, i crocchi, l'amore, i vizi e le virt; - non mangerei, non dormirei, farei la vita d'un martire, mi ridurrei magro come un Cristo di Cimabue! Oh! se ci penso dell'altro, voi ne vedrete delle belle! - una e una due; - ma questa  pi agra dell'altra; - questa, e l'affar dell'imposte mi fanno dubitare della mia buona stella. 
Certo la mia buona stella in questi due casi si  portata male; - una cometa non poteva farmi di peggio; - e poich ella ha preso la mala piega, stimerei prudenziale di levar le tende da questa strada onde non m'avesse a incogliere un qualche malanno pi grave. Gi l'ora  tarda; - saranno l'undici al tocco e non tocco, e non passa pi un'anima. Tuttavia, se devo confessarmi giusto, me ne vado malvolontieri. Non so chi mi lega, ma ci starei tutta la notte. Ma zitto! sento salire una scala, - sento girar mollemente una chiave; vedete cosa vuol dire un minuto? Un minuto spesso decide di tutto; - spesso non ci  tesoro, che possa pagare il valor d'un minuto. ? E chi sar in un'ora s tarda? ? Oh bella!  il solito soprastante, colla solita voce, e colla solita frase: 
 permesso? si pu passare? 
Appunto voi; passate, passate. 
Ho forse tardato troppo? 
No, siete venuto in tempo: ho finito in questo momento. Eccovi un mazzo di lettere; dimani a un'ora competente, che sieno tutte spedite. Non fate sbagli, vi raccomando; son cose che premono. 
Vossignoria non dubiti di nulla; conosco ad una ad una le persone a cui vanno, e senza adulazione posso dire, che Vossignoria non potrebbe esser meglio appoggiata; son persone che fanno e disfanno, e dopo non c' nulla a ridire. Ella gi non ha bisogno di tutto questo; - si vede bene l'equivoco; si vede bene che hanno preso un granchio, e non vorrei esser nei piedi di chi s' preso un simile arbitrio. Specialmente quando lo sapr la Contessa,  capace di sputar fuoco. Io son vecchio di queste cose, e so come vanno a finire. Alberghi come questi non sono per la gente par suo. Quando io la vidi arrivare, trasecolai, credetti d travedere. Si figuri, son quarant'anni che faccio il mestiere! si figuri, se non conosco un uomo alla cera; appena lo vedo, comprendo subito di quel che si tratta; di questo posso vantarmene. Stia allegra Vossignoria; - riposi bene; - se stanotte ha bisogno, non faccia che chiamare; io dormo qui vicino, e son sempre all'erta. 
Non andate anche via. Ho un'altra commissione da darvi. Vi siete gi scordato l'affare, di cui vi ho parlato stamani? 
Perdoni Vossignoria, sono uno smemoriato, per mi ricordo di tutto. Il numero, mi pare, 1613? 
Certamente, e dev'essere un palazzo con due riuscite. Eccovi la letterina; fate che recapiti con bel garbo. Gi non ci andrete voi? 
Eh! diavolo! che mi crede ammattito affatto? Son uomo di mondo anch'io, e nessuno mi deve insegnare. Non pensi, si lasci servire. Ci mando la mia Rosina, e la cosa vien fatta d'incanto. Ha null'altro da comandarmi? 
Null'altro per ora. 
Dunque la lascio in libert; riposi bene; buona notte. 
Buona notte. ? 
Ed io scrittore, che sono in prigione anch'io, e non ho nessuno che me la dia, giacch la buona notte mi  capitata sotto la penna, me la d da me stesso, e faccio conto di andarmene a letto. 
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CAPITOLO 12.
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Ma il Povero dov' rimasto? ? Che v'importa del Povero? se, invece di essere freddamente curiosi, voi foste pietosi anche a mezzo, non mi avreste lasciato andare solo solo a cantargli l'esequie; ma mi sareste venuti dietro, - vi sareste arrampicati uno sull'altro per arrivare alle sbarre della prigione, - avreste consolato quel misero colla vista d'un volto umano, - vista pi cara del cielo in quella oscura solitudine; lo avreste chiamato per nome, - gli avreste gittato un pane, una parola soave di compianto; avreste infuso olio e vino nella ferita, come il Samaritano dell'Evangelo; - e invece avete fatto peggio del Fariseo, - non gli siete passati neppure d'accanto. Che v'importa del Povero? Non siete voi freddamente curiosi? Non siete voi egoisti? Non siete voi venuti meco a veder la vita del Signore in prigione per alimentare un cupo sentimento d'invidia? Non v'ho io veduti percossi da un brivido allo spettacolo degli ori e degli argenti, degli arredi preziosi, delle laute vivande? Non ho io sentito le vostre voci, le vostre esclamazioni, che la passione mandava fuori velocemente come dardi, - e il calcolo non avea tempo neppure di coprir loro le vergogne? - Non ho io veduto passare sulle vostre fronti un nuvolo di pensieri diversi, ma tutti armati di artigli? Ecco perch veniste meco a vedere il Signore. Non siete voi egoisti? Il Povero non aveva nulla da farsi invidiare, - invece aveva bisogno d'una consolazione, e d'un tozzo di pane. - Ecco perch non siete venuti meco a visitare il Povero. Non siete voi egoisti? Ed io non sono un egoista? Io non mi fido della mia piet; e, se l'ultima somma  pi sicura della prima, parmi di aver trovata la vera chiave del motivo, per cui mi son trattenuto tanto tempo Povero. Sentite, se vi torna. Ho veduto che nessuno si curava dell'infelice, - e allora io mi son mosso, - gli sono andato d'intorno, per l'idea d'esser solo, per contradizione. - Ho fatto come Diogene, che andava al teatro quando tutti n'uscivano. Certo, per contradizione; - e, se la cosa  cos come io la espongo, allora alla piet tocca il secondo luogo, se pure un luogo le tocca. Non sono io forse un egoista? non  la contradizione un egoismo? La beneficenza stessa non  sovente un egoismo? Perch in certi Stati si sviluppa pi che altrove lo spirito di associazione, lo spirito di sovvenimento? - Perch l'ambizione  palpata, perch l'indomani un giornale deduce a pubblica notizia il benefizio, e il nome di chi l'ha fatto. Ges Cristo conobbe questo peccato dell'umana natura, e per questo inculc come un dovere sacro, come un precetto di religione inviolabile, il fare l'elemosina quando nessuno vede; tentando cos con un dogma di vincere una tendenza dell'anima, tentando di assuefare l'umanit a fare il bene sempre, e sinceramente, non a sbalzi, quando lo comanda l'ostentazione, la debolezza, o qualsivoglia altro interesse. Il tentativo fu fatto; ora a voi sta il giudicare, se il buon successo l'abbia coronato. Mettetevi una mano al cuore, e giudicate.
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Avete deciso? ? Il primo prossimo  s medesimo. ? Questo grido fu infuso nel sangue, e circola per le vene d'ogni mortale, - ponetelo pure in qualsivoglia grado di societ; - prendetemi pure il selvaggio errante per le foreste, o l'uomo incivilito, pacifico, abbiente, dell'America settentrionale. E se i proverbi sono la traduzione sommaria di una lunga e costante esperienza, questo  il Vangelo di tutti i proverbi passati, presenti e futuri. - La maggior parte vede l'egoismo sotto una faccia unica; e quando vuole personificarlo, per esempio, piglia per il collo un avaro, l'alza da terra, lo squassa mostrandolo, e grida: specchiatevi, ecco l'egoista. - La maggior parte non capisce nulla in questa materia. - Quel tale, che lapidasse il genere umano a furia di dobloni, sarebbe anch'egli un egoista. Il sacrifizio stesso, che vien citato come il contrapposto dell'egoismo,  pure un egoismo; e il generoso, che muore spontaneo per la difesa di un principio morale, o per la salute di un popolo, muore per l'amore di un sentimento, che gli rappresenta pi della vita; muore, perch, sopravvivendo alla sua idea, la vita gli sarebbe uno scherno, un peso, un dolore intollerabile; muore, perch nel suo speciale organismo in certi dati casi la vita  una perdita, la morte  un guadagno. L'egoismo  un poligono d'infiniti lati, una scala di tutti i toni, un'iride di tutti i colori primitivi, e composti. L'egoismo  l'uomo, o per dir meglio il moto dell'uomo. Togliete l'egoismo all'uomo, voi ne fate una pietra; non ha pi ragione di operare n il bene, n il male. L'egoismo  l'unico movente delle azioni umane. Distruggerlo non potete, a meno che non imponeste all'uomo una novella organizzazione; potete bens modificarlo, sottomettendolo alla influenza potentissima della educazione. L'educazione  buona o cattiva, come sapete; - e dipartendosi da questi due limiti, l'egoismo pu esprimere tutte le gradazioni della virt, tutte quelle del vizio. La buona educazione lo modifica, educandolo a combinare il bene individuale col bene generale. Cos l'uomo dovizioso, che altrimenti avrebbe mandato in fumo un milione, orna invece la sua citt di utili istituzioni, e in capo all'anno riscatta centinaia d'anime dalla schiavit del peccato e della ignoranza. E questo perch? Vuol dire, che la buona educazione con un'arte squisita ha modificato in lui l'Egoismo Vanit, affascinandogli gli occhi con un bel fantasma, e trasportandogli l'ambizione da un oggetto in un altro. - La trista educazione lascia andare l'egoismo come un toro infuriato, e gli aggiugne stimoli sovente; allora ei non cerca che un bene personale, senza badare al sentiero che percorre; - e per avere una borsa d'oro, taglia anche una vita, purch la trovi di mezzo fra s e la borsa. Cos dipartendosi da questi due limiti l'egoismo pu rivestire la gioia serena dell'angiolo, o il riso funereo del demonio; - pu esser la Ragione o il Fanatismo, - la cicuta o la rosa, - pu essere adorato o maledetto. Leonida, che si sacrifica alle Termopili, tocca l'apogeo dell'egoismo virtuoso, e merita un altare, e le ghirlande fresche, immortali, della storia. Nerone, che cerca un aumento di piacere nell'agonia della creatura umana, merita un rogo, e le stimate della infamia. 
L'Egoismo  il Proteo del Bene e del Male. 
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CAPITOLO 13.
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Avete finito? volete fare una cosa da uomo? scendete di cattedra, e tornate al vostro proposito; - sar meglio per tutti. Coteste cose, di cui avete preteso ragionare, sono state dette e ridette in prosa e in rima, - son cose vecchie quanto l'egoismo; - e che per questo? - mostratemi il frutto: - coi discorsi si fa poco o nulla; col fiato solo non si pu, che spegnere un lume. Che importa a voi, se gli uomini sono piuttosto in un modo che in un altro? Li avete fatti voi? Lasciateci pensare a chi tocca. Che serve inquietarsi pei bianchi e pei neri? Gli uomini son padroni di stare come vogliono. Volete diventar sistematico? Vi troverete a de' begli sconcerti. Fino che son teorie, le cose camminano bene; - vincete sempre voi, - come quel giuocatore che giuocava da s. Alla pratica poi s'impara a distinguere i bufali dall'oche. Io lo so come vorreste gli uomini; - li vorreste tutti di tre braccia, - di struttura slanciata, - un bel viso color di rosa, - occhio ceruleo, - zazzera bionda, - vestiti di una tunica bianca, - calzati di verde, - e che profferissero da mane a sera orazioni giaculatorie di amor fraterno. E vi dico, che a prima giunta sarebbe un bel colpo d'occhio, - in seguito poi non so. Ma che volete? le stampe non l'avete voi, e il vostro desiderio non pu avere sfogo; - e invece di vedere tanti uomini di getto secondo la vostra idea, voi vedete un miscuglio bizzarro oltremodo, un caos, che non finisce pi mai. Vedete nani e giganti; - uomini bianchi, rossi, neri, color di rame, di cento colori; - vestiti di mille stoffe, vestiti bene, vestiti male; uomini ignudi; - chi bestemmia, chi dice Messa, chi sta sempre zitto; - e via discorrendo. E per questo? perch una vostra idea non ha sfogo, vorreste andare a finire in un pozzo? Oib! non vi fate tentare. Il mondo va preso come il vento, - va preso come viene. Volete contrastare con la corrente? - pensateci prima due volte, - il minor rischio  quello di annegare. Tanto voi lo vedete; - non si sa chi abbia ragione, se il Torto, o il Diritto. Se uno vince oggi, l'altro vince domani; -  un circolo vizioso, -  la serpe, che si piglia in bocca la coda, - non ci si conosce n principio n fine..... Il Bene e il Male sono i due sproni del mondo, e lo tengono in carreggiata. Se pungesse soltanto il Male, il mondo, perderebbe l'equilibrio, e cadrebbe tutto da una parte, e cos viceversa del bene. Se poi voi persistete nella vostra idea, e questi patti non vi accomodano, allora sapete come fare; - voi, che veniste a caso in questo mondo, siete per il padrone, di uscirne quando volete, e di andare in un mondo migliore a perorare le vostre ragioni. Non dubitate, - ai confini della vita non ci son dogane. Ma forse non avete voi gli anni dell'esperienza, non conoscete le storie, non avete viaggiato e veduto le nazioni in faccia come elle sono? - Bon! cosa ne concludete? - Che l'Errore  un guanciale morbido a modo e a verso, come pu esser la Verit, e che met del mondo dorme i suoi sonni placidi sopra questo, come l'altra met li dorme su quell'altro. Mi faccio intendere? parlate schietto, perch io amo di ragionare. Non avete osservato, che i popoli tengono alla natura degli uccelli? che altri ama il Sole, altri ama la notte? che due princpi diversi possono descrivere insieme una parallela continua, indefinita, senza mai toccarsi? che la Libert pu affacciarsi al suo balcone, e dalla finestra accanto sentirsi dare il buon giorno dalla Inquisizione? - Chi  convinto coscienziosamente d'un sistema cattivo, vive tranquillo come chi  convinto d'un buono; - non esiste fra loro, che un divario metafisico. - L'uomo poi, che, per legge della sua organizzazione,  superiore o inferiore al sistema che lo circonda, - non pu negarsi, - ei ci vive a disagio; - ebbene, vi  il suo rimedio; scuota la polvere delle sue scarpe, e se ne vada gridando come Scipione: ingrata Patria, non avrai le mie ossa. V' il suo rimedio; - il Francese Carlista pu andare in Ispagna, - il Liberale Spagnuolo pu venirsene in Francia. La terra  larga abbastanza: - Nemo propheta in patria sua. - Lo vedo anch'io, che, senza sottoporre l'umanit all'archipendolo delle vostre geometrie, starebbero bene tante belle cose! Per esempio, sarebbe bene, che la Fortuna si levasse una volta la benda dagli occhi per vedere almeno chi piglia; - sarebbe bene, che la Giustizia tenesse una stadera sola, e non una per il povero, e una per il ricco; - sarebbe bene, che il Giudice quando va in Tribunale appiccasse al cappellinaio anche le sue passioni per riprendersele quando va a pranzo; poich bere un fiasco di vino di pi non  un terremoto, - dell'altro vino si trova; ma una testa di pi o di meno  una cosa seria, attesoch l'uomo non n'abbia che una: - vi ripeto, starebbero bene tante belle cose! sarebbe bene anche, ch'io non fossi in prigione; - e per questo, - se io vado sui mazzi, forse non sono sempre in prigione? che serve ostinarsi, e dar di cozzo nel destino? Tornerete indietro colla testa infranta; e finch non giunga il tempo ad hoc, il vostro sangue non sar considerato; - i contemporanei appena si prenderanno la briga di guardare, se il vostro sangue era del solito colore, o no. 
? E voi avete finito? Il vostro  un discorso diabolico, e si scorge bene, che siete di coscienza larga..... Dovreste essere un gran partigiano del quieto vivere, - uno scettico. Lo scetticismo  il sistema degl'infingardi. Badate, non voglio mica dire, che abbiate spropositato; anzi avete aggruppato con tal arte le figure del vostro quadro, che ai pi sembrer plausibile. Avete esposto dei fatti, avete detto delle verit, avete enunciato anche qualche sofisma, e stringendo poi non avete negato nulla, non avete conceduto nulla. Io ve l'ho detto, siete uno scettico. E credete, che, a guardare minutamente da vicino, il buco nella calza si trova; e quel vostro discorso in parte potrebbe sfumare. Sicuro, bisognerebbe intraprendere una lunga polemica, e mettersi al largo, cosa che io non ho intenzione di fare, e specialmente con voi, - con voi, che sareste uomo da addormentarvi a mezzo la disputa, che con una stretta di spalle non fate pi differenza dal Sole di Affrica a quel di Norvegia. Quanto poi al vostro pretendere, che l'uomo non si perda dietro ad un'idea, che non pu mandare ad effetto, avrete ragione nella massima, ma avete torto nel fatto, e senza avvedervene siete dato nella rete, che volevate scansare; - voi filosofo sperimentale questa volta mi siete riuscito un idealista; - avete preteso, che la mente umana si sottragga da un fatto, che spesso la incatena indissolubilmente. Non l'avete mai voi osservato questo fatto? o l'avete dissimulato per aver ragione? Pu darsi anche questo, perch siete malizioso la vostra parte. Non avete mai osservato, che in ogni tempo, e in ogni nazione, nascono uomini fatalmente avvinghiati ad un'idea fissa, - un'idea talvolta capace anche a falciare la vita d'una generazione; - un'idea che amano col furore della gelosia; - che non lasciano mai, bench la veggano confinar col patibolo? - Questi uomini nell'epoca loro hanno due faccie: una sublime, e l'altra grottesca; e la storia contemporanea li chiama pazzi od eroi, secondo da chi  scritta la storia. Al giudizio pacato, imperterrito, dei posteri spetta determinare una delle due faccie, una delle due denominazioni. 
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CAPITOLO 14.
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Ma il Povero dov' rimasto?  morto di angoscia, o di fame? Chi sa? tutto pu darsi. - Le carceri vivono alla buona, - non tengono storici al loro stipendio, - non registrano n date, n nomi, n avvenimenti; - le scene che si svolgono nel loro grembo sono scene d'un altro mondo, - d'un'esistenza sotterranea, - e temono la luce come cosa nemica; - pure cos all'ingrosso le carceri si rammentano di alcune notti, - d'un viso truce, - d'un pugnale, o d'un laccio, - d'un gemito cordiale, - d'una caduta pesante; - si rammentano ancora di certuni entrati sani e gagliardi, che di l a poco si fecer lentamente cadaveri per difetto d'acqua, e di pane. - Fu questa dimenticanza, o caso pensato? - Non precipitiamo nei nostri giudizi. - Dio  il revisore delle coscienze, - e Dio, che pu convertire in uno scherno il diadema e la testa del prepotente, un giorno vorr conoscere il pro e il contra di queste ed altre bisogne. 
Ma dunque  morto quel pover'uomo? E cos solo, solo, e infelice, come avr fatto a reggere il peso dell'agonia? - e se avr chiesto un sorso d'acqua, per mitigare la febbre delle sue viscere, chi gli avr bagnato la bocca? - e se l'asma lo soffogava, chi l'avr sollevato a mezza vita? Chi gli avr asciugato la fronte, e scaldate l'estremit irrigidite? Chi gli avr dato una croce a baciare? - Chi avr risposto amorosamente al delirio d'una testa che si sfascia, che vede il diavolo, che vede i Santi, che vede un'ombra nera, un'ombra bianca, mille stranezze, che lacerano il cuore di chi sente, e per un tratto percuotono di smarrimento la ragione di chi le considera, fosse pure una ragione di ferro? Chi gli avr aperte le finestre, perch beva un ultimo alito d'aria pura, perch veda il cielo e la speranza? Oh! la speranza  un letto di piume al moribondo, ove egli a quando a quando dimentica le spine sulle quali si giace!  un'ala candidissima sulla quale l'anima del moriente va a posarsi via via, provandosi cos per tempo a slanciarsi alla vita degli angioli! - E i suoi figliuoli? perch Dio non rompe le porte della prigione, onde passino i suoi figliuoli? Poveri suoi figliuoli! non poterli benedire, non poterli vedere, non poterli palpare! Poveri suoi figliuoli! d'ora innanzi chi dar loro un bacio, chi dar loro del pane? Misero padre! questo pensiere ti sta come una lastra infuocata sul cuore; -  l'unica striscia di ragione e di memoria, che sia rimasta intatta nel naufragio della tua mente; - questo pensiere  la tua vera agonia; - agonia di coscienza, e di sensibilit; - questo pensiere ti fa dubitare di Dio, ti fa sorridere infernalmente. Misero padre! hai tu commesso un delitto infinito per meritarti un tormento infinito? 
Ma dunque  morto quel pover'uomo? e chi gli ha asciugato l'ultima lacrima? chi gli ha chiuso gli occhi, chi l'ha baciato cadavere? 
Il pover'uomo non  morto ancora, - almeno giova sperarlo. E s'ei fosse morto, chi l'avrebbe potuto sapere finora? Presso a poco  trascorsa una giornata, e il soprastante non ha anche aperto quell'uscio. Cosa importa al soprastante, se il Povero sia morto o vivo, purch sia in prigione? Cosa importa al potente, che esista un povero di pi o di meno? Non  egli il padrone del carcere, dell'esilio, e della scure, l'arbitro della vita e della morte, del Torto e del Diritto? Il potente di rado  iniziato ai misteri della sciagura; e una volta che sia, non  pi potente; - ma s'ei potesse sapere e sentire quanti dolori gemono, quante lagrime piangono sotto ai suoi piedi, forse gitterebbe lo scettro con quel ribrezzo come se avesse tenuto un aspide. Chi mai l'educa a simpatizzare coi suoi fratelli di carne? Chi gl'insegna, che il dolore solo  re della terra in eterno, e che la Sorte dona colla destra, e toglie colla sinistra? Chi gli rammenta l'uguaglianza solenne, universale, del sepolcro? Chi lo consiglia a compatire le debolezze, le colpe, e gli affanni d'una schiatta dannata a travolgersi fra l'ignoranza e il bisogno? Chi gli fa sapere, che l'errore  un elemento organico dell'umana natura, e che un uomo solo non  mai infallibile? Chi lo sospinge a chinar verso terra lo scettro a guisa di leva per suscitare i prostrati, e non a gravarlo come un flagello? - Invece i suoi cortigiani recidono qualunque legame fra lui e il popolo; - lo chiudono fuori dell'umanit; - lo chiudono in un palazzo assiepato di ferri appuntati contro il lamento e la preghiera dell'infelice; - gli fanno vedere il mondo traverso un prisma colorato d'oro e di porpora; - gli empiono l'aule di festa, e d'armonia continua; - gl'intristiscono il cuore con un senso monotono di prosperit ottusa e solitaria, - talch se un sospiro per accidente gli ferisce l'orecchio, dimanda: ? perch sospira quel miserabile?  egli cos fiacco? io non ho mai sospirato. ? Lo persuadono a riguardare i precetti moderatori d'una santa filosofia come atti di ribellione; - gli fanno credere ch'ei sia stato creato a calpestare uno strato di teste umane. - Gli comprano un poeta, gli comprano uno storico, per adularlo in prosa e in versi, - nel bene e nel male; - lo posano sopra un'ara; - gli mettono in mano il fulmine della legge assoluta, e poi l'adorano; - tanto che, se egli non si vedesse diffuso sul capo il manto infinito dei cieli, crederebbe d'essere Dio. E quando gli hanno pervertite tutte le facolt del cuore e dello spirito, gl'insegnano a giuocare indifferentemente colla vita dei popoli come fa il matematico sulla sua lavagna, che trasporta a suo talento i numeri da un'estremit all'altra, e per uno sbaglio o per bizza cancella talvolta la cifra d'un milione. Oh! la potenza senza freno d'umane simpatie  un dono funesto! Trista  la potenza che pu emulare Dio nel distruggere, e non nel creare; che pu annientare una generazione, e non pu risuscitare un verme quando l'ha spento! 
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CAPITOLO 15.
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Devo dirla come la penso? - Per un tratto del vostro discorso mi avete fatto una paura diabolica; - io credeva, che voi voleste volare; - io tremava per voi, ma poi mi sono rassicurato; - vi ho guardato i piedi, e li ho veduti immobili, e fissi come chiodi. - Per altro avete fatto un gran fare; - sbracciavate, - sbuffavate, - gli occhi fuori dell'orbita, - il volto infiammato, - le vene della fronte rigonfie; - vi pare a voi? -  la maniera di farsi venir male. E che paroloni! sesquipedalia verba: - e che voce avete fatto! ne ho sempre rintronate le orecchie! voi eravate in un accesso! mi avete fatto paura! io gi pensava a una cavata di sangue. 
Volete un consiglio da amico? Smettete cotesto stile, - non  per voi, - non ci guadagnerete, che l'asma. Voi non siete un uomo esaltato, - non potete esserlo, - avete troppo umore. Io lo so; - vorreste esser poeta; - ognuno ambisce di essere quel che non pu. Invece di un buon cappello di feltro vorreste una bella ghirlanda d'alloro, - per mille ragioni, e, non fosse altro, per campar la testa dalle saette. Ma datevi pace, l'alloro non  per voi; - e ve ne regalassero anche un albero, non sapreste mai trarne una corona di poeta; - gran merc, se voi ne cavaste una frasca da osterie. - Io lo so; - vorreste esser poeta, e vorrei essere anch'io; - ma come fareste quando il filo non arriva? - Vi compatisco; - avete letto Dante, l'Ariosto, Byron, Schiller, Goethe; - li avete gustati, - li avete sentiti; - vi compatisco; vorreste anche voi avere un'anima temprata come l'arpa eolia, che ad ogni minimo fiato rendesse armonia; vorreste avere un'anima limpida, trasparente, in cui l'universo si riflettesse come in uno specchio. - Ma  tutt'una, - non siete nato, - i poeti nascono belli e fatti: Vates nascuntur. Ditemi voi, - dove andarono a scuola Omero, Ossian, Burns? - E poi sentite questi due versi, che paiono fatti a posta per voi: 
E cui Natura non lo volle dire
Nol dirian mille Rome, e mille Ateni.
Avete capito? e badate, son versi di un classicista, che credeva nell'Arte forse pi del dovere. - Smettete, - vi ripeto - sar meglio per voi. Consultate bene l'indole vostra, e quella seguite; non farete mai male. Perch, se avete corta la vista, volete farmi l'astronomo? Fate il sartore piuttosto, che cucirete a punti piccoli e bene uniti, e cos vi acquisterete una lode moderata,  vero, ma pure una certa lode. - Non fate l'astronomo; - potreste scambiare un fanale col mondo di Saturno, e allora - risum teneatis, amici? - Smettete lo stile eroico, - non  per voi; invece di fare della poesia, fate della rettorica, - cosa veramente insoffribile in un secolo come il nostro. Non ve l'ho detto io sempre? Il cavalcare non  per voi; - crederete di fare la figura di un S. Giorgio, e invece siete una balla a cavallo. Non ve ne abbiate per male, - andate a piedi, -  la vostra condanna. Cosa ci volete fare? Tanto, poeta non sarete mai; vi manca l'ispirazione. Se l'esser poeta consistesse nel tornir bene un verso, come usava nel cinquecento e nel settecento, - vada; avete l'orecchio abbastanza armonico, e, quando vi piace, sapete scegliere una frase elegante. Ma tutto questo non  poesia, -  un lavoro da monache. Avete bens l'anima spruzzata di poesia, - ma quella vena larga, inesausta, - che costituiva Dante e compagni, - voi non l'avete. - Non bisogna pretendere di far tutto, - anche il genio ha i suoi limiti. - Newton, che poteva leggere a suo beneplacito la facciata immensa del firmamento, si smarr nei pochi fogli dell'Apocalisse, e riusc un infelice teologo. - Chi nasce artefice per tessere un drappo prezioso, - chi nasce tignuola per guastarlo. E la tignuola, -  inutile, - non sa che rodere. Ve lo dica un Professor dal fiocco rosso, quando si propose anch'egli di fare una stoffa! - Fece una tal cosa, che anch'egli ne avrebbe riso, se non fosse stato giudice e parte. Ma non fu cos quando si tratt di rodere; - vero  bens, che in ultimo torse la bocca, perch le tinte delle vesti corrose contenevano troppo d'acido. - Smettete, - non cesser mai di ripetervelo, - lo stile poetico; - credete di suonare la tromba epica, e invece non fate che gonfiar le guancie. Voi non siete veramente n poeta, n oratore, n storico, n filosofo, n tignuola; - siete un non so che, che non lo sappiamo n io n voi. - Quando la Natura vi architettava, invece di farvi la testa, sopra pensiere fece una gabbia da grilli; - poi si accrse del fallo, ma non volle tornare indietro, e lasci il lavoro come stava; - pure perch la gabbia avesse uno scopo, una conveniente destinazione, la riemp liberalmente di grilli, e cos voi siete riuscito quel che siete. Dovete convenirne per maledetta forza, - l'enfasi, il far di Pindaro, a voi non si addice; - voi non potete aspirare, che a una certa ironia, a una certa malizia, talvolta a un poco di grazia, a uno stile negligente giusto appunto come siete voi. Datemi ascolto: scrivete sempre alla buona, alla sans souci, e terminate la storia del Povero carcerato. ? 
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CAPITOLO 16.
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E cos mandando al diavolo tutti i saccenti, e adoprando lo stile che meglio mi aggrada, ripiglio la mia storia tante volte interrotta. 
Il pover'uomo non  morto ancora; - prova ne sia ch'io l'ho veduto. ? Come mai? ? mi direte. Ecco come; mentre quel ser saccente mi dava quei tanti consigli, che io non gli aveva chiesti, facevamo cammino, e questo era il meglio; a un terzo del discorso, siamo giunti dinnanzi alla carcere, e di l a minuti  stata aperta, ond'io ho potuto vedere agiatamente i fatti miei tali e quali come vado a dirveli. - Il pover'uomo, come sapete, non  morto ancora; e s'ei fosse morto, (questo lo dico per rispondere a chi dianzi trepidava tanto per lui), s'ei fosse morto, certo sarebbe morto senza nessuno d'intorno, - solitario come una bestia del bosco. Chi volete che fosse passato per assisterlo in quel transito angoscioso? Fra il Povero e la Piet sta di mezzo una prigione, e la Giustizia ne difende l'ingresso come la spada del cherubino alle mura dell'Eden. 
Il pover'uomo non era pi stupido, come quando io lo lasciai; - mi pareva anzi irritato, - e forse troppo. Le sue passioni erano rimontate, - le passioni fanno come la marea. Allora s mi pareva, che pi di prima egli avesse bisogno d'un amico, che con modi cordiali e con suoni di conforto si provasse di acchetare quella tempesta, che gli ruggiva dentro, e gli capovolgeva la ragione. Egli passeggiava furiosamente per tutti i versi i cinque passi della sua stanza; - spesso si dava nella fronte con una palma, - spesso batteva coi piedi la terra; - ora fischiava turbinosamente, - ora cantava in una lingua e in una musica affatto nuova; - ora s'incrociava le mani sul petto, nascondendosi le pupille terribilmente sotto le ciglia. Una volta si mise una mano sul cuore, - e fece atto di strapparselo, e di lanciarlo in aria con un grido disperamente salvatico, - uno di quei gridi, che atterriscono l'uomo e la fiera, - il grido della madre che fuga il leone, e gli cava il figlio di bocca..... Dipoi si riconcentr, e fece pochi passi adagio adagio, e senza intenzione: - quindi sembrava stanco, e si pose a sedere sopra uno scalino col capo fra le ginocchia. - Col capo in quella maniera, io non potei vedere se pregasse, se bestemmiasse, se piangesse. Forse egli faceva queste tre cose confusamente insieme; - forse era assorto in una di quelle estasi, prodotte dall'ambascia profonda, in cui l'anima abbandona il corpo, e s'ingolfa in una nuova esistenza, in un mondo incognito, pieno di forme strane; non mai vedute, non mai pensate, - dove l'anima giace immemore di quello che fu, di quello che ; - e solamente, tra il s e il no, sogna, che in qualche parte le dolga, ma non sa dove, non saprebbe cercarvi, non  tentata a farlo. 
A un tratto mi scosse un forte sospiro misto di singulto; - e vidi che il pover'uomo si era rialzato girando penosamente la testa verso l'inferriata. - E l'inferriata confina col palco, e la persona non pu salirvi. ? Gli sia contesa anche la vista del cielo: ? cos hanno detto, e cos hanno fatto. - Un raggio scarso di Sole entrava malvolentieri tra mezzo alle sbarre, e sdrucciolava gi in fondo, lento, malinconico, scolorito, vestito anch'esso da povero. Forse quel raggio era pietoso, e tramutava cos la sua pompa per mettersi d'accordo col Povero, - per non unirsi all'oltraggio degli uomini. 
Arrivato a questo punto, io non vidi pi nulla. Il soprastante chiuse, e part. - Io non vidi pi nulla, e l'ebbi a caro. Quando il dolore percuote a gran masse l'anima umana,  una vista che si pu reggere; - e talvolta  uno spettacolo dignitoso, quando l'anima sviluppa un vigore proporzionato alla forza delle percosse; - e quel combattimento tra il mortale e il Destino, tra il signore e lo schiavo, ha un non so che di sublime, che lusinga la nostra superbia. Ma quando il dolore prende lo scalpello del notomista, e comincia a incidere il cuore di dentro e di fuori con mille tagli diversi, e lo cincischia con mille disoneste ferite, quello spettacolo allora ha un non so che di fastidioso, e di crudele, che gli occhi non lo sopportano, e, offesi come sono, volentieri si chiudono. 
Io non vidi pi nulla, e l'ebbi a caro. - Il soprastante era venuto a visitare la carcere, e non il carcerato; solamente avea portato seco un vaso d'acqua fresca, e l'avea deposto per terra. 
? Dunque quel pover'uomo morr di fame, - perch d'acqua, o fresca o calda che sia, non si vive; mala pena si vive di pane... ? 
No, no; rassicuratevi; questa volta non morr di fame; un pane gli sar dato. Ridete? - io vi comprendo, - sar un pane dato come un colpo a un nemico; sar un pane duro, duro davvero; - ma che vuol dire? - Ei l'ammolir colle lacrime: - perch no? - forse non  infelice? - la corda del pianto forse non  la prima corda del cuore, e non trema forse al soffio pi lieve? - L'ammolir colle lacrime, - non ne dubitate; - non v'ho io gi detto, che sa piangere? e, se l'alterezza gli vietasse di piangere per s, non ha i suoi figliuoli, non ha forse una madre, non ha un amore, una patria? 
Io piango, - voi piangete, - tutti piangono. Questo  tal verbo, che ognuno sa e deve coniugare senza bisogno di gramatica. La sventura  qua maestra per tutti. 
O Sventura! ... Tu sei una pianta perenne, che non temi vicenda di stagione; il sereno e la procella egualmente ti alimentano. Il tempo, che coll'ala instancabile corre rovinando ci che gli si para di fronte, quando giunge dinnanzi al tuo simulacro chiude l'ala, e oltrepassa adorando. - Il genio avvalorato dal grido delle plebi umane ha tentato sovente di atterrare il tuo Nume, ma indarno. La Fatalit ti protegge, - e i conati del Genio e delle moltitudini si sono spezzati contro di te, come la spuma contro la rupe..... - Il mondo  tuo retaggio assoluto; - e se il tuo spirito gode aggirarsi fra le rovine, - gode pure insinuarsi come il serpente fra l'erbe e i fiori. Tu puoi rivestire anche l'aspetto dell'allegrezza; - e non v' una razza stranamente infelice, che ha sempre il sorriso sul volto, e il pianto eterno nel cuore? - questi son pi d'ogni altro infelici, appunto perch non sembrano. - La vita ti appartiene intera; - tuo  il primo vagito dell'infante, - tue le tradite speranze del giovane, - tuo il gemito estremo della vecchiaia..... Non v' nessuno, che trapassi da questo pellegrinaggio ai riposi della tomba senza avere offerto nel tuo santuario il suo obolo, - senza averti dato almeno una lacrima, - una lacrima spremuta dal pi puro sangue del cuore. Tu non ammetti privilegi, e stampi il tuo marchio rovente tanto sulla fronte alla virt, come sulla fronte al delitto; - ogni condizione deve piegarsi sotto la tua verga, tanto il conquistatore, che stende la sua spada sui popoli come il raggio del Pianeta, quanto l'umile bifolco, che nasce e muore ignorato come l'eco della sua valle. Anche il povero matto, - che a spese della ragione si riparava in un mondo di larve, e d'illusioni, e credeva francarsi dalle leggi della comune esistenza, - anche il povero matto deve adorarti; - e quando la morte  vicina a rapirselo, tu gli doni un istante lucido d'intelletto, onde anch'egli senta la tua presenza, e ti paghi il suo tributo di dolore. O Sventura! tu non sei punto generosa, tu non hai coraggio di risparmiare n anche il povero matto. 
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CAPITOLO 17.
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I primi primi giorni, che l'uomo passa in prigione, sono per l'anima sua come giorni nebbiosi: - l'anima non ha peranche fatto l'occhio a quel clima; - vede confusamente, talvolta non vede gli oggetti, talvolta li vede a doppio; - il suo palato non ha sapore; - un ronzio continuo gli alberga le orecchie; - lo spirito giace stordido, e non sa pensare; - il cuore sente di star sotto a un fascio enorme di sensazioni, ma non sa darne ragione. Se la mente non gli crolla,  una prova sodisfacente della sua buona tempra; - se il corpo non gli si ammala,  una prova sodisfacente, che il corpo fu tessuto comme il faut. Sia come vuolsi, per in cotesta alterazione dello stato normale dell'anima l'uomo ci guadagna qualche cosa; - la noia non trova luogo di abbarbicarsi cos di leggieri; - il pensiere, che agisce eccentricamente, non  quell'avvoltoio insaziabile, come quando il senno si aggira sopra il suo pernio naturale; - e il dolore vibra il suo pungiglione sopra una carne mortificata. Questo stato di esaltazione, in cui tutte le nostre potenze superando il coperchio hanno dato di fuori, ha prodotto per legge di reazione una pace stanca, un sopore, un dormiveglia nell'anima nostra, che volentieri ella afferrerebbe di nuovo quando si desta, e la pienezza del giorno le mostra a diritto e a rovescio la sua posizione. Ma la natura vive d'eccezioni a controgenio, e quanto pi presto pu gradatamente rientra nel suo letto. 
Una volta per altro, che il carcerato si  stropicciati gli occhi, e gli ha spalancati, ed  desto ben bene, e si accorge, e tocca con mano di essere in prigione, la prima cosa che sente  la sconvenienza di una simil dimora, e il primo pensiere che se gli affaccia  quello di andarsene. Io stesso, che sono un uomo tutto pace, che, se il vento mi porta via il cappello, aspetto che si fermi, e non gli corro dietro, io stesso, - Dio mel perdoni, e chi mi ci ha messo, - ho pensato, prima d'ogni altra cosa, di andarmene. E vi ho pensato cos a lungo, e con tanta intensit, che mi maraviglio come questo pensiere nel chinarmi non mi sia caduto gi dal cervello in forma di lima.... E se questo mio cranio verr in potere del sistema di Gall, e di Spurzheim, quei signori notino bene, e cerchino fra le tante protuberanze buone e cattive, ch troveranno uno scavo fatto dall'idea della fuga, una figura tale e quale come l'ho descritta qui sopra. 
Pertanto noi siamo d'accordo; - il primo pensiere del carcerato  quello di andarsene. I mezzi poi per andarsene sono due: uno naturalissimo, e di riuscita infallibile, ed  quello di andarsene quando ti metteranno fuori; - l'altro naturale pur egli, ma non al grado del primo, ed  quello di fuggire. - Tu puoi fuggire con due metodi: - o fuggire da te col rompere la porta, o col segare i ferri della finestra; - o corrompendo a furia d'oro i custodi. Il primo metodo costa assai meno del secondo; il secondo assai pi del primo. E tutto questo per tua regola e governo. 
Io dopo molte considerazioni fatte colla coscienza, e non a caso, ho meco stesso deliberato effettivamente di rimanermi, finch un qualcheduno non venga e cavarmi. Gi, figuratevi voi, mi hanno messo in un Forte munito di soldati, e di cannoni, e sotto chiave di un Profosso munito di 12 Articoli stabiliti contro di me, e contro di lui; il Forte poi l'hanno messo in un'isola. - Ora andate a fuggire, se vi riesce! - Io mi protesto da capo, che non ho voglia n modo di andarmene; e quando anche conseguissi la fuga, sarei costretto a tornarmene indietro, perch fuori  la stessa prigione; - avrei di pi a pagare il fitto d'una stanza, mentre adesso me ne godo un paio, e di pigione non se ne discorre, a meno che non facessero all'ultimo tutto un conto. - Napoleone,  vero, fugg, - ma voi sapete chi era costui; e se nol sapete voi, altri l'hanno saputo; - e poi, egli fuggiva per delle buone ragioni; - fuggiva per rimettersi in capo un berretto da imperatore, ed io non potrei mettermi in capo che un berretto da notte; - fuggiva per riafferrare la coda della Fortuna, che nuovamente gli capricciava dinnanzi, e gli faceva le smorfie da innamorata; - e poi, egli era padrone del Forte dove io son racchiuso, e il Forte non era padrone di lui. - Ma io, che sono una cosa con un nome, e con un casato, e niente di pi, faccio sapere a tutti una volta per sempre, che ho meco stesso deliberato effettivamente di rimanermi, finch non mi diranno: - vattene. - Io sopporter la mia prigione, come una escrescenza, che per un accidente mi sia venuta sulla persona, - come la paziente pizzuga sopporta quella casa d'osso, che la Natura gli ha collocata sul dorso. 
V' ancora un altro mezzo d'evasione, - ma io m'attento poco a proporvelo.
(Mancano nel Manoscritto la fine di questo, e alcune parti del seguente Capitolo, il quale a differenza degli altri porta il titolo in fronte). 
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CAPITOLO 18. IL SUICIDIO.
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Spendete meno massime, spendete pi fatti: - allargate le vie della vita, sgombratele di tante spine, che vi semin l'errore e l'ingiustizia. Con che titolo l'ozioso opulento verr a filosofare aspramente sul corpo del suicida per miseria, - egli, che giornalmente in una bottiglia di Sciampagna beve almeno cinque giorni dell'esistenza di un povero? 
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Discendendo poi dalle teoriche al fatto, osserviamo che pi ordinariamente questo fenomeno si verifica o nell'estrema energia, o nell'estrema spossatezza dell'umana natura. Di rado tocca il grado intermedio; - di rado un uomo dotato di facolt temperate mette le mani nel proprio sangue. Egli  buono a sopportare molti disastri, che fiaccano il debole; - egli in forza delle sue misurate facolt non si trova mai avvilupato in quel nodo di eventi, che sforzano l'uomo superiore a sparire dalla scena del mondo celandosi in un sepolcro. L'uomo moderato pu convenientemente transigere con una lunga serie di fatti. L'uomo debole vive a caso, - e se i fatti gli passano rasente senza urtarlo di fronte, pu invecchiare pacificamente, e morir nel suo letto. Ma se un fatto lo prende di fronte, egli  perduto, egli non ha vigore bastante da sviarlo, e rimetterlo sul suo cammino. Una cosa lieve, un nonnulla, anche una risata, in un cervello cos fatto diventa un'idea fissa; e allora la follia compie la paralisi delle sue forze morali, ed egli  costretto a morire senza poterne dar conto a chi glielo dimandasse. Io ho conosciuto un giovane leggiadro di forme, d'indole mite, ma vuoto di testa, che si fucil, perch i genitori, che l'amavano assai, non gli permisero di farsi dragone. - Ma l'anima atletica d'un eroe trascorre una scala lunghissima d'eventi, e nulla l'arresta; - la sua gagliardia rompe spesso la corrente, che strascinerebbe in rovina ogni altra forza fuorch la sua; - poi ad un tratto si trova di faccia una combinazione intricata, profonda, dove freme l'onnipotenza del Destino. Allora il Genio si conosce perduto, - ma non cede sul subito; ei sviluppa una lotta da gigante a gigante, - e la lotta dura finch le forze da una parte resistono: - finalmente il Genio soccombe, - il Destino supera, perch il Destino  ci che deve essere. Che deve fare allora l'eroe? - progredire  impossibile, perch una barriera di adamante gli chiude i passi; - rovinare in fondo  impossibile, perch la natura del Genio  di salire finch pu. Allora l'eroe decide di morire, non gi perch vuol morire, ma perch non pu pi vivere. Non  il delirio, che spinge;  la coscienza, che sceglie. Il Genio si scava la fossa su quel gradino, dove la Fatalit gli ha reciso l'ale; - e si scava la fossa per insegnare che il sistema del Bene va portato innanzi finch si pu, e non va rinnegato colla codardia del tornare indietro. Certo, il suo concetto era di salire al sommo della scala, e piantarvi lo stendardo della vittoria. Dio non ha voluto, - egli  morto. Egli non poteva vivere sospeso fra il cielo e la terra.
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Catone sta per la Repubblica, - e combatte all'usurpatore a palmo a palmo il terreno; ma questi, pi felice di lui, lo incalza di provincia in provincia, - lo soffoga coll'alito ardente della vittoria. Catone finalmente  in Utica, chiuso in un circolo magico, donde gli sar impossibile uscire come dalla tomba. - Gi si sente fremere a tergo il delitto e la fortuna di Cesare. Ma i fati non sono per lui, - egli lo sa. Non v' pi scampo, - non v' pi spazio, - non v' battaglia pi da tentare; - la Virt contro il Fato  un vetro contro una massa di ferro. Catone deve morire, e morr. Poteva rendersi a Cesare, - ed ei l'avrebbe perdonato, - l'avrebbe anche onorato, - perch Cesare era un tiranno, ma un tiranno di genio. Catone era come quei metalli, che si spezzano, ma non si piegano. Doveva morire per dimostrare, che la Virt  un fatto sensibile, e non un nome vuoto; doveva morire, perch la sua ragione gl'insegnava pacatamente la morte come un dovere, la vita come un tradimento. Se non fosse morto, n i contemporanei n i posteri avrebbero saputo in che pi credere. La sua morte fu una protesta eloquente contro l'usurpazione felice, - una guarentigia del diritto, - un conforto, uno stimolo ai superstiti; e dal suo sangue usciva una voce, un insegnamento solenne a morire piuttosto che a disertare una causa santa.
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E Bruto da quel sangue raccolse quella voce, e se la pose nel cuore. Quella voce gl'intim primamente a non disperare della salute della patria, - a tentare la sorte incerta delle armi, e cos fece; - poi quando a Filippi fu perduta l'ultima battaglia delle Libert Latine, interrog quella voce, e gli disse di morire. E Bruto moriva incontaminato, come devono morire le anime sublimi. - Comprese la santit della sua missione, - la grandezza dell'esempio, che andava a dare, - il frutto immenso di cui questo sarebbe stato fecondo nell'avvenire. Il suicidio in lui non fu il consiglio d'uno stretto egoismo, - fu un sacrifizio fatto alla dignit dell'umana morale. Se fosse vissuto, avrebbe commesso peggio, che una vilt; - avrebbe messo in dubbio i diritti dell'uomo; - avrebbe sanzionata la scelleraggine trionfante; - ne avrebbe in certo modo velate le vergogne: - cos la lasci nuda, - cos col suo sangue si appell pei diritti delle nazioni alla vendetta dei posteri rigenerati; - cos piuttosto che concederla agli stupri della tirannide volle condur seco la Virt vergine nella tomba. Bruto, anima esaltata, e inflessibile nell'amore del grande e del giusto, era portato al suicidio dalla necessit e dal dovere. Non gli rimaneva a fare pi nulla n di buono, n di grande; - non gli rimaneva n anche di sedersi sulle rovine della patria, e sciogliervi un canto funereo; - le rovine della patria erano ormai lo scanno dei Cesari. - Doveva fuggire? Il pensarlo solo  un sacrilegio; - ma e in qual parte di mondo fuggire? Il mondo era una Provincia Romana, e qualunque nazione avrebbe portato a gara la testa di Bruto in aggiunta ai consueti tributi. Doveva ricorrere alla clemenza di Augusto? Oh! l'ultimo dei Romani non poteva ricorrere al primo dei tiranni. La Fatalit aveva incatenato lui alla Repubblica, e la Repubblica a lui. Erano due in un destino solo; - dovevano esistere insieme, perire insieme, e perirono. E poi conoscete voi la clemenza d'Augusto? Ve lo dica Perugia. - Augusto non aveva, che talento e libidine d'imperio; - del resto, ineccitabile come una pietra; un alito di passione non aveva mai increspato quel mare morto dell'anima sua. Un giorno fece un conto e baratt la testa di Cicerone suo amico contro quella d'un uomo, che appena conosceva, come farebbe un fanciullo dei suoi balocchi; e sotto manto d'amore carezzava Cleopatra per menarsela a Roma in catene in un giorno di festa, e d'orgoglio. Augusto avrebbe messo la testa di suo padre per puntello a un piede del trono, se quel piede non avesse posato in piano. 
Il suicidio di Catone, di Bruto e di mille martiri della Verit,  un eroismo, - un fatto di natura trascendentale, che sfugge al compasso di una volgare filosofia.  il punto culminante dell'umana grandezza,  il Sacrifizio. L'invidia sola pu tentare d'impiccolire le proporzioni colossali d'un tanto fenomeno, ma la ragione sdegna l'analisi, e si contenta di venerare. Il suicidio  vero, che in questi casi stacca un fiore dalla corona della Virt; ma la Gloria raccoglie tosto quel fiore, - ne fa una stella, e l'aggiugne al suo serto immortale. 
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CAPITOLO 19.
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Poffare Dio! ho scritto queste quattordici pagine tutte d'un fiato, e con tanto impeto, che me ne trovo stordito. Ho lasciato fare il pi al sentimento, e alla penna; - al cervello  toccata la minima parte. Non so se sia bene; - comunque siasi,  andata cos. Mi son voluto lasciare andare, dove il flutto voleva portarmi, - ho lasciato le vele in bala del vento. Se invece di arrivare in porto ho dato in secco, non ve ne prema; - il danno  tutto mio. Quando me ne vada il peggio, vuol dire che non avr ragionato. Benissimo; -  una cosa, che mi succede spesso, anche quando ho le pi serie intenzioni di fare il contrario. - Per me  una baia. Quandoque bonus dormitat Homerus. Non lo dico per superbia di paragone, - lo dico cos per citare, e per far vedere, che anch'io sono stato in collegio, dove in quattro anni m'insegnarono a non sapere il Latino. Non lo dico per superbia di paragone. Omero era cieco, e poeta; io invece ho due begli occhi, e non sono n poeta, n prosatore. Scrivo per capriccio, - per far diventar nero un foglio bianco. Scrivo perch non ho da parlare con nessuno, ch se io potessi anche con una vecchia, anche con un bambino, non pensate, non toccherei la penna. Andate a leggere, se vi riesce, quello che ho scritto quando io non era in prigione! Certo potrei parlar meco stesso, - ma non voglio avvezzarmici, perch uscendo di prigione con questo vizio, e portandolo meco in societ, mi potrebbero prender per matto. Assai in fatto di giudizio non godo di un credito troppo esteso! - allora la storia sarebbe bella e finita. - D'altronde, quando io scrissi le suddette quattordici pagine, avevo il cuore pieno pieno, - non so di che, - ma veramente pieno, - e bisognava sfogarlo. Se fossi stato un romantico, avrei scritto una ballata malinconica, - se un classicista, avrei scritto un'elegia; - se un musico, avrei cantato qualche melodia del Bellini. Ma io non sono nulla di tutto questo, - non so che fischiare; - per lo faccio quando ho l'umor nero, o quando una coppia di grilli mi mettono in festa di ballo la fantasia. - Del resto, ve lo ripeto, ho scritto quel che io sentiva; - il calcolo ci  entrato per un momento, e poi fuori. L'anima ha qualche quarto d'ora, in cui se ne vuole star sola sola con le sue sensazioni, liete o dolorose che sieno, e guai se la mente vuol venirne a parte; - guasta tutto, come qualche viso antipatico spesso mette il freddo e il silenzio in un crocchio cordiale d'amici. D'altra parte  impossibile star sempre sopra una nota, - e quand'anche ti riuscisse, verresti noioso a tutti, e i casigliani ti caccerebbero del casamento. La vita, a voler che sia bella, a voler che sia gaia, a voler che sia vita, dev'essere un arcobaleno, - una tavolozza con tutti i colori, - un sabbato dove ballano tutte le streghe. Il sollazzo e la noia, il pianto e il riso, la ragione e il delirio, tutti devono avere un biglietto per questo festino. Che serve far della vita una riga diritta diritta, lunga lunga, sottile sottile, noiosa noiosa, e color della nebbia?  un volersi reggere sopra un piede solo, -  un mettere l'anima umana nella stessa situazione, in cui si pose lo Stilita, che stette quarant'anni in cima a una colonna. Vuol essere un'orchestra piena, e non un piffero solo; - variet vuol essere. Viva la variet! Per tutti questi motivi, io ho scritto quattordici pagine senza pensare, e non me ne pento. Giorgio Spugna mio dilettissimo amico mi ha ripetuto sovente queste notabili parole: "L'uomo che  sempre savio val poco pi dell'uomo che  sempre pazzo; - est modus in rebus: - l'arte di pensare  un'arte, che va stimata e riverita;  una fatica concessa all'uomo, e negata alla bestia; - ma il farlo sempre si assomiglia all'avaro, che conta e riconta perpetuamente i suoi scudi; - qualche volta bisogna spendere; - il superchio rompe il coperchio; - qualche volta bisogna non pensare per riflessione; se no, all'ultimo, spesso invece di una scoperta psicologica ti trovi di aver pescato un'emicrania". Cos mi diceva Giorgio Spugna, filosofo, che si  fatto da s senza bisogno di libri, senza bisogno di Pisa, di Bologna, e di Padova. Non gi che Giorgio Spugna sia ritroso al viaggiare, - anzi  questo un suo desiderio vivissimo, e giuoca sempre al lotto per vedere se un giorno o l'altro potesse mettersi in corso; e mi ha giurato pi volte, che se ottiene il suo intento vuol fare il giro del globo, componendo un trattato di pratica comparata sui migliori vini dell'uno o dell'altro emisfero. Mi ha detto ancora, che giro facendo non avrebbe scrupolo di mettere in carta le sue osservazioni di qualunque altra maniera, dacch egli pure possiede un cannocchiale fatto da s, col quale guarda tutti gli atti di questa umana tragicommedia. - "Ma io nol farei", - soggiugneva Giorgio, - "giusto appunto perch mi  venuto fatto di osservare, che le opinioni, anche buttate l colla stessa insouciance, colla quale soffio il fumo della mia pipa, possono cadere in frodo peggio del tabacco, e la multa non  lieve, ed  certa sempre la perdita della merce, e talvolta anche quella della persona; per questo io nol farei, e procurerei al summum di tenermele a mente per ridirtele poi testa testa nel giolito d'un simposio, nell'intervallo fra un bicchier e l'altro." ? E credete, che Giorgio Spugna  pi filosofo di quel che non pare, precisamente perch non pare un filosofo. E ripeter con lui: qualche volta bisogna spendere. Che direste d'un uomo, che stesse da mattina a sera a guardar l'orologio per far buon uso del tempo? Per lo meno perderebbe il tempo a vederlo passare. Mettetevi in tasca l'orologio, e fate le vostre faccende, l'orologio consultatelo di quando in quando secondo il bisogno. Bisogna fare a tutti la sua parte, e se coltivate una cosa sola, e l'altre trascurate, godete meno, e le altre vi vanno a male. Cos  come io ve la dico, e vi esorto a crederci, o almeno potete fidar pi sul mio senno quand'io discorro alla buona, e senza pretensioni, che quando mi metto in aria di ragionare. Sopratutto rammentatevi il nome e le opinioni di Giorgio Spugna. Ei se lo merita, ed a me farete cosa cara. 
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CAPITOLO 20.
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Io ho detto nel capitolo 17, che sono in prigione, e lo confermo nel Capitolo 20. Oggi finiscono trentaquattro giorni, e non isbaglio; in mancanza del lunario li ho contati due volte sulle dita. 
A chi me l'avesse detto il 2 di settembre io avrei riso in faccia di un cotal riso da venirne al duello. Eppure io ci sono! 
Benedetti i primi giorni della mia prigionia! - io era cos sempre fresco del passato, che sovente mi riusciva d'illudermi. Sovente sopra pensiere chiamava ad alta voce la serva, perch mi recasse una cosa o l'altra; e sentendo che nessuno mi rispondeva, io mi accertava allora della prigione; ma ci rideva sopra, e non era pi altro. Sovente sopra pensiere in un batter d'occhio m'indossava la giubba, mi calcava in capo il cappello, e tutto infuriato andava per uscire; - ma giunto alla porta mi accorgeva, che il chiavistello stava per di fuori, - segno evidente della prigione; - ed io al solito ci rideva sopra, e non era pi altro. Benedetti i primi giorni della mia prigionia! 
Oggi per  ben diversa la cosa. Io son mesto e spossato dalla noia, - e cos penetrato fino al midollo del convincimento di essere in prigione, che questo pensiere dinnanzi agli occhi e alla mente mi brulica in infinite forme, come uno sciame di atomi innumerevoli traverso un raggio di luce; e cos mi si  dentro inchiodato, che nei primi tempi della mia nuova libert per avventura, creder sempre d'essere in prigione. 
Io sono mesto, e spossato dalla noia. La noia tacitamente ha tramato per me una cos gran tela, che io non vedo parte donde salvarmi. Io son la mosca di quella tela, e pi che mi dibatto per uscirne, e pi vi d dentro. 
Oh! la noia  una parola sola, - una parola breve, che non conta pi di quattro lettere, - ma il provarla  tal volume, che uomo al mondo non sfoglierebbe cos per tempo, n cos di leggieri. La noia  l'asma dell'anima, -  una ruggine che pu consumare la meglio temperata lama, che si dia; -  una cosa, che dai capelli alle piante ti fascia la cute d'un senso umido, fastidioso, ti perverte l'occhio, e ti fa veder tutto in bigio; - toglie il sapore al gusto, la fragranza ai fiori, - la dolcezza all'armonia. Schiaccia l'acume dell'intelletto, e lo rende bestialmente stupido, - e insugherisce il cuore, mortificandone la squisita sensibilit, disseccandovi dentro la lacrima del piacere e del dolore. Oh! la noia  il pi insopportabile dei nostri dolori, perch  il dolore della stanchezza; perch non eccita in noi una forza, che valga a combatterlo. Essa non  un vulcano, ma cuopre di freddissime ceneri il sorriso della Natura intera. 
E le ho tentate tutte per medicarla, ma senza pro. Il leggere non mi giova; - sto mezz'ora sopra un filaro, - e poi gitto il libro. Non ho pi coraggio n anche di scrivere i miei ghiribizzi; - i miei grilli son morti d'inedia, - essi volevano l'erba fresca del prato, e l'alito dell'aria aperta. - Non mi giova il passeggiare; - vado in su e in gi per i dodici passi della mia prigione, e di l a poco torno a sedermi colla vertigine. - Se mi affaccio, vedo,  vero, un bel cielo, ma le sbarre, che mi traversano l'occhio, me lo tingono di color di ferro; - vedo un cerchio di monti, e mi paion sepolcri; - vedo una mandra di soldati, che la disciplina militare ha saputo convertire in altrettanti arcolai. - Pallida mi apparisce la verdura degli orti, e dei vigneti, e il canto degli uccelli mi suona lamento. 
Alas poor Yorick! Io mi curvo sotto un peso, che non posso pi reggere, e ho fatto di tutto per sollevarmene. Ho contato le battute del mio polso, e ho dovuto smettere; - ho fatto la guerra agli insetti, che mi son compagni, e ho dovuto smettere, perch son troppi; - ho contato i travicelli delle mie due camerette, e sono diciotto e mezzo; - i travi grossi, e son otto; - ho contato perfino i mattoni, e son trecento novantuno. Io non ho pi pace, e non so come averne. Non posso pi pensare n al passato, n all'avvenire, spazi cos vasti, e cos comodi per il diporto dello spirito. Son confinato nel presente, - e il presente di un carcerato non  gi il Tempo coll'ali snelle velocissime, -  una figura di piombo sdraiata in un canto. 
.... E come fare per il resto di tempo, che dovr starmi in prigione? Avessero almeno detto: ? ci starai tre mesi, sei mesi, un anno, ? manco male; - ogni sera con un sospiro di sollievo esclamerei: - v' un giorno di meno! - Se io potessi avere dell'oppio, forse sarei felice, e certamente tranquillo; - l'anima mia dolcemente assopita passerebbe le sue giornate in un mondo aereo, multiforme, - un mondo cos dovizioso d'illusioni, e d'immagini, che la pi alta fantasia dell'uomo desto pu concepirne appena una frazione ben minima. Ma non posso sperare nell'oppio; - i miei custodi l'hanno in concetto di veleno, e non me lo farebbero vedere n anche dipinto. E per questo io ho desiderato le mille volte una febbre acuta, che mi levasse fuori di me fino al giorno della mia scarcerazione. Ma la febbre anch'essa, che pur non dipenderebbe dai miei custodi, non vuol venire; - non vi  rimedio;  un calice, che bisogna bere.... 
Ecco qui; tutti i giorni sono i medesimi, misurati dalle medesime vicende. Alle otto la mattina il solito caffettiere colla solita colezione; - al tocco il solito pranzo portato dai due soliti selvaggi, che si son rubati il nome di camerieri. Il pranzo  composto sempre della solita zuppa, e di tre pietanze, che sembran tre morsi, presso a poco sempre uniformi, e di rado una di quelle variata in un uccello, strano, - una specie d'uccello, che avr che fare coll'ornitologia, ma non so se abbia diritto all'ingresso d'una cucina; - una specie d'uccello che, a casa mia non ho mai veduto n per aria, n sullo spiedo. Io non so dove trovi quegli uccelli il trattore; - mi pare impossibile, che un cacciatore li trovi; e, se li trova, che abbia il coraggio di spendervi sopra una botta. Ma io ho veduto spesso il trattore sur un campanile, e di certo ei vi andava per quegli uccelli, e per noi. 
E il Profosso? Mutassero almeno il Profosso una volta la settimana, come avevano cominciato dapprima! Ma dopo una volta non l'anno pi fatto. Eccolo l, -  sempre il medesimo Profosso, - col medesimo viso, - col medesimo passo, - col medesimo vestito bianco mostreggiato di rosso, - colle medesime chiavi, - coi medesimi 12 Articoli, stabiliti contro di me, e contro di lui, - col medesimo suono di voce. Fin qui il Profosso non  ancora infreddato, per sentirgli fare almeno una voce diversa. L'unica mutazione, che segua in lui qualche volta,  quella da un casco a una berretta.  un uomo anche egli convinto della disciplina, - convinto dei suoi superiori, - persuaso, che le bastonate sieno un dovere a darle, e a riceverle, come voi siete persuaso a grattarvi in quella parte ove vuole il prurito. - Oh! le strane fantasie della noia! Quante volte non ho io desiderato, per non vedere sempre il medesimo Profosso, di vederlo un giorno con un occhio solo, un altro giorno con tre; un giorno con due nasi; un altro giorno con la bocca sulla fronte; una domenica, quando mi accompagna alla Messa, che camminasse colle mani e coi piedi; un luned di vedermelo vestito da donna; un gioved colla testa voltata dalle spalle; un venerd senza testa. Ma il Profosso non s muta mai, -  inesorabile; e ogni giorno viene a menarmi fuori per prendere un'ora d'aria, com'egli dice, e spesso mi tocca invece un'ora d'acqua. E sul primo anche questo era un conforto, - ora non  pi.  sempre il medesimo Forte..., - le medesime salite, - le medesime scese, - i medesimi sassi ribelli, e pronti ad offenderti, - i medesimi cannoni, - i medesimi soldati; - non si trova un uomo, o una donna, se tu li pagassi al peso dell'oro.
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Il Profosso  una disperazione; - quando io gli chiedo, se ci  nessuna nuova del mondo, mi risponde sempre, che non vi  nulla di nuovo. Possibile mai! - bisognerebbe, che tutto il mondo fosse in prigione. - Eccolo l il Profosso!  inconvertibile. - Viene tre volte al giorno nella mia stanza, uguale uguale, senza pendere un capello da quello che era la vigilia; e mi dice se pu entrare, quando  gi entrato; e, allorch se ne va, mi domanda se io voglio nulla. Egli lo fa per dovere, non ci mette ironia, - cos voglio credere; - ma quella dimanda mi fa il sangue pi agro. O Profosso! Profosso! Se tu sapessi quello che io voglio, certamente non me lo dimanderesti due volte. D'ogni tre volte due almeno io voglio, che tu vada al diavolo. 
E la notte? - non me la rammentate, per l'amore che portate a voi stessi. La notte  per me l'eternit di un dannato. La notte con quel suo vasto silenzio, cos propizia ai fantasmi poetici, al meditare profondo, per me non significa nulla; e mi scende sull'anima, fredda, piatta, e pesante come una lapide. Invoco il sonno coi nomi pi lusinghieri, ma vanamente. Disteso sopra un letto n cattivo n buono, mi volto a destra, mi volto a sinistra, mi giaccio supino, mi giaccio bocconi, mando fuori un Ges mio, mando fuori una parola a rovescio, ma il sonno non viene. La notte la noia non  sola; - chiama sull'armi le zanzare, e mi fanno una guerra mortale da fedeli alleate. Finalmente prendo un poco di sonno, - ma torpido, vuoto, senza balsamo di riposo, senza sogni. Potessi almeno farmi de' sogni! ch la mattina dipoi m'ingegnerei a farne la storia, e a metterli in bello stile. 
Sul principio, quando veniva la notte io mi consolava standomi alla finestra a godermi lo spirare dei venticelli, e lo spettacolo solenne d'un bel Cielo Italiano. Ma, dopo quello che mi avvenne una sera, ora appena cade il crepuscolo io chiudo le imposte, e disperatamente mi caccio nel letto. Sentite quello che mi accadde una sera. Io me ne stava, come v'ho detto, immergendomi lo spirito nella considerazione d'una gloriosa Natura, assorto in uno di quei momenti d'estasi e d'oblo, nei quali l'uomo non  pi una povera creta, ma  pellegrino dell'Infinito; e guardando sospeso sopra di me quell'azzurro immenso, sereno, gioioso, magnifico di stelle e di misteri, mi sentiva sollevare, mi sentiva intenerire: - a un tratto mi venne fissato l'occhio sulla Luna, che spuntava in un lato del firmamento, pallida amabilmente, e modesta; - allora il mio sentimento cominci a svilupparsi in una forma pi precisa, pi palpabile, ed io volli esprimerlo con un inno, e cominciai: 
 mesto il raggio della Luna, e Dio
Lo tempr in armonia colla Sventura.
Ma come fui a questo punto una fata leggiera leggiera, coll'ali color dell'iride, mi trasvol dinanzi, mi fece un inchino, e mi diede la buona notte. - Era la Musa. - Io sul subito non me ne accrsi, e non seppi interpretare in buona parte quel suo consiglio. Quindi, per non dirvi le bugie, avr ripetuto almeno un cento di volte quei due versi in cadenza accademica, ma il terzo non venne mai. Alla fine ripensai pi pacatameate alla figura veduta, e tra il dispetto e l'umiliazione mi coricai. 
Io conosco a prova il martello della gelosia, - ma, faccia pure l'estremo di sua possa, non pu arrivare alla noia. 
O Torquato Tasso! io non ti chiedo nulla che valga; - non ti chiedo quella corona di stelle, onde tu cingesti in Palestina la Musa Italica; solo chiedo reverentemente, che tu mi dica come facesti, quando al Magnanimo Alfonso piacque decretarti pazzo, e chiuderti per lunghi anni in un ospedale, come facesti in quei lunghi anni a pensare alle sette giornate del Mondo Creato(2), mentre io in trentaquattro giorni, se qualche volta ho pensato al mondo, ho pensato di disfarlo, non gi per istizza, ma perch mi sembra mal fatto. 
O Silvio Pellico! io non ti domando la tenera ispirazione, da cui sgorgava quella tua Francesca, che sar un palpito del cuore finch l'amore sar una passione dell'uomo; ma ti domando soltanto d'insegnarmi donde traesti la tua decenne pazienza..... 
N.B. - Questo Capitolo naturalmente  fuori della giurisdizione della Critica; egli non ha pretensioni; -  il Capitolo della Noia(3). 
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CAPITOLO 21.
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E del mondo che n' stato? ? Cosa volete, ch'io ne sappia, io che son qua nel Limbo? Io ho lasciato il mondo con un segno a traverso, come si fa d'un libro non finito di leggere. E chi sa, se all'uscire trover pi il segno? Chi sa cosa sia seguito del mondo? - potrebbe essere stato scosso da una seguenza di terremoti, - allagato da un nuovo diluvio, - potrebbe essere anche sparito, ed io non saperne nulla! Cosa volete sapere, o sentire, quass nel Limbo, dove si sta un piano almeno sopra le nuvole? 
Chi sa cosa possa esser seguito? Quando io lo lasciai, era una matassa arruffata davvero, - e tutti aguzzavano l'occhio a trovarne il bandolo; - e forse  il mio bene, che adesso io non ci sia dentro. Voi sapete come vanno le cose laggi. Io non sono molto destro a girarmi, n posso allungare il passo un'oncia pi dell'usato; - e quando il mondo  in baruffa, credete, che una gamba lesta vale un diamante, e una testa leggiera si trasporta via pi comodamente. Guardate Archimede, che viveva alla buona, pensando che gli uomini non fossero quello che sono; - che fidava nella sapienza, e non sapeva, quel vecchio dabbene, che due bestie son buone a mettere in prigione un filosofo, e a trattarlo anche peggio! Guardate Archimede, e specchiatevi in lui! Prendevano Siracusa d'assalto, ed ei non se ne accorgeva; - un soldato Romano gli entrava nella camera, ed ei non se ne accorgeva; il soldato Romano d'una testa gliene facea due, ed Archimede non ebbe tempo di accorgersene, perch invece di vivere nel mondo coi lombi precinti, e col bastone in mano, viveva alla buona nella Geometria. Oh! il mondo  una mala cosa! 
? Tanto peggiora pi quanto pi invetera:
? diceva il Sannazzaro, or son trecento e pi anni. Figuratevi oggi! 
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(Manca gran parte di questo Capitolo, e non resta che il fine del Capitolo successivo ed ultimo). 
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CAPITOLO 22. CONCLUSIONE.
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Consultiamo la Natura nuda e vergine, com'ella si rivela alla mente del giusto, e saremo meno sventurati. Consultiamo la natura umana senza velo di disprezzo, di cupidigia, di prepotenza; - consultiamola anatomicamente nel suo stato originale, e osserveremo che si pu spogliare del fango onde l'ha ricoperta un falso sistema sociale, e rivestirla d'una certa luce, - una luce, che non dobbiamo rapire al Sole come Prometeo, perch ella ha sorgente nell'anima umana. E l'arte sta nel trovarla, e il Genio la sa trovare, ma noi abbiamo finora crocifisso il Genio invece d'incoronarlo. Intanto tolleriamoci, - v' spazio per tutti, - e permettiamo, che ognuno vi si svolga a suo grado. Il Genio pu trasfondere nei suoi quadri l'armonia e l'iride dell'universo; - la follia pu ridere, e saltar per le piazze; - il forte pu andare a caccia al cinghiale, - il debole pu recitare il suo rosario, - e tutti pacificamente. La terra  larga abbastanza: ? L'UMANA SAPIENZA STA NEL TOLLERARE. ? 
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MIA MADRE.
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Indovinate chi amo pi di tutti sulla terra? Io amo mia Madre; - io l'amo pi della Patria, cui dono il mio sangue se lo vuole, - pi della mia T.***, ch'io amo pur tanto. - Povera mia Madre! Se voi la conosceste, forse non ci capireste nulla. No, non  una donna elegante, - non sa di musica, - non sa il Francese, - non ha cerimonie; -  una donna quieta come un ciel sereno, una donna alla buona che crede in Dio, che va ogni giorno alla Messa, a pregare prima per me e poi per s;  una donna alla buona, che crede in tutto; - crede, che l'olio versato porti sciagura; - crede, che il vino versato porti fortuna.  una povera donna, che ama il suo figliuolo come voi amate voi stessi. - Io mi confesso come davanti a Dio. Non amo tanto mio padre; -  un buon uomo, - ma la mia povera Madre  bene altra cosa. - Io non amo mia madre per il latte che mi ha dato, perch del latte non me ne rammento; - ma quando mio padre talvolta mi sgridava, ella mi consolava, - mi asciugava le lacrime, - mi baciava - mi dava un trastullo, - mi riconduceva alla gioia. Quand'io andava a scuola, e mi era innamorato dei libri, mia Madre mi dava il danaro, onde comprarmeli. - Mia Madre mi ama come il suo cuore, - io sono il suo cuore. Mi guarda con una compiacenza, - s'inorgoglisce di me, come la giovane sposa della sua corona di rose nel d delle nozze. - Ed io l'amo ugualmente. Io ho un sembiante duro, - e quando sento dentro non sono punto espansivo; - ma gli occhi mi parlano, - e mia Madre guidata dall'istinto mi guarda sempre negli occhi, e ne riman consolata. Povera mia Madre! ora tu non puoi pi guardarmi, e chi sa per quanto! - Io aveva il vizio di addormentarmi col lume acceso, e mia Madre si levava di notte a levarlo, perch temeva un pericolo. E alla mattina entrava nella mia stanza a vedermi, in punta di piedi, e rattenendo il respiro, per non rompermi il sonno. - E quando parlava di me alle vecchie sue conoscenti, diceva che io era un angiolo, - e io risapendolo rideva di cuore, pensando che il mondo mi chiamava un diavolo. - Povera mia Madre! Dio ti renda quella mercede, che merita il tuo tanto amore! 
Una sera io fui ferito di tre stilettate(4); - tutti credevano ch'io morissi, - anch'io lo credeva. Fui portato a casa agonizzante; - caddi in deliquio, e vi stetti pi ore. Al risensarmi, chi trovai presso al letto? - Era mia Madre, e cos vicina a me, che di certo intendeva col suo fiato caldo d'amore di vincere il gelo della morte. Mi parve l'Angiol custode. Mi ravvivai, - cominciai con lei un colloquio lungo, veloce, passionato, sublime; - mia Madre mi rispondeva interrottamente; - io nell'esaltazione non me ne accrsi: mia Madre era convulsa; - ella non pu piangere. Se io me ne fossi avveduto, forse sarei morto. Mia Madre dacch mi hanno strappato al suo seno  stata vicina a morte(5). O povera mia Madre! perdonami il tuo dolore! potessi avere almeno contato i tuoi palpiti per rammentarmene! 
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Qui finisce il Manoscritto di un Prigioniero; nella pagina interna della coperta si leggono questi due versi: 
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LA PRIGIONE  UNA LIMA S SOTTILE
CHE AGUZZANDO IL PENSIER NE FA UNO STILE.
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ARTICOLI DI MORALE E LETTERATURA.
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DELLA EDUCAZIONE. 1829. (6)
In primo luogo tu hai a sapere in generale, che tutto quello che  vera utilit degli spiriti dispiace agli uomini comunemente; onde ti guarderai come dal fuoco di profferire parole o fare opere, che dieno indizio che tu voglia beneficare l'intelletto, o il costume di quelli. 
GOZZI, Osservatore. 
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Quei pochi eletti cui venne in sorte l'agilit del pensiere, concitati vivamente dal desiderio della scienza, investigarono sempre le occulte ragioni delle cose, ma non ebbero tutti il medesimo intendimento. - Alcuni pi benigni, considerando funesto il dono della sapienza, dove non cospirasse al bene dei loro fratelli, palesavano quella parte del vero, che poteva renderli felici o meno sfortunati; e a quella parte, cui disvelata seguitava il gemito, e l'aridezza dello sgomento, surrogavano invece il conforto delle illusioni necessarie a mantenere una vita, che altrimenti non avremmo ragione di reggere. - Altri pi severi, collo sguardo acuto dell'anima penetrando l'ombra dei secoli, videro e dimostrarono le razze umane peregrinare la terra gravi d'ignoranze, di sventure, e di colpe. E forse dissero bene: ma qual frutto ne colsero? - La scienza del dolore non aveva mestieri d'insegnamento, perch nacque congiunta al cuore dell'uomo; le ignoranze, le sventure, e le colpe, stettero immobili, perch sono elementi indivisibili della nostra umanit, e tutto il frutto si strinse alla compiacenza d'aver profferito poche massime amare di sconforto durissimo, che fecero piangere, e maledire. Ma se non merita grazie quel fiero spirito, che scende nei segreti del cuore e gli scompiglia, e gode delle ruine, crederanno di leggieri gli animi temperati a bei sensi, che molti bramino la nostra specie digradata pi che i suoi fati non chiedono, n altri le dieno potenza se non di far gregge, e di pascere, e le gridino incessanti il silenzio delle poche generose passioni, che uniche fanno corruscare quella sacra scintilla usa talvolta a scaldare la creta dell'uomo? Veramente l'uomo lasciato all'inerzia mostra profondo il segno d'una schiatta caduta e annodata alla polvere; ma se, per impulso proprio o d'altrui, muove l'interno pensiere e lo spande su l'universo, e, percosso da quello spettacolo immensamente vario e perenne, lo accende, e lo fa corrispondere, per quanto  dato, alle immagini quasi infinite, allora l'uomo disciogliesi in parte dalla terra, e risguarda i cieli, e vive in essi col desiderio dell'esule. - Ma per coloro, che la nostra bassezza vorrebbero curvare fin dove non piegasi, la fiamma non arde, la grandezza non ha spazio, e dappertutto veggono angustie, perch altra dote non hanno che di affetti mediocri, nei quali alberga per anima la ruggine dell'invidia. - E perch l'umilt degli affetti mediocri non osa prorompere nella sua nudezza, velano gelosi le strettezze del cuore, e della mente, e danno al velo il nome della prudenza, - cara e santa virt, allorch corregge, ma non ferma l'impeto delle passioni magnanime, - non gi quando ella consiste solo in andare adagio, e concentrandosi in un senso di paura, e d'interesse, ti si lega alla vita, n va pi oltre. E perch i prudenti per amor proprio aborrono da ogni guisa di cimento, hanno alzato un tribunale donde predicano il dispregio dei tempi che sono, e dispensano moto e norma ai bisogni delle passioni vivissime presenti, attingendo moto e norma dal deserto degli anni che sparvero, senza avvertire che l'uomo  pur sempre unico figlio dei suoi tempi, e nel vano del passato non si perdono et distinte solamente dalla durata, ma tutte portano impressa l'orma di novelle virt, e di novelli delitti, - e le prime, e i secondi, non meno del Sole, hanno fin qui misurato l'estensione del tempo umano. E perch i prudenti hanno scorto che nell'anima nostra ferve continua una inquietudine, e vi sta come la principale espressione della vita, per quietarla ci vanno rammentando le glorie antiche, cos dicendo ai nipoti che si contentino di vivere oscuri, perch gli avi vissero illustri. - Bella  la gloria degli avi, e soave di conforto e di onore a cui le risponda cogli atti, ma non  retaggio, e sta nei secoli monumento solitario, che rappresenta eterna la vece del mortale che l'ha creata. .
Ma quanto costoro danneggino la sacra impresa di migliorare la specie, i discreti sel veggano, considerando gli uomini disposti naturalmente a giacersi, e a maledire sovente la mano che tenta di sollevarli, - se narrano il vero, che Socrate conseguisse il rimerito della cicuta, perch osava trasfondere nei suoi concittadini la bellezza e l'amore della virt, - e l'ardimento di Bacone, che imponeva la vita al pensiere per tanto corso di tempo assopito, fosse dai suoi contemporanei scambiato colla pazzia. E quei divini morivano senza una parola di rampogna consolandosi delle glorie future, perch l'alto spirito, sorpassando il volo del tempo, fa sorgersi innanzi le generazioni increate. Ma in ogni petto non muovesi un cuore pi che mortale per operare il bene senza riguardo di premio presente, fidandosi alla giustizia dell'avvenire. Quanti Italiani, sfiduciati dal sofisma degl'invidiosi, e dalla timidezza propria agli animi nostri, se manchi a suscitarli generosa una voce, percorrono l'esistenza chiusi nell'abbandono della vilt, persuasi che il nostro terreno sia rimasto sfruttato dal lungo numero delle anime grandi, e dalle sventure? Ma il lungo numero delle anime grandi ha da reputarsi piuttosto singolare felicit di cielo, che giusta ragione perch debbano a un tratto cessare. .
L'argomento in qualche maniera terrebbe, laddove fosse proposito sempre delle medesime teste. Ma questo non consent la Natura, che altern con mirabile armonia la vita e la morte nelle sue creazioni, e in forza di questa vicenda stabil la infinita variet delle forme, la eternit delle sostanze, n mostra di volere per lunghezza di tempo invecchiare, o per l'atto incessante del produrre esaurirsi, a meno che prima non si annientino le leggi per le quali ella  costante: e gli umani, soggetti allo stesso governo, via via cadono e sorgono in modo, che ad ogni breve misura di anni potresti dire che il mondo del pensiere rinasce vigoroso, e lieto dell'ardimento che infonde la giovinezza. Chi non sente che gl'Italiani non hanno peranche placata l'ira della Fortuna, quantunque le abbiano offerto in sacrificio secoli consumati nel pianto? Ma sapete voi, se a portare l'ale dell'ingegno valgano pi le triste o le liete venture? I tempi tramandano infelici le memorie del Grande costretto a combattere l'odio, che vive immortale tra due nature contrarie; e se questa ineguaglianza generatrice di tanta discordia sia giustizia, o viceversa, non  l'ora da poterlo vedere: ma quando anche il Grande ebbe pace con gli uomini, la guerra gli venne dal sentimento d'una misteriosa afflizione, che gli gemeva eterna nel cuore. Dante cantava la novella poesia negli affanni dell'esilio, Ossian nell'amarezza della caduta potenza, il Byron nell'arcano d'una mestizia onde furon sempre velati i suoi giorni mortali. - Poich la mente creatrice del bello e dell'immenso va sciolta di vincoli, la plebe umana non giunse a scoprire giammai la segreta potenza che animava alla vita quei canti, e li vide lontani come il raggio del Sole; ma come il raggio del Sole illumina e scalda le creazioni sottoposte, cos que' canti, derivati dalle pi ascose viscere del dolore, spirano all'anima un suono d'affetti onnipotenti, e tutta l'anima risponde a quel suono, merc di colui che formando la nostra natura chiam l'infortunio a costituirne la massima parte, e mand la felicit cos di rado e veloce a trasvolare la terra, che appena  concesso di vederne il baleno. Ma la sventura mantiene irritando l'ingegno, e i concetti dell'uomo sgorgano originali e profondi di altissimi sensi, perch da lei muove una forza, che lo stringe a vivere nel suo pensiere, mentre dubitano molti che quel modo di esistere da noi chiamato felice non sia piuttosto conseguenza delle nostre facolt intorpidite, n pi atte a ricevere in piena luce, ma per barlume, le sensazioni; e l'hanno veduto grave di fastidiose passioni, e sovente affratellato coll'ignoranza, e dicono che spunti l'acume del desiderio; e mancanza di desiderio accenna anima prostrata, e di volgo. - Oh perch non ho io un altro mondo da conquistare! - sospirava Alessandro. E dove si ponga mente ai conforti di coloro che bramano la nostra bassezza, quanta differenza trovate voi tra gli uomini e i bruti. - Appena la nuda favella: e niuno consente che articolare soltanto la parola sia valevole differenza, se i concetti significati coll'opere non provino l'esistenza dell'interno pensiere. N la facolt del pensiere ci fu data per nulla. - Se l'uomo fosse destinato solamente a nascere, cibarsi e morire, la Natura non ci avrebbe fatto quel dono, tristo o buono che sia, perch hanno sperimentato la Natura non averci mai conceduto potenza, senza farci sentire la necessit dell'ufficio cui la destinava. E potremmo noi vegetare in quello stagno di vita, noi, cui non si offre immagine di quiete meno la morte? Potremmo noi distruggere l'atto di quelle poche anime immense, che afferrando il secolo in che son nate gli aggiungono il proprio moto, e il secolo concitato si affretta precipitando al suo fine? Rinnegheremo noi le passioni, che pur sempre ci agitano irrequiete al bene ed al male? Dove  la forza che valga a tanto? In Dio solo, perch sono opera sua, e le ha poste nel cuore dell'uomo, cui vivono eterne, indivisibili, compagne della vita, e muoiono con esso. - 
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Poich le passioni si spengono nell'ultimo sospiro, e queste, pur sempre agitandoci, al bene e al male ci spingono, ufficio degno d'un pensiere divino  quello di frenarle, e di escludere, per quanto  dato, la vicenda del male. L'argomento della ragione, e l'esperienza del passato, dimostrano unico mezzo a tanto conseguimento l'educazione; la quale, facendo conto delle passioni come della parte pi viva dell'uomo, e capace di qualunque impressione, ne trarr l'effetto migliore, o il men tristo, col dirizzarle, per quanto  possibile, a segno lodevole. E se molta parte di amore alla patria  dire il vero quando le giova, (e a dirlo ci vuole pi grande animo che a sentirlo,) cos chiunque abbia fiato di senno e di pudore confesser primo bisogno dell'Italia nostra l'educazione, e vergogner palpare l'ignoranza dei suoi, lo sconforto degl'invidiosi, e far voti, e dar opera, perch al male venga posto efficace e pronto il rimedio. - A questo fine verranno, laddove cospirino santit d'intenzione, e vicendevole aiuto di liberali ingegni, e sar bella di bellezza italiana l'impresa di riedificare la mente colle ingenue dottrine della sapienza. - E perch manifesto indizio di amore alla patria  il non disperare di lei nell'ora che gli avversi eventi la premono, cos negli animi intemerati e gentili vive una forza che gli conduce a sperare. - Certamente gemono delle sue poco liete vicende, ch andrebbero beati a vederla fiorente per belle discipline, e ornata di cortese costume, e gloriosa; ma nel gemito vive una forza che li conduce a sperare. Indarno si affannano i prudenti a gridarci che la speranza schiviamo, essendo tale un inganno che accompagna l'uomo da mattina a sera; a noi ricorre eterno il bisogno di quell'affezione, onde si allegrino almeno d'un fiore le spine della vita, e il pensiere dell'illuso mortale ponga un sorriso ov' pianto perpetuo. Ben  vero che ne' pochi giorni del nostro pellegrinaggio, aspirando noi nel fuoco del desiderio a uno stato felice, ci balenano all'anima mille illusioni di aspetto vaghissime, ma fugaci come il momento che le ha create; tuttavia nel cammino della vita stanno alcune speranze, che non sono al tutto illusioni, e rispondono al cuore, e alla mente, e lasciano in ambedue la traccia di un conforto che dura, e, dove le governi la sapienza, si convertono spesso in certezza. E porge speranza di s fatta natura il giovanetto crescente negli anni. A questo bel fiore il cielo arride benigno, e lo chiama alla vita; se non che sventuratamente un verme lo rode, onde egli appassisce e muore sul cominciare del brevissimo giorno, che i fati gli concessero. Da cui muove la colpa, che la pianta non germogli e non cresca felice? La colpa  del nostro volere, perch nell'educarla ci siamo sviati da quella traccia costante, che i fatti segnarono nelle vie del tempo. Leggete i documenti del tempo: chiudono una sapienza quasi infallibile, e a cui ben guarda il passato ministra le misure del presente. Le storie che raccontano la vita dei popoli non dimostrano fondamento di ogni bene ordinata societ la pubblica e liberale educazione delle tenere menti? E narrano, che il giovane sorgesse prode nelle battaglie, savio nel consiglio, e onesto nella vita civile, e consolasse di onore e di gaudio l'ultima et dei padri cadenti. Ma le storie descrivendo le forme degl'istituti, pe' quali un popolo saliva in potenza, e in perfezione di civilt, tra queste non annoverano mai - n gramatiche, che consumano gli anni e i volumi a farti povero del primitivo ingegno, e cattabrighe, e per un fuscello d'alfabeto bestemmiatore della grandezza del Genio; - n rettoriche, che gl'indefiniti movimenti dell'anima confinano in certe regole, le quali ti prescrivono di lavorare gli affetti come un fuoco d'artifizio, e soffocano in te quell'intimo senso di natura, che ritrae le immagini vergini e schiette come le cose, onde pi non ti splende il vero, e il sentimento e l'intelletto pervertito piegano dinnanzi al simulacro di vane e codarde passioni; - n mitologie, che una volta vissero colle nazioni; poi con esse giacquero spente e oggimai, coperte dalle tenebre di un tempo troppo lontano dalla memoria, affaticano senza frutto la mente, o non le presentano, che nudi fantasmi degli umani vaneggiamenti; - n filosofie, che si smarriscono per entro ad infinite ricerche, e di rado trovano il vero, e pi di sovente un nuovo lato dell'incertezza, per lo che fanno temere che alla mente non sia concesso nemmeno il riposo d'un delirio solo, ma che un destino la danni ad avvolgersi del continuo per l'errore, o a cedere alle larve del dubbio, che di tutti i dolori  il soverchio, perch, avendo variet di moti e di forme infinita, non subisce le leggi dell'abitudine, e dura perenne; - n gente che fa professione di spegnere quel raggio d'intelligenza, che tutti pi o meno dalla Natura sortimmo, e cava il fumo dalla luce, come disse argutamente un antico, e si arroga un nome venerato, e lo porta in pace. Chi ha tracciato l'orme della caduta di un popolo ha veduto la corruttela dei costumi, e l'annientarsi della potenza, andar di pari colle scuole dei retori e dei sofisti; chi ne ha seguito il volo nella grandezza ha veduto da pi alte sorgenti derivarsi il pubblico bene, poich in quella rara felicit di tempi le cattedre e le accademie non dettavano servit di sistemi, imponendo allo spirito umano di vestire una forma sola e costretta, n pi muovere un passo; ma il savio, studiando i bisogni e l'indole del proprio secolo, a quelle norme conformava le patrie istituzioni. E l'Amore e la Sapienza guidavano la mente giovanile su l'universo, e quella ne ritornava assuefatta a vedere le cose di per s stessa, e come sono, gi come vogliono i libri, o i parziali interessi di chi ti ammaestra, e secondo la variet delle tempre avvenire, che variamente giovassero allo stato sociale, perch ognuno interrogando il suo genio a quello sacrificava. E l'Amore e la .
Sapienza, dandosi mano scambievole, imprimevano nei giovanetti l'esempio degli aurei costumi, e il moto delle larghe passioni, tra le quali sorvolava l'affezione del luogo, ove apersero gli occhi alla vita. Quindi vedevansi miracoli non d'individui, ma di nazioni intere, e i Romani educati nella spada e nell'amore della patria vincevano il mondo. - 
Il sacro ufficio di separare il pensiere dalla polvere spetta a poche anime elette, incontaminate, che lo spirito di Dio volle suscitare per ammenda all'umana creazione. E le poche anime elette parlino ai giovani, e facciano loro sentire la virt come bellezza e necessit dell'anima nostra, e gli spingano al desiderio di vivere oltre la morte; parlino ai giovani, ed essi risponderanno co' palpiti di un cuore caldissimo di vita e d'inquiete passioni, germi di gloria, o d'infamia, secondo il segno a che miri; e dieno meta lodevole all'inquiete passioni, concitando il fremito delle antiche memorie, non perch dormano sulle lusinghe dell'ozio e dell'inganno, ma perch ne traggano affetto d'onore, incitamento alle opere magnanime, e gara di vincere il grido dei tempi trascorsi. E noi liberali esercitando la mente, pi non sar che lo straniero peregrinando le belle contrade prorompa all'oltraggio, vedendo il pensiere indipendente da qualunque vicenda, e a buon diritto, ch forza alcuna nol pu sottomettere, meno la nequizia del proprio volere. E noi liberali esercitando la mente, adonter lo straniero di ridere su le miserie dei prostrati che gemono: poich se l'un popolo sale, e l'altro discende, non sappiamo noi se debbasi riputare in tutto opera umana, o legge che si diparte dall'ordine di questo universo, o cieco moto di Fortuna; e, posto ancora che l'uomo sia nato alla guerra e alla morte dell'uomo, cessi l'insulto, e pianga invece questa necessit di guerra fraterna, da che alle immense sciagure non possiamo dare che il pianto; e tremando aspetti lo alternare delle sorti, da che non  stata nazione, per quanto si voglia potente, che nella sua giornata di secoli non abbia segnato l'occaso. E lo straniero peregrinando le belle contrade levi la fronte, e ammiri splendido pur sempre di bellezza immortale questo cielo italiano, dove un giorno nell'infanzia delle moderne societ spuntava il Sole della scienza a salutare del suo raggio l'Europa; levi il pensiere, e ammiri come gli abitatori della bella Penisola tra le ruine del tempo e degli uomini si resero degni pur sempre cogli atti dell'aere felice che spirano. - Niuno pronunzia il nome d'Italia, senza che non gli sorga dinnanzi l'immagine d'innumerevoli glorie, e la rimembranza che in lei non  spanna di terra dove non abbia calcato l'orma un eterno: ma noi finora non fummo Italiani che per legge di suolo; in questo suolo molte generazioni sorsero, stettero, e caddero, ma silenziose, perch nude di liberali istituti non lasciavansi dietro grido di fama, o durata di monumento che le attestasse ai futuri. La terra sola, poich serba le ossa dei trapassati, potrebbe dirci come qui sieno vissuti degli uomini. 
O nostri concittadini, sosterrete voi dunque, che dispersa erri la parola di pochi animosi, senza che neppur le risponda la voce d'un eco? Forse la solitudine dell'anima  muta eternamente, come quella della morte? Imprendete a rigenerarvi; e state forti al sublime proposito, n vi smuova l'invidia, o l'ambage della falsa ragione: - a voi basta il volere, e il volere  massimo elemento della potenza; - innalzate gli spiriti a pi splendidi obbietti; - accogliete e nudrite nell'anima generose illusioni, - n cercate spregiarle, estimando per questo di tenervi alla parte del vero: - forse tutta la vita non s'intesse che di codarde e di generose illusioni! 
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CENNO SULLA LETTERATURA. 1829. (7) 
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Dant animum ad loquendum libere ultim miseri. 
LIVIUS. 
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Quando l'inevitabile avvicendarsi dei casi assegn nei secoli uno spazio al delirio della potenza abusata, la notte giacque lunghissima sul genere umano, velando il sereno di quanta luce accolse la mente degli anni antichi. E allora la terra non sopport, che l'insolenza del forte, e la vilt dei caduti; e le turbe abbandonate alla rabbia dei supremi bisogni, al gemito delle arcane paure, altro non seppero, che d'esser venute a soffrire, e morire. E allora, fugate le illusioni, la vita rimase senza perch, e l'arido pensiere sarebbe corso al suo primo niente, se Dio nol frenava colla pazienza. Le passioni del forte si chiusero nel disprezzo, quelle del fiacco nell'odio; e allora il ministero dei sensi gentili pi non fece tremare la povera creta del celeste suo brivido, e l'amore, ultimo, e quasi ombra, intervenne agli affetti, e la piet, dolcissima tra le corde del cuore, tacque disarmonica. E quei tempi stanno come lacuna dell'intelletto, perch l'uomo non visse, ma veget materia armonizzata nelle forme, e gran merc se per sempre non ammut nel silenzio delle fiere.
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Ma l'anima  cos mobile, che i maligni mai non la fermeranno ad un termine, e forza di creatura non potr sperderne il soffio, se prima a s nol ritiri chi lo diffuse per l'eterno universo. Combattuta e stanca, un tempo l'anima cade; ma l'ala inquieta del desiderio la rileva, e compensa in velocit di movimento ci che per lei stette perduto nella inerzia passata. L'anima sort per essenza la necessit del progresso; e la necessit non ha legge, perch  la suprema delle leggi; - per quando il suo cenno percosse i prostrati, e disse loro di sorgere, la gioia di un bel giorno vest la faccia al creato, e la freschezza della vita nuova spir sul deserto, e ogni atomo della polvere umana si converse in eroe, e dappertutto invase un impeto di giovent, un'esistenza di spirito, un fremito di pensieri nati nell'Infinito.
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Ma per risorgere dagli umili eventi, l'anima us di un mezzo costante, e fu la sapienza. La mente  molla dell'ordine umano, e dove ella non sia cresce il pianto dei mortali. Ma perch la sapienza  concento di occulte potenze, a mostrarsi l' d'uopo una forma, n altra pi le conviene, che la bella Letteratura. I professori di scienze misurate scompagnano dalla sapienza le Lettere, estimandole a guisa di fronda leggiera, o come vaneggiamento d'infermo. Ma finch saranno il linguaggio della bellezza, gli uomini non potranno averle cos di lieve in dispetto. Un altro consiglio, stringendo in alleanza l'utile e il bello, confuse in una, e fece divine le arti della mente e del cuore. Sciogli quel vincolo, n l'una, n l'altra domeranno sole l'indole nostra.
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 verit, che posa in una tradizione coeva alle famiglie primordiali del mondo, poich narra, che il savio dei tempi lontani, prendendo a condurre i suoi fratelli di carne dalla feroce esistenza animale a vita men disonesta, si accrse ben tosto non bastargli all'impresa l'unico risguardo dell'utile; quindi medit pi profonda idea, e il savio invoc la Bellezza, e la Dea mite alla preghiera lo sovvenne del suo sorriso, e le razze umane amabilmente lusingate accolsero meno ritrose il dettame della sapienza. L'uomo  composto di poca ragione, e di molte passioni: per, se la visione del senno vuol essere umanamente applicabile,  mestieri che si renda sensibile coll'ardore degli affetti, e coll'evidenza delle immagini. .
Le passioni hanno ribrezzo dell'ignudo sillogismo; questo non fa buono che alla gente di toga, e forse n anche a lei, ma non ha coraggio di dirlo. Le passioni, bench sovente amare di grave sventura, sono il bisogno e il desiderio dell'uomo. L'uomo anela furiosamente alla vita; la vita non si sente, che per passioni, e va calcolata a misura della loro profondit. Lontana, e quasi spenta ti si affaccia l'esistenza in quei giorni, che non ti aggira il vortice degl'interni sentimenti. E allora ti vince lo spregio di te, e de' tuoi simili, e ti coglie il fastidio del bene e del male, e il pianto e il riso ti eccitano ai medesimi sensi, n il pensiere sapendo dove chiuder l'ale, e posarsi, bestemmiando chiama dai cieli la distruzione. Talch tu aborri per istinto il vuoto, e la noia della quiete, come pegno di morte anticipata, e ti affanni dietro all'alterno travaglio delle affezioni, e col desio rispondi al cenno di mille fantasmi ridenti, tanto che men tardi si sfiori la giovanezza dell'anima, e il tempo per meno aspra via ti conduca alla giornata dell'ultimo dolore.
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Ma la plebe mortale ha di per s stessa perfetto il sentimento della vita descritta? Come murmure d'abisso nelle viscere umane freme rovente la passione, ma indistinta e compressa, perch i pi non hanno modo di svolgerla, e dirizzarla al segno cui tende; e quando prorompe non sa l'uscita, e si consuma nell'ansia, ma non ha subbietto. Stanno le passioni nel cuore, come gli elementi nel caos; aspettano la voce di Dio, che scenda a comporle in armonia d'universo. E scende la voce del Genio, e le interroga, le solleva, e le guida, e il cuore fruisce la pienezza della vita esercitata. E mal si trascurano, e sta all'alimento di che le nutri vederle scintillanti di gloria, o dense d'infamia, far che una gente benedica, o pianga. Se l'uomo abbia, o no, da lodar nessuno per questo dono, ci pensi chi vuol saperlo; intanto sono inevitabili; e tu potresti meglio dividerti da te stesso, che da loro. E quando l'ipocrisia degli Stoici tent fermare nell'anima umana la foga di tanta corrente, la continua oscillazione della gioia e del dolore, le ricette non valsero, e quella impostura era troppo inumana, perch trovasse terreno dove allignare. L'anima consiste sol nei suoi moti; la mente li pu governare; e la buona Letteratura porge alla mente i mezzi di venire al suo fine.
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O Lettore, perch io non amo gli scrupoli, odi la mia confessione. Quanto ho gi scritto, e quanto sta per venire, se il lavoro non mi si muta fra mano, vorrei, che avesse cera di discorso. Se bianco o nero, tel dir la coscienza: a me non ist bene dirne cosa n pro, n contra. Pur questo mio discorso, o bianco o nero, o un po' bianco e un po' nero, in fondo in fondo potrei giurare, che non sar mio. - E non  molto, che vennemi voglia di leggere quanti scritti mi capitavano a mano di Niccol Ugo Foscolo. E lessi attento secondo la mia capacit, e vorrei che il profitto corrispondesse al diletto provato leggendo. E i detti, i pensieri, e le immagini del singolare scrittore, mi fecero nel cervello stampa siffatta, che mi prese l'ispirazione della presente diceria; altrimenti non ci avrei pensato dalle mille miglia. Dunque, se ci trovi un filo di buono, non perder tempo, e dnne merito a quel Grande; ma se la cicalata merita l'anatema, serbalo intero per la mia testa, tanto pi che essendo leggiera un peso le far bene. Vedi, io non voglio ingannarti, e nol potrei volendo, perch, se la Natura mi fece corto, potrei fare, e fare, e bene anche aiutarmi con quella striscia di volpe onde  listato il cuore dell'uomo, ma in somma rimarrei sempre corto; e gli uomini indipendenti mi scoprirebbero, e allora avrei per giunta l'impostore. Perch io poi mi sia indotto a presentare cos rattrappite le maestose figure del Foscolo, la ragione te la dir un'altra volta. .
Anzi, se devo dirla, considerai, che nessuno fra gl'Italiani diffuse come il Foscolo luce e calore di sana filosofia sull'indole e sulle vicende delle Lettere nostre. E stimai, che mal non sarebbe a mettere in vista alla Italia, pi che non sono, i dettati di quel valentuomo. Gi delle opere sue non ci  corpo; ed  per tutti i conti un peccato; e per averne una strappata  forza fiutare a tutti i quattro venti, e di questo il perch tel direi daddovero, se sapessi come trovargli un posto in queste carte; ma tali perch son conformati in maniera, che non sanno tener fermo un momento, e dalle carte spariscono. E credo di pi, che, oltre al disagio di procurarsi le mentovate scritture, fin qui la gente italiana non ci abbia badato gran fatto, essendo un bel pezzo che la gente italiana mette ogni suo pensiere nel non pensare a nulla, e questo fa per amore di chi gliel comanda. Platone e Aristotele si fecero largo tra di noi, sebbene fuor di stagione, mediante la coda lunghissima dei commenti. Io commenti non faccio, perch non ho per anche commesso s gravi peccati da scontarli con tal penitenza; ma dire un motto o due non mi spiace, se non altro per dimostrare, che sono anch'io fra gli animali parlanti: e che direste, se mediante un mio cenno, o di tal altro povero diavolo, il caso permettesse che le dottrine del Foscolo si facessero pi popolari?
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E non ridete, ch in capo all'anno il caso ha per lo meno sei mesi di governo nella nostra famiglia. Chi pertanto potesse spiccarsi un istante dal suo interesse, e mandare un riflesso d'amore alle cose che gli stanno d'intorno, tenga prediletto il Foscolo.  il primo fra i rarissimi Italiani d'oggi che pensano a modo loro; ed ebbe spirito sottile d'indagine, e fiorente immaginazione, e concetto e stile originale, e gitt in Italia i primi semi della prosa poetica, e fu tanto amico a ci che aveva sembianza di verit, che per farne professione pi aperta abbandon la terra materna, e lasci l'ossa nel sepolcro degli stranieri; e se l'atto vaglia, o non vaglia, il dicano coloro, che seppero a prova di quanto affanno sia grave il sospiro lontano dell'esule. E chi vede un barlume del futuro, dica quando potremo riscattare quell'ossa, e far loro le feste funerali. ? 
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La possibile perfezione dell'umano incivilimento, ufficio solenne, ed inerente alla dignit dello spirito,  base in un popolo di verace Letteratura. Di questo incivilimento la opinione arde divisa fra due partiti, e dall'uno sta la speranza, e il moto larghissimo onde son concitate le moderne societ; dall'altro gli argomenti del passato. Che ad ogni cimento di generoso disegno abbia a rispondersi colla parola impossibile, non mi riesce a crederlo. Ai fatti pur troppo va dato conto, perch in essi giace la storia dell'uomo, e vorrei disperare delle sorti future, se ogni fatto fosse un destino; ma i pi spettano alla stoltezza, o alla volont maligna; e queste, se non si possono struggere, almeno si temprano. N da ogni fatto del mondo d'oggi parmi consguiti lo sgomento, se pure  vero, che l'universo non  tutta una somma di mali; e chi si stringe singolarmente a piangere, o a ridere, ha la met della ragione. I filosofi mal non farebbero a speculare pi addentro la questione, - se la serie degli eventi passati possa del tutto dedursi in certezza di teoria, e farne immagine all'avvenire. .
Affermeremo noi, che quanto sappiamo del passato sar l'andamento costante del genere umano? La terra ha sostenute molte e gravi rivoluzioni; numerose orme sociali andarono a celarsi per sempre nella mina dei secoli; e chi potr giurare sulla natura delle cose immemorabili, dacch n larghezza di genio, n infaticato desiderio di scienza, hanno saputo riconquistarle all'oblio? Nello spazio l'umanit certamente ha disegnato un gran quadro, - ma forse la memoria ne serba appena una linea, - e chi dei mortali grider: - io ho misurato il possibile? - La natura dell'uomo  poi tanto indomita da concederla tutta all'impeto disperato del male? I dottori d'ogni setta consentono a dire, che l'abitudine  principale elemento dell'indole umana: or l'abitudine fece sempre dell'uomo il supremo, o il vilissimo degli animali, secondo il principio da cui si mosse. Cedere d'altronde a troppo larghe speranze non  buono, perch poi la delusione fa gemere di soverchia amarezza; rigenerare i primitivi destini dell'uomo non  da noi, perch sono un pensiere della eternit; stringere i mortali in una famiglia di fratelli, forse  un sogno dell'amore, perch, se non esiste uguaglianza di condizioni, manca la pietra angolare dell'edifizio: e dov' la mano potente a bilanciare le eminenti differenze, che hanno aspetto e titolo d'ingiustizie, e forse saranno?
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La Natura vuol reggersi a governo aristocratico, e la Natura vuol ci che vuole: ond'ella tram le sue fila in maniera, che a pochi dava la dote invidiata dell'intelletto, a pochi la bellezza, a pochi la fibra dello squisito sentire, e nelle ricchezze concentrate dell'uno segnava la povert delle migliaia, e la potenza di un popolo espresse il niente d'un altro, n tu spesso puoi ridere se un tuo fratello non piange. Tutto questo ha nome d'ordine; - una forza  di certo. Se la Natura abbia torto o diritto, altri ne giudichi, - io nol far davvero; perch l'hanno predicata gelosa dei suoi segreti, e quando si ostina a celarsi, n preghi, n torture, n impronti, la scuoprono. I pi tuttavia la dicono savia, e provvidente; ed io concorro alla fede, n mi giova penetrare pi addentro.  stile antico adorare ci che non comprende la mente; e il dominio della curiosit affann pi anime immortali, che tu non pensi. Per la sventura non  in tutto decreto del caso; ella in qualche parte  pianta educata dalle mani dell'uomo, e spetta alla Morale distinguere i mali immutabili, e quelli provenienti dalle nostre pervertite potenze. Il desiderio aspira pressoch all'Infinito; pur molti de' suoi voti si possono sciogliere. Le leggi, donde tanta parte dipende del bene comune, sono capaci di generose riforme; molti diritti si possono conciliare col fatto; per altro bisogna farli profondamente sentire; e cos sentiti si ottengono. 
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La virt del sentire  di Natura; quindi si smarrisce, ma non si perde; e le buone Lettere la desteranno dove fu dalla forza e dall'errore sopita. Quando Dio spir anima, gl'Italiani ne bevvero il primo fiato; per le buone Lettere faranno in essi mirabil prova, da che la fecero in altre nazioni secondo l'indole, e i casi. Ma perch la civilt metta salde radici, e doni alla terra gentile - ardimento, e vigore d'anima nuova,  mestieri che la Letteratura abbia spirito animoso, e pubblico intento, e spregio delle vane apparenze, e amore veemente di gloria. Dopo le spade giovano a maraviglia le generose Lettere esercitate. Il costume corrotto  geloso, e grida offeso di nulla; ma chi sente la virt del pudore, e dell'ira, tenga lo strepito a vile, e percuota la corruttela di biasimo acerbo. Il biasimo non  una gioia, a meno che tu non sia corredato di quell'aurea imbecillit, onde per molti l'esistenza non ha n spine, n fiori; e per amor proprio, e del prossimo, contristati i cortesi discendono al biasimo; ma la lusinga o il silenzio danno baldanza alla colpa, e pi largo le schiudono il campo; per chi non teme aprir l'animo suo, usi la dote rarissima, e scuota i pensieri trepidi della vita. La vita  infelicemente breve, e chiusa spesso dal vituperio; la posterit non  cortigiana; n dalle adulate libidini vien premio, che basti alla infamia; e il suo rimorso  la febbre della vecchiezza. Le Lettere saranno utili e generose, finch non abbiano barriera, e tengano all'indefinito universo. Per chi professa il pensiere guardi l'universo. Un potente l'ha fasciato di tenebre; ma l'arguta vista del Genio spiando in seno alla oscurit faccia tesoro di quante scintille la solcano, e sprezzi il cerchio misero dei sistemi. L'anima non  anima fuorch nella libert dello spazio, e i sistemi hanno l'angustia, e l'errore, perch ognuno di essi leva stendardo pel s, e pel no; e il s, e il no, albergano con tanto equilibrio di forze la testa, che l'uno non vale a cacciar l'altro, e darle riposo.
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Le arti della mente son creature del cielo, donde scesero vergini consolatrici al mortale; quindi non piegano sdegnose a prepotenza, o a mercede, e quanti si accostavano contaminati a quelle ingenue gemendo si ravvidero di avere invece abbracciata una larva sozzissima. E chiedono sacrificio illibato, e, se a voi non incresce l'inclito esempio, ascoltate con quanta venerazione Niccol Machiavelli si preparasse a nutrire l'intelligenza. - "Venuta la sera, mi ritorno a casa, ed entro nel mio scrittoio, ed in sull'uscio mi spoglio ... e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, ch solum  mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, e domandare della ragione delle loro azioni, e quelli per loro umanit mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povert, non mi sbigottisce la morte: tutto mi trasferisco in loro." - E Niccol Machiavelli scrisse argutamente di prudenza civile, e di storia, con dignit pari al subbietto. I suoi pensamenti talvolta sanno d'acre sapore; ma se pot pi che altri conoscere da vicino la razza che ha nome d'umana, per compiacerle non dovea travedere; e se scrse, che l'uomo vuole, o dev'essere eterno giuoco dell'astuto e del forte, la colpa non era sua. Scrisse come vide e sent, senza badare al grido delle offese passioni, e riusc modello di virile eloquenza, e di spregiudicata filosofia. Molti l'hanno maledetto senza leggere, molti l'hanno letto senza intendere, e gli uomini di peso l'hanno sentenziato maestro della tirannide. S, - ma intanto pi volte sostenne i tormenti pel delitto di aver voluto reggere una patria cadente, n patteggi colla Fortuna, e il raggio di tanto senno si spense nell'abbandono, e sotto un povero tetto.
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La mancanza di una patria Letteratura non  cosa di s poco momento, come stimano molti. Le Lettere stanno agli eventi, e sono lo specchio delle sorti di un popolo. Nel trecento ebbero in Italia tanta grandezza di origine, e cos largo moto, che se gli anni dipoi, corrispondevano a progresso adeguato, oggid forse avremmo siffatta Letteratura, che le altre d'Europa vergognerebbero tentarne il confronto; e fu veramente secolo d'oro, non pel fracasso che mena il buratto della Crusca, ma perch le passioni del tempo avevano movimento spontaneo, e lo scrittore, ispirandosi al genio dello stato sociale d'allora, esprimeva riti, costumi, e tendenze, con forme ingenite a quanti avevano anima italiana nel secolo decimoquarto; e riusciva simbolo profondamente morale del popolo, e della et. Le condizioni nel quattrocento duravano con poco divario propizie allo spirito; ma la scoperta dei codici antichi gli di maschera greca, e latina, e il vivo incivilimento popolare si arrest, se pur non rifece un passo alla barbarie. Le armi di Carlo V, e un groppo d'altre tirannidi, domavano il cinquecento; - alle menti era nume il terrore. Nel seicento il servaggio ingagliard per abitudini, e per giunta la follia pred senza interregno quei cent'anni sul cervello dell'uomo. Finalmente l'ultimo settecento sveniva di languore. Certo, il Genio d'Italia ardeva quasi sempre nelle tele, e nei marmi, e nella magica combinazione dei suoni, e cos rese care e divine quelle forme della bellezza, che ne sospira in eterno l'invidia degli altri popoli. Certo, nei due secoli a noi pi vicini una mano di valorosi si spinse nelle scoperte delle scienze positive; ma pochi hanno modo o volont di battere il sentiero delle speculative astrattezze, mentre nacquero tutti alla violenza del pianto e del riso, tutti hanno un cuore, che il Grande pu commuovere d'immenso moto, perch la parola del Genio chiude virt operatrice. I tempi non erano scarsi d'ingegno, anzi da ogni parte sboccava; ma i tempi erano cupi, e sfiduciavano.
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Mancava il coraggio, e credo fermo, che l'ingegno e il coraggio continuati nel grado supremo della loro potenza formino il Genio, creazione tanto rara e miracolosa, che la Natura par ne rimanga spossata, e cerchi il riposo degli anni lunghissimi. Mancava il coraggio, e i meno corrotti non osando provocare, n volendo prostrarsi, tacquero nel dispetto, mettendo appena in comune i bisogni, e lo sprezzo; i tristi affatto, ed erano i pi, a scuola di Tiberio scambiando in calcolo il sentimento, aiutavano la vilt di un popolo, che ogni d sempre cadeva in basso. 
Quei dottori non seppero esistere per la societ dell'epoca loro; quindi pensavano ai morti, quindi allagata l'Italia di erudizione di ogni specie; ma il popolo in mezzo a tanta copia stette digiuno; e quei dottori, spregiando scaldare della vita nuova gl'inanimati fantasmi del tempo antico, mostrarono come la Vanit al pari di ogni altro idolo possa avere sacerdoti, e sacrifizi, e lunghezza di religione. Restano ancora le migliaia dei volumi, e se la farragine fosse misura di scienza potremmo chiamarci contenti; ma una lucerna a mezzogiorno non troverebbe in essi il perch abbiano veduta la luce, - il nodo che lega l'opera all'uomo. E tu li puoi leggere; - ma  tutt'uno, - non giovano n ai malati, n ai sani.
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I pi vennero fino a noi parassiti di fama sotto lo scudo del bel dire, e in ci sieno a bell'agio maestri; - ma non insegnano il pensiere; - e se il pensiere non raggiasse fra mezzo alla polvere sollevata dell'uomo, chi vorrebbe essere un uomo? - Scrissero oziose rime d'amore non sentito, e prose cortigiane; pugnarono per la barba di Aristotele e di Platone, e le orgie grammaticali assordarono sempre le orecchie; ma il Vero pi non ebbe sacra la mente, le opinioni pi non ebbero indipendenza, e alla lingua rimasero lascivie, e precetti di vuoto frasario, non eleganza, o vigoria di stile; perch, se l'anima non d moto alle parole, stile non viene. La poesia, aura spirata all'anima umana dal cielo pi bello, fece dediche; ma non accolse in onore le ultime scintille della virt cittadina, non santific il sangue caduto nelle battaglie ultime della patria. Si svolsero poche delle tante pieghe, ond' gaia la veste della Bellezza, n fu composto dramma, e romanzo, o dettato di socratica filosofia, a nutrire di cibo soave la ragione, e il sentimento.
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Quantunque la Bruttezza si ammanti gelosa da capo ai pi, uno spiraglio rimane, e il tardo raggio degli anni vi penetra a illuminare le generazioni. Quei secoli ebbero anticamere di potenti, e letterati di mestiere in ogni via del sapere, e accademici Oziosi, Umidi, Oscuri, Apatisti, Cruscanti(8); e il collegio degli Arcadi popol de' suoi pecorili ogni cantone della bella Penisola, ma n avidit di stipendio, n romorio di ciancie avvicendate, n nienti rappresentati in volumi, fecero mai la gloria di una nazione. E se pochi sovrastano immensi nella solitudine di quattro secoli, venerate la fiamma del Genio Italiano, che rompe caldissima traverso le guerre intestine dei mal divisi talenti, e le lunghe vendette della fortuna. Ma rammentate ancora come quei Grandi, perch non vollero acquietarsi alla inerzia, o sentire tepidamente, assaggiassero la povert, la calunnia, il pugnale; ed ogni secolo pu vantare una vittima illustre data al deserto, o al patibolo.
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Forse non  anche suonata l'ora da sollevare il velo, che la paura e l'ignoranza hanno tramato sulle molte cause, onde fu morto lo slancio della Italiana Letteratura; n io ho spalle da tanta fatica. Pure alla nuova impresa non mancheranno, confido, uomini liberali, che dell'acume si valgano a scernere il bianco dal nero, e le Grazie chiamino a compagne del viaggio, perch tratto tratto s'infiori l'aridit del cammino. Ma se dei tanti guai dovessi pur uno additarne, ultimo fra questi non conti l'Italia la Critica.  scienza, che ritornata legittima merita lode, e non biasimo; ma, come venne esercitata finora, fece danno pi che non credi. E fu manto, che coperse la vanit di mille e mille nati al silenzio, e mai non ebbe consistenza di proprii elementi; stette dietro all'opera, e appartenne alla mente come al fuoco la cenere.
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Arroganza ebbe sfrenata; e le sue spine crebbero sotto l'orma del Grande dovunque ei la mosse, senza avvertire, che le arti vanno in progresso, o in decadenza, per gli alterni destini, e per l'atto di chi le esercita, non gi per chi ne discorre. Chi  potente sol di discorso sta a vedere, e gran che se gli riesce appieno osservare il moto dall'alto in basso, o viceversa, dello spirito umano; - ma l'atto  creatore di quel moto. Il Grande  sostanza libera, e trasvola per mondi invisibili; - il mortale ordinario legato alla sua poca terra non pu gridargli in coscienza: - tieni a manca, o a dritta, - perch la vista ha cos corta, che i tetti le fanno inciampo. E allorch il Grande evoca dall'anima profonda la maraviglia del suo concetto, e quella sorge immagine dei cieli, se un'ombra leggiera in qualche punto l'offusca, tu, o critico, non gridare malignando allo scandalo. - La malignit  missione disonesta, ed inutile, perch in essa ognuno pu levarsi a maestro; - guardatevi il cuore, e poi dite se non  vero. - Non gridare allo scandalo, e gemi, se hai tanta virt, sull'indole umana; pensa, che il Genio del male ha posto un tributo su quanti si alzano alla vita; pensa, che il grande  franco in gran parte di quel debito, e tu per pagarlo forse non basti tutto. - I dottori millantano, ma non sanno rivelare il segreto della potenza, perch l'arcana Natura non decret positive e comuni le arti sublimi del pensiere, ma le volle a quando a quando rappresentate nell'ente singolare. L'interesse  il primo impulso delle nostre umanit; - se i dottori sapessero il segreto della potenza, mettendosi in petto la lena che lor manca, farebbero forti primamente s stessi. Per altro non si convinceranno giammai, e va bene, ch se gittassero la presunzione rimarrebbero nudi, e la verecondia per loro  veste cos leggiera, che patirebbero freddo. Quindi in ogni via dell'intelletto si  levato un sussurro d'anime sottomesse, giurando avere in mano i materiali da fabbricar l'uomo grande. I materiali son battezzati col nome di regole, e queste desunte da opere pertinenti a societ sfumata nel nulla per dar luogo a nuove famiglie, a nuove tendenze di passioni. Una forza consumatrice ha disperso tutto da quel catechismo, tranne i forami del tarlo; ma pei dottori  tal merce, che senz'essa andrebber falliti.
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Le lanterne spente non fanno lume: - eppure uomini parlanti, cui dicesi fatta la parte della ragione, pretendono all'incontro. Le lanterne spente non fanno lume, e a dirlo oggi fa poco frutto, perch noi non sappiamo scorgere il vero che nel passato; ma quando nuovi pregiudizi sottentreranno ai presenti, e apparir snudato l'errore vecchio, Dio ci salvi dalle risa del mondo d'allora. I dottori non hanno avvertito, come la societ ad ogni nuovo moto che faccia, trovi provvedimenti contemporanei, n possa ricorrere ai secoli morti, tanto pi che sovente il Diritto d'un tempo fa il Torto d'un altro. La societ si muove per Natura, perch nulla ha effetto contro Natura; e quando questa consente a mutare di aspetto, ministra i mezzi alla esistenza delle nuove forme. I dottori non hanno avvertito, che la mente concepisce in ragione soltanto delle proprie forze; per le regole tolte dall'opera altrui.....(9)  una emanazione purissima dell'anima, e un'anima non ha veramente legame coll'altra, pel magisterio inesplicabile onde ogni mortale  stampato da un'indole separata. Quindi si cercano indarno gli elementi della grandezza al di fuori del Grande; dipendono da lui come il frutto dalla pianta. Il Genio  un pensiere celeste, dotato di quell'immenso vigore, che basta a creare s stesso. L'imitazione fa degli armenti, e non dei Grandi; la libert  anima sola ed eterna dell'intelletto. La Ragione ha battuto sovente all'uscio delle officine rettoriche per venire agli accordi, tanto che scemassero le ostilit contro lo spirito umano; ma i retori non apersero mai; quindi in ogni et quel sussurro di anime sottomesse errando d'intorno alle calcagna dell'uomo grande ha gridato: - o uomo, posa le gambe, e va sulle nostre; - e perch l'uomo per un certo suo natural dispetto, e a motivo delle distanze, non ascoltava il comando, per lui non v'ebbe pi sollevazione. I pedanti mormorando il sospetto nelle camere del potente, e scorrendo i trivi e le piazze, bandivano addosso al Grande la croce.
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Amaro fu il calice, che gli offersero a bere, e la plebe umana, che dipende dalle spinte, persuasa dallo schiamazzo vers la sua parte di fiele in quel calice. Forse la moltitudine, tenendosi al naturale nell'estimare le cose, piegherebbe meno dei critici a sinistra; ma da che i giustizieri delle Lettere si fabbricarono la scanna delle sentenze, le turbe, fatalmente inchine a pigrizia di servit, rinnegarono l'intelletto in mano ai dottori, e non giudicano mai secondo l'azione delle proprie facolt, ma non danno parere di sorta, o si governano colla fama. E la fama anch'ella  matta, o savia, secondo da cui prende le mosse, e a prima giunta spesso s'imparenta agli affetti, e vagheggia la Fortuna, n cos per tempo si accorda colla Giustizia, la quale  conseguenza delle misure, od opera tarda degli anni. - La spanna del pedante non comprende che il pedante: - n aspiri pi alto; - il massimo non entra nel minimo. L'Alighieri, Michelangiolo, Galileo, sono espressioni vicine dell'infinito: i pedanti narrino il  come, il giorno e l'anno, in che vennero a casa loro questi immensi a prendere in prestito quel non so che d'incomprensibile, onde tanto si fecer divisi da noi, che parsi non sarebbero umani, se la morte non gli avesse ricongiunti alla polvere originale. Il pedante  cocciuto, e non cede; ma chi ha la coscienza di un bel talento, e pu di speranze e di fatti consolare una patria, invochi alle imprese una patria, e l'anima sua, n guardi altro segno; e se la guerra degli uomini gli tira a terra il pensiere, ricordi qual pro facesse a Torquato Tasso la varia servit. Al servaggio delle poetiche spettano i luoghi meno eletti del suo poema, alla gramatica spetta una parte della pazzia, che, ultima di tante sciagure, afflisse quell'illustre infelice.
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Il modo letterario, che in tutto si confaccia agli esposti princpi di libert intellettuale,  il Romanticismo. Nol distinguiamo di tal nome per fine di setta, ma per significare una idea. L'arte romantica  il moto espresso dello spirito umano, e simile all'aquila dell'antica onnipotenza romana tiene il sublime dei cieli, e si alimenta dell'Infinito.  l'arte, che ti conduce innamorato del Vero a considerare gli effetti della Natura, e presentarli secondo le impressioni che soffersero le interne potenze, e nella guisa che pi ti riesce propizia;  l'arte, che via via scuopre la sembianza pi vitale della Bellezza. Eterno  il raggio della Bellezza, ma ogni secolo passando lo veste di un colore novello, e il savio l'adora sotto la forma in che splende. La bella scuola visse agl'Italiani nel sacro poema di Dante, nel canto sentimentale del Petrarca. Come dissi poc'anzi, le Lettere nel settecento erano di tanto sfinite, che pareva inevitabile il niente. Al caso piacque il risorgimento; e il Parini ridon casta e gentil favella alle Muse, e Vittorio Alfieri ululava nel letargo dei dormienti la parola della vita, e il Foscolo accolse quella parola nel grembo dell'amore, e l'educ a magnanimo intento. E una schiera eletta d'ingegni intemerati tenne dietro alle grandi orme. E si vendic dall'oltraggio, e dalla trascuranza dei corrotti, il pegno pi sublime che abbiamo di patria Letteratura, la Divina Commedia. In essa trovarono consiglio e mezzo a purificare l'idioma, necessit di un popolo, che muova a riprendere fisonomia propria e distinta. Oggi la Divina Commedia  a noi tutti il palladio dei sensi generosi;  un eco al grido profondamente commosso nella impazienza delle nostre passioni. Corre un detto maligno, annunziando, che le cose andranno a finire col precipizio. I buoni attestano di no. Ma sia come vuolsi, da che l'uomo, o quanto viene dall'uomo, si leva per cadere. Aggiungeremo soltanto, che le ruine della grandezza son grandi, e i monumenti di una forza passata parlano eternit. 
La mente degl'Italiani dorme un gran sonno, ma, perch l'hanno mobile e suprema sugli altri, potranno far violenza, e redimere dagli eventi lo spirito. Agl'Italiani per conviene purgarsi di molti peccati, che scontano in avvilimento, fra i quali lieve non  l'avversione veramente fraterna a quanti fra loro sorgono ingegni felici. E s che le arti del pensiere, modeste come sono, non desiano che lieta accoglienza; - d'altro premio si offendono. A noi par costi troppo cara perfino l'onest di un plauso. E qualunque volta balen il Genio su questa terra, non movemmo voci di saluto, o sorriso di gioia, al richiamo di quel raggio soave; ma tentammo velarlo delle tenebre nostre, e gemendo sulla rosa, che spuntava bellissima, l'avremmo dispersa, se non fioriva immortale, anzich alimentarla nell'alito dell'amore, e pregarlo eterne le rugiade del cielo. E il Genio maledetto da una plebe cui soprastava, - n il fallo era suo, - si consum solitario, e non diremo con quanto dolore, perch ineffabile. Ricorre a tutti mestissimo il pensiere dell'abbandono, e pi che mai all'anima grande nata al bisogno d'invadere l'universo, dove abbia sfogo il moto perenne che l'affatica. E il Genio si consum solitario: - sol quei pochi gentili, che vivono all'armonia riposata del Bello, nell'affanno del segreto desio lo seguivano fuggente per le tenebre umane, come stella caduta dal firmamento; e disperando di ogni altro sollievo invocavano allo stanco la pace della morte. E nella morte il Genio quiet l'ossa, e le mal dome passioni; ma l'odio de' suoi fratelli di carne si giacque con le sue ceneri, a contender loro una preghiera; - e tanto and premio al cortese, che si curv per sollevare la polvere! Vennero i posteri, e, ascoltando fremere d'infamia le ingiustizie paterne, per ammenda sacravano altari, e parole di lode alla memoria della offesa grandezza, - ma vanamente: il tempo aveva scritta la sua sentenza; - l'anima eterna aveva finito il suo gemito; - e la terra ritornata alla terra non si consola della lusinga, n dell'insulto addolorasi. - Gl'Italiani possono essere sventurati, se tanto piace al destino, ma, volendo, non saranno n vili, n ciechi. Antica quanto la nostra caduta suona una rampogna allo straniero, che dal mare e dai monti si affaccia alla bella Penisola, perch lo straniero, visitate le ruine, e riposati gli sguardi nel molle sereno a conforto dell'anima cruda, ritorna alle sue mute contrade narrando la gloria eterna del cielo, e dei sepolcri, - ma dei viventi non fa parola, o parola di scherno.  meritata, o codarda l'ingiuria? Se gli uomini non dovessero perdere in senno quanto guadagnano in prosperit, godrebbero modesti il favore della Fortuna, divinit, che il savio e lo stolto convennero a chiamar pazza. Tuttavia, se ben guardi, l'ingiuria prende eziandio qualit dalla maniera in che i miseri sopportano l'infortunio. Che se lo schiavo non vuol far moto della persona, per paura che il cigolio della catena gli giunga all'orecchio, e giace stupido tanto, che se la vita non fosse un peso avrebbe appena la coscienza di portare una vita, allora l'insulto lo sorprende meritato ed acerbo, perch il cuore e la mente inviliti non gli danno n un pensiere, n una voce alla risposta. Ma se tu palpi le piaghe tue per sanarle, e non per piangere un vano lamento, ma se la giornata del dolore ti pass sul capo senza piegarlo, allora cade ogni protervia della soverchia felicit, e dalla sventura generosa il superbo apprende lezioni d sapienza, e di tremore, pensando che la vendetta non fu mai spenta, perch ha per sede l'anima, e, se il tempo sapeva spuntare una spada, da leggi inevitabili  stretto a ritemprarla pi acuta. ? O Italiani, gran parte del vostro gemito stette, perch amaste con poca intenzione una terra, che a voi si stringe nel vincolo della patria e delle sciagure. Un momento solenne sorger dallo spazio: ma se l'ingegno accorto non veglia ad afferrarlo, trascorre confuso coi giorni dell'umilt. Italiani, amate attenti, e non millantate una patria. La terra vostra  sempre la terra delle memorie; e il Genio eterno agita sempre sovra essa una fiamma divina. La terra vostra  sempre la terra, che un d tolse nome dalla stella pi lieta del cielo(10), e sempre la sospira l'alito delle Grazie innamorate, e sempre  fresca della prima bellezza, perch a Dio piacque suscitarla tra le forme create come l'iride del suo pensiere. Ma doni cos liberali non fanno argomento di gloria allo spirito inerte; da che n la fragranza dei fiori, n l'amabile raggio del Sole, onorarono mai d'un sorriso il cadavere. 
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LORENZO STERNE. 1829. (11)
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Natura il fece, e poi ruppe la stampa. 
ARIOSTO. 
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Dall'amore dell'arti liberali emerge la vaghezza d'intendere i casi dell'ingegno felice, che a noi rese visibili queste figlie di un pensiere divino: ma perch Lorenzo Sterne stette nel creato pi che altro a sembianza di spirito, n degli eventi suoi tu potresti narrare, che il nascimento, la vita, e la morte, e perch di questi a qualunque vento ti volga vedi composta la massa degli uomini, n l'umilt delle doti comuni vuol diritto di storia, - per noi convertiremo l'animo a pi degno subbietto, favellando con breve discorso della Mente di Sterne. 
Se la mollezza del cielo italiano, e la melodia dei suoni, e l'esultanza del paese gentile, che in ogni sua forma svela il concetto del sorriso, sono maravigliose e principali espressioni della bellezza; se i figli d'Italia sortivano tempre armonizzate al solenne linguaggio, qual di noi non vorr di lieve consentire espressione della Bellezza le opere tutte di Sterne? E l'Irlandese le creava cos belle alla nostra maniera, che tu immaginando diresti il suo pensiere educato nell'aure dei nostri sereni, e che al sangue gli corresse mista una fiamma dell'italico Sole. E l'anime che vivono all'anelito di quanto  ispirazione d'una idea immortale, fra quelli scritti segnatamente piegano il desio al Viaggio sentimentale, ai Sermoni, e alla Vita ed Opinioni di Tristano Shandy gentiluomo. Ugo Foscolo, indegno singolare dei nostri tempi, e fresca memoria di pianto ai generosi, si piacque vestir di tal veste il Viaggio sentimentale, che rari sapranno arrivare a quel segno: - e perch i Sermoni mirano a istituti e articoli di fede in parte diversi dai nostri, forse, traducendoli, non avrebbero convenienza universale. Rimane il Tristano Shandy, bellissimo libro, e pi che altri a principio non crederebbe, - e fu meditato nella quiete d'un'anima intatta d'ambizione, di raggiro, d'invidia, e degli altri peccati soliti a visitare la gente di Lettere; per lo che riusc specchio sincero delle nostre umanit, e traverso il riso, e le lacrime, mostra pi lume di tanti, che in tutt'altro modo ritraggono la Natura. Gl'Italiani, per quanto io mi sappia, non hanno del libro bellissimo versione n buona, n cattiva. L'hanno i Francesi; - ma come? Chi non vuol credere, tocchi; - e lui infelice, se dipoi non si accuora dello strazio impudente. Sgradiranno gl'Italiani un lieve esperimento del libro bellissimo? E noi non vogliamo dar loro questo saggio(12) a guisa di norma, o come pegno che un d venga compita l'impresa, - ma perch si levi uno spirito gentile, cui tocc in sorte profonda la sensazione dell'amore, della piet, e del sorriso, e renda per quanto  dato immagine schietta del libro bellissimo.
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N io so dipartirmi da questo attributo, e le ragioni le ho tanto solcate nell'anima, che malamente tenterei manifestarle per via di favella; se non che l'arte impenetrabile, onde i valorosi d'ingegno sollevano il velo delle passioni agitanti la vita, accoglie vigore siffatto, che, per quanto tu abbia l'animo restio, ti doma alla maraviglia; - e se tu hai viscere d'uomo, e leggi la storia di Le Fever, o di Maria, o la morte di Yorick, senza lasciarti andare al sospiro d'una mestissima volutt, che giace misteriosa negli umani precordi, - ma a pochi sommi  dato di suscitare, - allora piangi della anima tua. La sacra scintilla aborr la tua polvere, e si rimase nei cieli; - tu ereditavi pi larga parte di affanni. Chi dir l'angoscia ineffabile del cuore assiderato? L'alito delle belle passioni non vi sovverte, che sterili sabbie, incapaci a nutrire neppure il desio d'un affetto: - a che gli fu data la vita? come un freno da rodere. - N lo coglie un istante di sublime, onde spezzi quel freno; - e gli anni a lui numerati passano muti d'ogni vicenda, e solamente per piegarlo alla terra, che lo richiama: - il cuore assiderato  il silenzio di una solitudine, donde grida la verit della sentenza, che sopra tutti decretava infelice chi mai non cesse al pianto, e alla gioia. - Si levi adunque uno spirito gentile, che abbia il sentire a dovizia, e sufficiente ingegno, e sappia bene le lingue ambedue, - ma senza intervento di gramatica, - e tenti l'impresa, sperando, che le venture gli correranno propizie, e tutta Italia, e tutti i cortesi gli daranno plauso, e merito conveniente; ma dove questo effetto non sguiti, perch sulle prime la malignit e l'ignoranza danno tre quarti dei voti nello squittino, allora tenti l'impresa per obbligo di coscienza, e chiuda l'adito a quei molti, i quali, sforniti di verecondia e di mente, ci fanno tal dono di traduzioni, che geme di grave offesa il sacro ufficio delle Lettere, e l'onor nostro, e quello dei forestieri. Sono le traduzioni, o per me credo che sieno, al corpo delle Lettere umori maligni; ma sia necessit naturale, o legge di costume, oggimai ne fanno elemento; e per sar buon consiglio provvedere, che il male inevitabile ci venga da mani generose. Chiunque finora ha tradotto, e in qual modo tu voglia, ha presentato sempre un'immagine pi o meno velata. I pensieri d'uno scrittore trapassando nell'anima nostra tengono assai del moto, e dei colori di quella, e diventano in certa maniera nostra essenza, perch non si possono ritrarre se non come si concepiscono: - ora una legge arcana ha disposto, che ogni vivente concepisca in un modo, e per la forma, e per la idea, in varie parti diverso dagli altri.
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Ma gli scrittori originali in tutto il significato non si lasciano svolgere n per forza, n per amore. Quei concetti profondamente segnati dell'interna stampa dipendono troppo da chi li creava, e tolti da quella maniera d'esistenza, in che appena usciti della mente si giacquero eterni, non serbano pi sembianza della prima natura. Voi tradurrete con qualche grado di agevolezza uno scrittore mediocre, perch il mediocre  conseguenza piuttosto delle forme, che dello spirito, e le forme essendo una convenzione hanno moltissimi punti di contatto comune. Ma dov' il magisterio, che vi presti il vigore da muover l'ala dell'anima immensa? - Quel vigore era la stessa anima immensa. - Dov' il magisterio, che vi insegni a tradurre la soavit del fiore, il raggio del sole, l'afflato divino che distingue dalla morte la vita? Quella potenza d'intelletto indefinita, solitaria, indipendente, che si nomina Genio,  parte immobile del suo cielo natio, e a pochissimi prediletti  concesso fare a quel santuario pellegrinaggio di spirito. Dovranno i pi rimanersi nel desiderio di tanta bellezza? Eterno dolore  il desiderio, - e se la sventura chiede la lacrima del mortale, siatene liberali a quei miseri su cui la sventura di soverchio si aggrava; - e pur troppo son tali gl'innumerevoli cui fu negata la facolt di sentire, e cogliere un'aura di quanto spira di bello e di sublime nelle cose universe. Tuttavia la compassione non muter d'un capello la legge onnipotente, che nel creato frammischiava la fiacchezza alla forza, la luce alle tenebre, il disordine all'armonia; - e se a te mancano i mezzi da conseguire la vista della Grandezza, non  mestieri che io ceda alla vilt del dispregio; - adora la memoria del Grande, e per sicurezza di giudizio affidati al testimonio dei secoli. Austero  il testimonio dei secoli, ma incorruttibile, n giura sul nome d'altro Dio, che del Vero. Ma perch, se tu sai, ne devi il merito alla tua buona o cattiva Fortuna, e, se non sai, non puoi sapere, cos meglio di qualunque avvertimento conferisce al bene della traduzione la consonanza dell'indole, prima causa onde il Foscolo ebbe tanta felicit d'impresa; - e ci giovi convalidare lo asserto coll'esempio d'un altro illustre. Vittorio Alfieri dava all'idioma d'Italia, spontanea, e calda di vita, la storia severa di Sallustio romano, e al tempo stesso incrudiva la mollezza della poesia virgiliana, e oscurava que' suoi vaghi colori, che forse non sono il minimo pregio del poeta latino. E il fatto avveniva, perch l'Alfieri dappertutto spirava dall'anima quel suo fare da Michelangiolo, - e i casi, che posero vicino al suo niente la romana grandezza, e lo stile onde i casi vennero espressi, sono veracemente grandi, e terribili: ma Virgilio fu cortigiano, e l'indole avea temperata a subbietti, dir quasi innocenti; - e la gente di Lettere ha giurato, che fu nelle Georgiche dove si mostr potentissimo dell'ingegno.
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Gli umani interessi ebbero sempre a lodarsi poco dell'esame troppo minuto; - ed hanno osservato, che grande elemento dell'obbietto, o buono, o bello, o felice, o di quanti altri mai ne somministri il creato a conforto dell'anima, sia la lontananza donde scorgi l'obbietto; - e pi ti avvicini, e pi si dirada il vapore, finch in ultimo ti apparisce quell'aspetto aridissimo che per solito chiamano Verit, nudezza inamabile della cosa tanto, che il mortale di rado non ebbe ragione da maledire allo scambio. Altrimenti  di Sterne; - e pi che a sviscerarlo ogni vigore dell'interno pensiere si adoperi, e pi sempre ti balzano innanzi forme vive di novella leggiadria; - n persona di cuor gentile vien mai che lasci di leggerlo, senza che nel profondo non le rimanga un desiderio come d'amore. Lorenzo Sterne scrisse singolarmente, e non a guisa di professione; e sebbene avesse consumato anch'egli la giovanezza alle scuole, e sapesse quant'altri mai delle opinioni stampate, perch era sapiente non millantava dottrina, n si faceva largo nel mondo, n pretendeva titolo e riverenza di maestro, dando in cambio citazioni greche, e latine; - n volle mai brighe di vanit, n sappiamo, che venisse aggregato mai a nessun Convento della gente di Lettere. Ma perch non temeva, n sperava degli uomini, am d'intemerata passione la Gloria, e la Verit; - e queste gli arrisero, - e, bench persuaso di spender male la sua moneta, am ben anche la specie cui la ventura lo volle annodato. E perch il suo Genio lo piegava all'arti ingenue del pensiere, offerse loro culto di religione inviolata, n mai le profanava, vestendosi il manto di tanta bellezza per onestare le varie vilt, che invadono largo numero dei dottori di ogni popolo.
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Non fu mercatante della volont, e dell'ingegno; ma spirito assoluto esplorava acremente le cose, n sulla carta segnava altro moto, che quello dell'anima; e stim meno di cosa che non sia il patrocinio, e le libidini del potente; - quindi nell'inviare che fece al Ministro Pitt il Tristano Shandy non gli chiedea n favore, n protezione, n niente. ? Il libro deve proteggersi da s, - gli dice in mezzo alla lettera, ? e ve lo mando come sollievo d'un momento agli affanni, e perch vi faccia ridere, stimando che il sorriso aggiunga un filo alla trama brevissima della vita. - Ora se tu ami sapere qual grado ti assegnavano i fati sulla lunga scala degli animali, leggi Lorenzo Sterne, candido scrittore, e d'indole aperta, n forse altrove esiste cos verace storia dell'uomo come nell'opere sue. E se ti venisse fatto, o speri di temperar le tue grosse passioni, leggi quelle pagine di frequente. La morale di quei libri  drammatica, e sgorga diretta dalle situazioni dell'anima umana, immaginate con mirabile accordo dell'ingegno, e del vero: -  la morale del fatto, e d'ogni specie; e se gli atti di gloria, o d'altra bellezza, furono mai frutto d'insegnamento, certo fu sempre maestro l'esempio. Leggi Lorenzo Sterne, perch con vario governo esercitando le leggi eterne del cuore non consente all'umano le superbie del sistema, ma s lo stringe a piangere, e a ridere, destino solenne cui lo chiam la Natura; e col motteggio, che sa molto d'amaro, ma d'amaro che medica, lo contiene nel cerchio delle sue umanit, perch non cresca una ragione al severo, che veglia allo sprezzo della schiatta di Adamo. Ma la bellezza di Sterne sar baleno agli occhi di tutti? Dio faccia di s, - da che la met degli uomini nasceva per non vedere; - molta parte dei rimanenti non vuole. Simbolo di profondo consiglio era la nudit delle Grazie, e per me credo a quella immaginazione; - ma bench nude, n sdegnose dell'umano consorzio, rari  fama che le vedessero.
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E se nelle menti mortali da poco tempo il caso non operava qualche rivoluzione, di che non ci sia giunta novella, io vado convinto, che al grosso numero Lorenzo Sterne non piacer; - e buon per lui, che le venture non lo portassero a scriver drammi, - cos almeno andr salvo dai fischi. E qui prego coloro che fanno professione di filantropia a non volersi attristare di troppo, se la nostra Natura pecchi di sconvenienza adoperando a manifestare un affetto la maniera test mentovata: - io torrei pure a buon patto, per onor mio, e del prossimo, che quando l'uomo  commosso da una passione pi turpe del solito si ristringesse a gittar via la parola, che lo distingue dai bruti, e fischiasse a sua possa, ma non andasse pi oltre nell'usurpare le bestiali propriet. Se adunque Sterne camper dalla prefata disgrazia, a ogni modo verr taglieggiato nei crocchi; - e perch ci hanno detto, che l'umor della bestia si pu bens torcere pi che mai, ma non dirizzare, per cortesia daremo luogo onde chi vuol correre abbia sgombro l'arringo, e tocchi la meta. Ma pi che il grosso della plebe, la quale ha finalmente pro domo sua l'Ignoranza, che se monta in bigoncia sa recitare una lunga intemerata al pari di tutt'altro professore, diranno male di Sterne le loro Gravit Letterarie, quei sacerdoti d'idoli smessi, che si fanno ragione colla parrucca, e col fascio degli anni sul dosso, e colla tradizione delle opinioni passate. Io di buon grado lor farei riverenza, se la parrucca facesse parte della testa, e se non mi fossi accorto, che gli anni spossavano l'ingegno, dove era ingegno, e intristivano le belle passioni fremevano, n altro effetto costante producevano sulla testa tranne i capelli bianchi. E quanto alle passate opinioni? Oh! se la faccia del Vero degnasse mostrarsi alla terra, la sua forma sarebbe unica, universale, perenne; - ma perch inesorabile una sentenza lo vieta, ne tengono le opinioni la vece, le opinioni, che sono la sembianza scolpita d'un'epoca sociale. Spezzata l'arpa, cessano i suoni; - caduto il complesso delle razze destinate a significare un'epoca distinta di societ, ogni efficacia delle sue opinioni si sperde; - quindi immediata necessit che la mente prediletta concordi le opere e gl'istituti al secolo, e alla razza che le fa corona. Quando cesser il malignar dei pedanti, e l'insanire della plebe? quando la parola del Genio sar scorta a chi peregrina la vita? quando spegneremo del tutto quell'avanzo della primitiva indole di fiera, che stette indomito contro la forza del tempo, e l'influsso delle pi sante istituzioni? quando scioglieremo il voto eterno dell'anima di stringersi tutti in una famiglia di fratelli?
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Fra coloro che si aggiudicavano esclusivamente la propriet di filosofi e le chiavi del cuore, pende tuttavia la contesa se la razza meriti pi il riso, o il compianto. Io, guardando al passato, le concedo la compassione, e gemo su quante generazioni disparvero, e sulle presenti; n dissuado l'amore, supremo degli affetti, e bisogno dell'anime singolari, ma gemo, perch l'amore fu sempre argomento gravissimo di cordoglio agli amanti. Qual saranno le future condizioni dell'uomo? Soffochiamo il presagio, e riposiamoci sulle lusinghe del tempo. Il tempo genera la vita e la morte, l'oltraggio e la vendetta, la schiavit e l'ora solenne del riscatto..... Possa generare il vincolo dell'eterna concordia, possano le nostre ceneri risponder commosse al gioir dei nipoti lontani! Ma come adempievano i destini dell'esistenza le schiatte defunte? Tanto fervore di migliorarci di per s stesso lo dice. Interroga i secoli e quell'antica sapienza di dolore risponder. Noi mutammo da quando a quando l'impronta, ma la materia dur sempre la stessa. Tratto tratto un magnanimo imprendeva a tramutare in buona la nostra natura, e santificava l'impresa coll'amore colla sapienza, e col sangue; ma se l'ira, o lo sconforto, non mi traviano, mi  sembrato vedere gli sforzi generosi fin qui miseramente perdersi tutti nel vano; solo di tanta ruina avanzava l'ardore del desiderio, ma il desiderio non  che la profonda espressione della mancanza assoluta. Il magnanimo inquietato da uno spirito creatore gridava un grido di risorgimento ai giacenti; - spirava il vento, - non si moveva una fronda; - ineccitabile  il silenzio dell'anime create a tacere; e, per quanto lo scorra poderosa una voce, non odi ripetere un eco. E allora per lo spirito atterrito si commosse un sentimento, e parlava. - Forse l'onnipotenza dei fati segn la razza d'un segno indelebile per la mano dell'uomo. Chi la curv sulla polvere, quando gli piaccia, potr sollevarla. - Cedeva il magnanimo uno spazio degli anni alla speranza, - ch la speranza  pure un affetto, -  il pi gaio colore onde va lieto il fior della giovanezza, - ma il suo verde non  perenne, e il tempo vi soffia di un alito, che in fine gli  forza appassire. Chi  che giunto in fondo alla vita si levasse a dire: - io non piegai sotto il dolore del disinganno? - E per per le allegate ragioni, e per altre infinite, roderanno sempre i pedanti, perch non sanno che rodere, e sempre spacceranno ricette le quali t'insegnano a fare, se tu sai fare da te, e ti profferiranno la misura di ci che non ha misura, o almeno determinata, come sarebbe la potenza volubilissima della mente; e con mal piglio daranno lo sfratto ai concetti di Sterne, perch non trovano posto tra i numeri delle aritmetiche loro. E per per le allegate ragioni, e per altre infinite, la plebe sempre maledir: - e qui, dicendo plebe, io non intendo un insulto a quei miseri, cui le colpe degli avi non acquistavano censo, e fasto di nome, e che il senno della Fortuna costringe tutto giorno a sudarsi un alimento al dolore; - ma s quel gregge immenso dell'anime, che non hanno in proprio fiato di volont, e di potenza, - e giacerebbero inerti come la terra donde sporsero in fuori, se un impulso esterno non le movesse; - e, o cos voglia l'affinit delle tempre, o altra cagione pi ascosa, di rado avviene, che non accolgano unicamente il moto dei tristi; - quindi troverai plebe sotto qualunque panno, e in qualunque scompartimento si divida la radunanza sociale; - quindi le belle memorie, bench liete d'un raggio del cielo, a quelle masse splendono tacite, e meste di luce funerea. Ma la Natura pensava un'ammenda agli oltraggi dell'ingegno felice, suscitando nel cuore dei generosi altri palpiti oltre quello della vita. E i generosi animati al piacere, e al dolore spirituale, nell'esultanza d'ogni bel sentimento salutano il Genio di Sterne, e desiano alla terra, che sovente si rallegri d'un'orma simiglievole alla sua, e serbano in petto la sua dolce memoria come segno di riposo allo spirito affannato dal viaggio mortale; perch mente ebbe cos benigna, che in essa non si lev pensiere che non fosse gentile, - e tanto ardore d'immaginazione, che nel deserto cre la fragranza della rosa, e durer cara passione dell'anime elette finch rimanga alla gioia un sorriso, un gemito alla piet, un sospiro all'amore. 
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LORD BYRON. 1830. (13)
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... Quel Signor dell'altissimo canto
Che sovra gli altri, com'aquila, vola.
DANTE, Inferno.
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Se il Byron, come tanti fecero, e faranno, avesse scritto soltanto nienti vestiti di metro e di rime, io mai non avrei posto mente a volgerlo nella lingua nostra, lasciando volentieri ai maestri miei l'impresa di stringere un'ombra, e di tradurre il sussurro del vento; perch reputo ufficio del cittadino non offerir nulla alla sua nazione, piuttosto che assuefarla ad oziose fatiche, per le quali mai non fa passo nella via del sapere, n altro consegue fuorch una millanteria strepitosa della sua nudit. Ma tolgano i cieli, che si abbia cos a favellare del Byron; e per altrettante ragioni affatto contrarie a quelle gi esposte ci piacque mostrarne tradotto un poema agl'Italiani nostri.
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E gli Italiani nostri non facciano conto di ravvisare sincere le sembianze del Byron nella mia traduzione; main davvero, e io non torrei a farlo credere coll'aiuto di tutti i giuramenti antichi e moderni. Il Genio  pi fiero, che il cavallo del Magno Alessandro, e a trattarlo stimo non bastare un eroe. Io vi presento le figure di un quadro maraviglioso; e se non vi ho reso la magia del colorito, date parte del difetto al mio poco valore, e parte alla natura delle cose impossibili all'uomo. Nondimeno agli spiriti gentili amabile  sempre la creazione del fiore, bench andasse dispersa met della sua fragranza. Ad ogni modo il poeta, che visse nella sapienza della sventura, che sent, e fece sentire le universe passioni, che nell'umana materia risvegliano un'anima; il pensiere, che tutti trascorse gli eventi mortali, e poi si affisse nel profondo dei cieli, tentando rapire il velame alla notte del mistero,  troppo grande, perch non abbia da compensare largamente anche chi lo legga tradotto. La fiamma nodrita di eterni alimenti eterno manda e lontano il calore.
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Della molta bellezza, ond' lieto il presente Poema(14), io non mi far notomista: primamente, perch l'alta poesia sfugge l'esame, e va del tutto soggetta al sentimento; poi perch parmi ben fatto lasciare a ciascuno l'indipendenza delle opinioni. Finora le stelle non mi hanno impresso nel sangue bastante influsso di critico, n il mondo mi d per anche del chiarissimo, perch io mi creda di avere in appalto il giudizio, e gridi ai miei fratelli di umanit: ? non guardate, ho veduto io. E questo  generalmente il raziocinio di quanti scrissero, e scriveranno riviste di lettere; e dietro a siffatta norma potrei scomporre ad una ad una le parti di un bel corpo, che io non ebbi il magisterio di creare, e cos potrei regalarvi l'estratto o il parere; ma il frutto? Chi ha vivo il cuore e l'ingegno, sa fare a meno di certi soccorsi, perch si aiuta pi acconciamente da s; e chi venne diseredato di quelle due facolt, sa farne a meno pi che mai, per la cagione solenne dell'impotenza. Cento matematici potrebbero dimostrare ben anche le frazioni impercettibili del Bello; ma i calcoli tornerebbero a zero; e per, bench la pazzia faccia elemento di equilibrio nella fabbrica dell'uomo, chi sar mai tanto pazzo, che doni gli occhiali al cieco, perch veda una maraviglia? E se chi professa filantropia sclamasse all'ingiustizia, perch gran parte del genere umano sia venuta, pi che al fatto, alle pretensioni del sentimento e della ragione, io non saprei dargli torto; ma non vedo altro rimedio, che la pazienza; o altrimenti come potr io debole, io servo di mille ignoranze, di mille bisogni, e della morte, sommettere la forza, che abita le tenebre, che mai non si mosse dai suoi decreti pei nostri schiamazzi, e che nell'ordine degli enti medesimi volle, o dov, porre il savio e lo stolto, l'animoso e il codardo, il giusto e l'iniquo? Dunque pazienza; e coloro, che hanno anima fresca di giovent, e agilit di spirito, leggano nel Byron, e vado sicuro, che proveranno un moto onnipotente alla vita; e se talvolta vien meno l'effetto della consueta sua prepotenza, non mormorate un'accento di biasimo a quell'immenso; - il peccato  della mia traduzione; io son l'ombra, che mi attraverso alla luce. 
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Nella prefazione alle Novelle del Cesari, stampate in Genova anno Domini 1829, sta scritto, che il Byron, Gualtieri Scott, e somiglianti ingegni cos gagliardi a mo' di palloni, si levano sulle nubi, sino a che ad un soffio di aura nemica vuoti e vizzi ricaggiano al suolo. E, seguitando di questa maniera, vien confortata l'Italia a spregiare i pi rei d'oltramare, e d'oltramonte, accettando invece un pugno di baie a guidare la giovent per quella via, fuor della quale non sono, che greppi e balzi romantici. Dio perdoni l'impudente che scrisse siffatte miserie, perch io non posso. N gi questo dico a difesa del Grande, perch pi non abbisogna d'insulto o di lode. Il grido consentito d'Europa oggimai l'ha salutato potentissimo fra gli intelletti del secolo; e badate, che il Sole si spense a mezzogiorno, perocch Giorgio Byron sfortunatamente morisse sugli anni 36.
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Ma ci che mi muove  l'oltraggio gittato sopra un'intera nazione; e la ragione  sul vivo oltraggiata, allorch un falso profeta con sue parabole la persuade a maledire il Genio, e a rinnegare il Pensiere, offerendole, in cambio dei sublimi dettati, Novelle povere tanto d'invenzione, e di subbietto, da farne torto a un cervello di donna. - Evvi sfoggiato lo bello stile, - dir taluno, se pure  merito quello di assalire Messer Giovanni Boccaccio, e svaligiarlo in modo da non lasciargli neppure il farsetto. Cos va da gran tempo la bisogna in questa mal capitata Italia, n il fabbro della citata prefazione ha operato secondo nuovo costume. La forza si  divisa dai nostri destini, - il pensiere si  diviso dalla parola, e questa  diventata cimento degl'ingegni. E quando un libro apparisce, gl'inquisitori di Lettere non giudicano della sua bont al concetto magnanimo, alla larghezza delle opinioni, alle utilit dello scopo; anzi, se per avventura sia corredato di queste doti, il libro sar manomesso, perch i giustizieri delle Lettere portano per impresa: Parlate senza pensare; ed hanno il cuore malato di soverchia strettezza, e li contrista la luce, e il moto gli affanna. Basta che il libro sia disteso in aurea favella, vale a dire limosinata a frusto a frusto dalle buone anime morte cinque secoli addietro, e avr tutti i suffragi; non avvertendo, che l'aurea favella mal soddisfa ai nostri bisogni, quando vien trasferita dal passato al presente senza accorgimento d'arte, senza richiamo di vita, senza piegarsi in fine alle tante modificazioni che l'onnipotenza del tempo imprime sulle cose universe. Basta l'aurea favella, - e se il libro  vuoto non importa; i pedanti respirano meglio. E guai, se ti vien fatto di significare liberamente gl'impulsi della tua fantasia; guai, se ti diparti un passo dalle opinioni di patto comune! ti chiamano tosto tartaro, ottentotto, luterano, e peggio. E fanno di notte una guerra sorda di tradimenti, e nelle reti del sospetto avviluppano il potente, cosicch egli si muova, ed aggiunga un peso alle oppressioni delle avverse fortune.
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Quindi nelle nostre provincie la fama crescente del giovane vilipesa, e intercetta; quindi molti nobili ingegni sprofondano nella energia e muoiono senza balenare scintilla; i pochi nati alla forza dell'animo resistono,  vero, ma dietro si traggono sconfortata tanto la vita, che io non so se di loro pi si abbia ad ammirare la costanza, o a compiangere la durissima sorte. O maestri miei! veniamo agli accordi, e vi daremo pace con tutti gli onori militari, purch non vogliate pi abbarbicarvi al Genio; - voi potete starne lontani, perch non avete con lui nessun grado di parentela, se non fosse quello che hanno le spine colla rosa. O maestri miei! perch mai foste aggregati alla gran famiglia degli animali parlanti? O maestri miei! sgombrate il sentiero della scienza: parvi onesto di fare in questo mondo la parte dell'inciampo? Ma la Provvidenza aveva predestinato, che in hac lacrymarum valle non vi fosse strada, dove la polvere non salisse sulle vesti, e non facesse la guerra agli occhi. Dunque pazienza, e adoriamo. Forse taluno mi dar nota di vana acrimonia, dicendo; - le tue son ciance, perch il pedante  pedante per obbligo della propria costituzione: e' son leggi di natura, n vuolsi sperare che muteranno, finch ella non ristampi il suo codice; - ma di questo dubito forte, ch troppo parmi si mostri contenta di ci che opera, in bene, e in male.  ella questa la stagione in che i detti dell'Italiano debbono suonare lusinghe? E se io parlo agramente, nol faccio per gare parziali, almeno ch'io mi sappia; e se un galantuomo mi convincesse, che i miei sensi hanno aspetto d'invidia, o d'intrigo, o d'altre bassezze di umanit letteraria, io non porrei tempo in mezzo a tacermi. Ma se parlo agramente,  pel desiderio che le arti liberali abbiano sotto questo cielo felice una patria, e riti intemerati;  pel desiderio che la nazione si rivendichi in libert d'intelletto, e si faccia viva, e forte, n pi giuri sul nome de' suoi maestri, che sempre la tratteranno a novelle. 
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La nuda parola, come io dissi,  dunque misura di giudizio ai dottori, cagione onde va cos piena di fronde la nostra Letteratura; e chi non crede, veda le Raccolte dei Classici. Usare la purezza del linguaggio  savio consiglio, e nessuno lo nega: anzi chi ben guarda addentro le cose, conosce come la propriet dell'idioma sia elemento nazionale; perch in un popolo quando manca la propriet dell'idioma, quel popolo non ha pi la passione della patria, e si avvicina alla sua caduta. Ma la Lingua non  tutto: il massimo studio va convertito a pensare. Solo il Pensiere  padre delle maraviglie, che di quando in quando fecero immaginare nell'uomo un alito di natura divina: non  data all'uomo altra tavola per sorreggersi nelle burrasche della vita: - l'uomo non ha trovata altra ragione per sollevarsi sull'altre bestie. I maestri levano rumore, perch logorando una dovizia di anni fecero grave il sopracciglio, e magra l'anima, sullo studio delle parole. Che la terra presto vi sia lieve sull'ossa! qual bene mai venne alle Lettere, e alla Italia, delle vostre discordie di tre secoli? Voi avete aggiunto un anello alla catena delle nostre vergogne. Senza di voi forse non era la Lingua? Prima che Lionardo Salviati, e compagni, angustiassero uno spirito immortale, e lasciassero un legato di lacci a chi veniva dopo di loro, - prima che la Crusca stampasse il vocabolario, - Dante, il Petrarca, il Boccaccio, il Machiavelli, l'Ariosto, e il Tasso, davano consistenza e splendore all'idioma nostro. Da questi Grandi soltanto, che ebbero arguta la mente, e caldo il cuore di generose passioni, potr il popolo apprendere la favella, e il pensiere. L'anima loro vive sempre nei monumenti di grandezza che ci hanno lasciati, monumenti, che ci serviranno di conforto e di lume, finch offriamo loro un culto di amore perenne, come il culto che gli antichi offersero al fuoco di Vesta. Ma i pedanti non sanno che ringhiare: e che giova se un popolo impari a ringhiare? Abbastanza l'indole nostra  rissosa; e i fatti passati, e i fatti anche del momento che passa ora, lo affermano. Dunque ogni studio va convertito a pensare, ed  massima, che mai non sar predicata a sufficienza in Italia. Troppo evidente  il divario, che corse fra la nuda parola e l'utilit immediata del pensiere, anche quand' scompagnato dalle forme eleganti. Il Filangieri, e il Beccaria, scrittori di profonda ragione, non distesero per avventura i loro trattati con quella convenienza di favella, che si vorrebbe, e in questo non meritano lode; ma chi sar tanto ingiusto, e di senno cos poco Italiano, che ponga nella medesima lance quei due divini, e la bisbetica razza dei professori de' vocaboli? Il nome di quei due  di fasto alla patria, perch furono amici degli uomini, e illuminarono di luce immortale la nazione, e nessuno di quanti dottori fabbricano gabbie all'intelletto merit mai d'esser nominato ? Benemerito della Umanit, ? come avvenne al celebrato scrittore dei Delitti e delle Pene.
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Ma il desio di finire un pi lieto argomento mi chiama. Venerata  nel mondo la memoria di Byron, perch la riverenza del Genio  la pi santa delle umane religioni: ma gl'Italiani presenti e futuri hanno un debito d'amore a quel Grande, che non vorranno negare, finch duri in essi fiato di magnanimi sensi. Ei non discendeva sulla terra gentile a spendere il suo diritto di superbia e d'insulto; diritto, che la sapienza delle vicende a mano a mano toglie e concede alle diverse nazioni del globo. L'anima sua era troppo piena di Grandezza, n vi trov luogo l'ingiuria. Ei vagheggi sempre l'Italia, come l'immagine pi cara del suo desiderio, e cerc il nostro Sole per averne incremento allo spirito, e confuse il suo genio severo nei riposi del nostro cielo; quindi i suoi canti si fecero pi divini, perch il cielo d'Italia  sublime poesia; quindi l'am come la patria del suo ingegno, e vest del suo pensiero le gesta dei padri nostri, le sorti e le speranze di noi, e pianse sulle nostre sciagure la pi bella lagrima, che ad occhio mortale fosse dato versare. 
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OSSERVAZIONI SOPRA UNO SCRITTO DI MELCHIOR MISSIRINI INSERITO NEL N. 37 DELL'INDICATORE LIVORNESE. 1829. (15)
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N in tante lodi chieggo altro che modo. 
Quando la Natura form la bizzarra famiglia del genere umano, decise che la pi parte di noi saremmo maligni, e in questo ci saranno le sue profonde ragioni, perch ella  savia, e si muove ad operare pensatamente, non come facciamo noi, che il pi delle volte ci moviamo, perch il muoversi  oramai destino delle gambe. E l'uomo usa della sua natural dote di malignanza, come di vela buona per ogni vento, perch maledisce a torto, e a diritto; per quantunque volte in questo mondo sotto la luna si produce opera, sia pur bella e innocente, non mancano mai le migliaia a morderla da tutti i lati, n alla giustizia  dato il passo, finch la provvidenza della noia o della morte alle migliaia non imponga silenzio. Ora, essendo cos ordinato dalla sacra Necessit, non resta che darsi pace; e quando un amico gentile piega spontaneo, e senza mire d'interesse, a favorire onoratamente le cose tue, conviene ringraziare la Fortuna del miracolo, e l'animo gentile rimunerare con quella liberalit maggiore, che il cuore ti detta. Gi a chi pretende il nome di galantuomo  necessario pagare i suoi debiti; a un debito poi di cortesia vuolsi nel modo pi acconcio soddisfare, poich l' merce carissima, e mala pena trovi chi sappia fidartene dramma. Quindi intendiamo noi, n pi n meno, mostrarci riconoscenti a Melchior Missirini, perocch gli piacesse dare alla citt nostra un pensiere e una parola di lode. Non mica, che noi crediamo di essere in cima o in fondo, perch questi o quegli venga a recarcerne la novella; - no davvero: - il parere dell'individuo non tramuta l'indole delle cose; i fatti danno sentenza, n a questi puoi contradire, per quanto tu meni in giro la lingua. Noi attestiamo gratitudine soltanto all'espressione della benevolenza, perch un intimo sentimento ti sforza ad amare chi ti ama, e ci rallegra assai a veder l'uomo rompere per un momento il patto di guerra che ha coll'altr'uomo, e drizzargli voci di conforto, e di amore.
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Ma noi sopra ogni altra cosa amiamo la Verit; per al Missirini non giunga discaro, che gli si notino alcuni punti del suo discorso; dove egli trasmod per soverchio di spirito ben disposto, o perch agio non ebbe a sapere precisamente le cose come stanno. I professori di prudenza ci hanno sovente dissuasi da questo studio del vero, sforzandosi a dimostrarci come di rado o mai ci si trovi guadagno, e ci hanno per lungo e per largo chiosata la scienza del vivere in pace con tutti. Ognuno fa i conti secondo i suoi numeri; e costoro, come prudenti, forse dicono bene; ma io per ora voglio starmi alla mia fede, e dire il vero, o quanto mi parr che sia vero, finch i Casuisti mi concederanno libero arbitrio; se in sguito alcuna delle tante cause dominatrici della mente avverr che mi travolga, peggio per me; ed io allora andr in punta di piedi a pesare le opinioni sulla bilancia della paura! 
Alla legge solenne, che i popoli spinge ora in alto, ora in basso, potenza mortale non pu resistere; e il Genio stesso, suprema delle forze create, pu modificare, ma non impedire, o volgere altrove quel moto. Oggimai un progresso d'incivilimento  manifesto nelle nazioni d'Europa; quindi la citt nostra anch'essa ai tempi consente, perch alle spinte in qualche modo bisogna rispondere. Gli uomini vecchi, sospirando i giorni del buon tempo antico, dicono invece che la citt sia declinata di male in peggio; ma i ricordi del passato, confrontati coll'evidenza del presente, senza rispetto danno la mentita agli uomini vecchi. Non v' che dire: le condizioni hanno cominciato a migliorare, specialmente perch adesso  la volta di salire; nondimeno gran parte della via rimane da corrersi, n io credo, che mai basteranno l'alacrit dell'animo, l'intensit del desiderio; e taluno vorrebbe, che quei tanti nodi d'unione fossero stretti meglio che ora non sono. Per altro a lasciare senza onore di lode i pochi istituti, base alla nostra rigenerazione futura, sarebbe invidia fuor di luogo, perch il vero a lungo andare rivendica il suo diritto, e a chi si spetta l'infamia non manca. Lodare le azioni buone, e vituperare le triste, io credo che sia sapienza; non dipingere tutto di nero, o di color di rosa, come  il costume di molti; perch la Natura eternamente si gira sopra questi due perni, il bene ed il male, e l'intemperanza dell'amore o dell'odio traversa la strada al giudizio. Adunque favell sanamente il Missirini della Scuola di Mutuo Insegnamento, istituzione, che non sar tenuta mai cara quanto si merita; non foss'altro per tanta impostura di antichi metodi manomessa; e i forestieri sempre hanno fatto plauso, affermando, che  scuola da reggere il paragone con altre, le quali io non voglio rammentare. E a buon diritto fu commendata eziandio la Scuola di Architettura; e il Cittadino liberale(16), che le d vita dell'uniche sue sostanze, accolga, se vuole, anche il voto della nostra stima verace. La Societ Medica, non so per quali ragioni, e se non altro per l'incostanza decretata alle cose umane, stette presso a disciogliersi; poi, mediante alcuni provvedimenti usati per tempo, si strinse di nuovo, ed ora procede con pi vigore di prima, ond' che le va il doppio di lode. La Scuola poi di Disegno figurativo non  sovvenuta, come dice il Missirini; bens doveva essere; e la generosit municipale aveva gi destinato il soccorso, ma un altro consiglio dispose altrimenti, e bisogn non farne nulla. Tuttavia quei Signori hanno dimostrata buona intenzione, e ogni volta che si presenti da fare del bene  da sperarsi che andranno avanti, a meno che taluno non venga a dir loro, che tornino indietro. 
Che dir io dell'illustre Accademia Labronica, intesa allo studio della lingua, allo esercizio del Genio, e all'acquisto del sapere? 
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Imprese belle son queste, ma gli accademici presentemente, forse per avere altro che fare, non ci hanno gran cosa badato; nonostante promettono di farlo quanto prima; e gi da mattina a sera pensano a diventare il rovescio di quel che furono, e tu li potresti vedere tutti in faccende a costituire un corpo di leggi, perch l'Accademia si trasformi in adunanza di gente che pensa, e non di gente che fa rumore; e so di certo, che hanno fatto giuramento di lasciare a casa i sonetti, e quante altre mai cianciafruscole in prosa e in rima invent l'ozio, e la povert del cervello; ma invece si affibbieranno la giornea a ragionare sul sodo; e quando non avranno da ragionare sul sodo, piuttosto staranno cheti, perch, se l'uomo parla a motivo che le parole non costano nulla, il silenzio costa anche meno(17). Questo hanno promesso di fare gli Accademici, ed io quasi quasi malleverei, che non vorranno mancare per cosa al mondo, sapendo essi meglio di noi, che la promessa 
Agli animi gentili  sacramento;
per dirla cos di passaggio con Lodovico Ariosto. E al primo congresso potrebbero quei valentuomini proporre un quesito: - Perch la verit ami la solitudine, e sia tanto ritrosa di convenire laddove  gran frequenza di mondo; e se ella ebbe mai il breve di accademica, e quante volte in capo a cent'anni lesse la sua diceria? ? 
Ora  il tempo di venire alla emulazione liberalissima che hanno i Livornesi di regalare le private librerie ad una Biblioteca pubblica. Forse ho la vista corta, ma io della gara ardentissima non vedo nulla; anzi si tace cos profondamente di questo progetto, che io dubito forte se ci abbiano mai pensato una volta. Dell'utile ed ornamento che alla citt ne verrebbero, io non ho pazienza di trattare, perch mi par mill'anni di finirla con questo discorso di rimbecco, ma i discreti sel possono vedere senz'altro bisogno. Cos radunando in un luogo il sapere dei morti e dei vivi, chi volesse saggiarne tanto o quanto, andrebbe, e con pochi passi sarebbe contento; - oggi ci vogliono invece ricerche lunghe, e scudi, e tante volte non serve. E qu fate pausa, di grazia, un momento, e considerate quanto mai gioverebbero i libri pubblici agli uomini d'ingegno; - certo gioverebbero immensamente, perch fino alle ricerche gli uomini d'ingegno possono spendere, ma, quanto agli scudi, qui giace nocco; e pare che la Natura gittasse una tal quale antipatia fra l'ingegno e gli scudi, onde avviene, che mai non li trovi insieme, o raramente davvero. Io non so se il dire faccia frutto, perch allora durerei anche un anno a dire: - statuite la Biblioteca del pubblico; - pure, bench non mi abbandoni il braccio della speranza, non mi pento di aver mandato fuori queste poche voci senza proposito, attesoch la nostra mente sia predestinata a dipendere ben anche dal minimo soffio. Nondimeno conforto chi sa ragionare per filo e per segno a sviscerare questo argomento secondo il merito, e presentarlo palpabile ai miei concittadini, affinch si muovano all'opera(18); e dove si cominciasse una volta, io stesso volentieri darei subito via i pochissimi libri miei, soprattutto perch, a dirla schietta, non ho gran fede n in me, n in loro. Alle volte odo mormorare, che alcuni padroni di molti libri li vorranno lasciare in punto di morte. Gi i savi mi hanno rivelato come questa non sia cosa da andarne tronfio, perch in punto di morte non ci sono altre strade da prendere, se non quella di lasciar tutto, cominciando dall'anima. E questi tali a parer mio non patiscono abbondanza di senno, e mai non meriteranno il bell'elogio, fatto non so quando ad un ricco generoso. Sentite come dice: Tu non aspettasti a spogliare la tua veste in pro del bisognoso, quando la Natura ti copriva di una veste che non deve lasciarti pi mai. Cos cantava Aboutthayp Ahemed Ben-Alhosain Alucotennabby, poeta Arabo, in una elegia per la morte di un Fatik Egiziano. E, perch io non voglio farmi bello delle penne altrui, sappiate, che la citazione l'ho tolta in prestito da un amico mio dolce. 
Che diremo di un Giornale diretto a far rivivere, ec. 
Qu la fantasia ha vinto la mano all'onesto Missirini; la dose  troppa carica, e noi non l'accettiamo, per timore che i fumi non ci salgano al capo. L'Indicatore Livornese non  l'effetto di menti combinate a dargli un disegno, una tendenza, un alimento continuo, come si converrebbe;  un povero foglio bianco, annerito da pochi giovani qua e l dispersi, i quali alla meglio si schermiscono, e cercano mantenergli la vita; ma poco  il numero, poco l'ingegno, poco la dottrina; - hanno la buona volont, ma questa cos sola non  cibo, che lusinghi il palato di molti. E qui cadrebbe in acconcio, che la crescente giovent, animata di poetica inspirazione, adoprasse l'estro un po' meglio, e desse spinta alla barca: altrimenti ho gran paura non si rimanga in secco. Questo povero foglio non cerca frasche d'alloro; chiede solo compatimento, e gli uomini di giudizio son certo che gliel daranno. Ma gli uomini di giudizio tu li puoi contare, e gran merc se per ogni paese oltrepassi contando le dieci dita. La turba ride del povero foglio, e a ridere ci vuol poco; e cominciando dalle femmine, e terminando nei pazzi, tutto il mondo sa ridere. Ma questo dileggio, sia pur meritato, non invoglia punto a pensar bene dell'umana natura, segnatamente quando egli si parte da persone obbligate a fare il contrario, non foss'altro, perch il cielo medesimo ci ha veduto nascere. Che se poi l'uomo vuole il freno libero alle sue matte libidini, bene sta; ma allora non faccia mal viso, se gli austeri intelletti si levano sul creato a maledire; e non occorre che egli venga fuori a giurare, che l'anima sua  un raggio delle stelle; n come il saltimbanco s'empia la bocca delle magnifiche parolone - lumi, civilt, filantropia; - no, non  maschera, che basti all'infamia; invece si rassegni, e confessi d'essere iniquo e ignorante, come erano i padri suoi. Ma ritorniamo a noi. Questo povero foglio non pu competer con tanti altri giornali, che vanno per la maggiore: in quelli scrive il popolone dei letterati a tre code, e per lo meno vincono col numero delle pagine.  un povero foglio, che merita la scomunica, perch non ha detto agl'Italiani: - rimanetevi fermi sul solco, che avete segnato finora. - No, non ha parlato cos agl'Italiani, avvisando, che a starsi per terra non bisognino n maestri, n scienze.  un povero foglio, che merita la scomunica, perch finora non ha messo il dente nella lama di nessuno, n sa di cortigiano, o di troppo devoto ai patriarchi in materia di Lettere, e qualche volta ha gridato agl'Italiani: ? Sorgete all'onore, amate una patria, e siate finalmente fratelli, e forti dell'anima. ?  un povero foglio, ve lo ripeto; compatitelo, se potete. 
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ESEMPIO DI CARIT. 1829. (19)
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Hic pietatis honos. 
VIRGILIUS. 
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N sempre curva sulla sua polvere la razza nostra, come tacito armento, si travolge nella morte. E vi sono momenti, nei quali la ventura assente benigna, che l'umana famiglia armonizzi tutta d'amore, e l'anima allora veste forme d'insolita vaghezza, e il pensiere concede a stimarla splendida parte del cielo. Ma in un popolo caduto, dove l'educazione e l'esempio non ammaestrano a verecondo costume e a sentimento generoso, quando la compassione e l'amore fanno che l'uomo armonizzi coll'uomo, il caso tien del prodigio, e tu respiri largamente l'aure della speranza, e una voce segreta ti annunzia, che pure un giorno quegli uomini saranno uomini secondo il decreto della Natura, non gi come gli stringe ad essere la violenza di maligne vicende. E segnare sulla memoria i momenti, nei quali l'anima scintill del suo raggio pi bello,  argomento di decoro allo spirito umano; - e laddove le Lettere sono sentiero di civilt, ed immagine solenne del moto sociale, non lasciano perdere avvenimento, che di un fiato accresca lo scarso patrimonio della nostre virt; - ed  caro a chi medita sugli eventi mortali sottrarre una pagina alla severa necessit del delitto e della sventura; - e cos danno alla Morale ben altra consistenza, che non  quella delle nude massime; e cos anche la capanna del povero suon spesso di una lode divina, ricompensa alla maggior dote di affanni, che dalla Provvidenza gli venne in retaggio. Ma i Letterati Italiani, tranne ben pochi, finora scrivevano devoti all'Egoismo, come se non avessero una patria, dove tutte spendere le potenze dell'ingegno. E s che una patria sospinta in fondo chiedeva loro la parola della sapienza, e del vero, e sapevano come la fama dell'individuo mal si regga senza i voti del popolo, e come i voti del popolo mal si conseguano senza consacrargli la mente. - Mancavano i fatti? - No, perch viveva una gente, e la gente d'Italia ebbe sempre fibra sensibile, e velocissimo corso di sangue, e ardore di passioni; n da altre sorgenti scende mai l'atto turpe o magnanimo. 
Io dunque racconto un fatto che non vorr levar grido, ma  buono. Se questa poi fosse tal condizione da non raccomandarlo abbastanza, peggio per chi mena gran vanto d'essere un uomo. Coloro che sono gentili non disdegnino l'apparente umilt del subbietto: - educheremo noi allora soltanto alla forza, che fa piangere?
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Molti giorni non sono passati che nel contado della citt nostra occorsero di vari incendi, e donde il fuoco partisse rimane peranche ignoto, e le cause vengono annoverate diverse, secondo l'indole di chi ne discorre. Altri ne addebita la vendetta, altri una malignit senza scopo, e taluno mormora che il fuoco fosse appiccato per commissione di tali, che assicurano dal fuoco, onde maggior importanza prendesse quella nuova speculazione di guadagno. Un vecchio mi diceva una volta: ? a pensar bene ci  sempre tempo, e a pensar male ci s'indovina. ? L'avviso forse era vero, ma poco umano. Certo ogni testa  capace di portare un delitto, ma quando non puoi sapere sopra qual testa il delitto si posi, tu non hai ragione da far l'indovino, e carit comanda che del prossimo allora non si pensi n bene, n male. E noi per trarci d'intrigo questa volta diamone al caso la taccia. Il caso non teme offesa di riputazione, o rigore di giudice; e al pari della vendetta, della stolta malignanza, e dell'interesse, comprende la ragione sufficiente di un incendio. Ora, per dire appunto la cosa come l'and, vo' farvi sapere come da prima bruciassero in due o tre fiate diverse cataste di legno all'uomo ricco, e il popolo sempre correva prontissimo a spegnere; ma null'altro seguiva che spegnere; voglio dire, che belle passioni non si mossero a far memorabili, come sovente avviene, siffatte venture. E tante volte vivono uomini, che non meritano n anche la pochezza del compianto, e all'occasione si vede; ma poi bisogna pur dire, che la disgrazia dell'uomo ricco  indifferente al povero, o grata forse, perch l'ineguaglianza genera invidia; e io, ravvolgendomi in questi casi tra le umili turbe, spesso ho inteso celebrare il senno della Fortuna, quasi che, affliggendo ella d'improvviso il felice, in certa guisa renda loro giustizia. Se poi da queste, e da altre simili esposizioni, torto venga o diritto alla nostra natura, io nol saprei cos su due piedi diffinire; n vorrei farmi cos di fretta ministro di lode o di biasimo, finch non avessi per ogni parte saputo se le nostre umanit sieno l'effetto del volere o della forza. Ma tutto questo sia per non detto, - e, seguitando, sappiate che non and gran tempo, e una sera incendiavano l'unico pagliaio di un tal Canaccini. Questi era povero assai, e manteneva colle fatiche la vita. E la gente corse affannata, e faceva di tutto per impedire l'incendio, ma il fuoco aveva ormai preso in maniera, che pi non curava gli argomenti d chi cercasse sopirlo, tanto che finalmente del pagliaio non avanzavano che le ceneri. E il Canaccini piangeva, perch era povero assai, e nel pagliaio consumato svaniva il frutto degli stenti di un anno. E gli mancava la speranza, e il suo dolore era grande, perch accoglieva anche il dolore di una famiglia desolata. Era vicino del Canaccini un uomo nominato il Pannocchia, uno di quei pochi che si rallegrano alla tua allegrezza, e si contristano al tuo gemito, e il mondo tutto vorrebbero felice, perch hanno la bont nel sangue, e benedicono il sereno e la tempesta, n un pensier nero passerebbe loro per l'anima, neppure a cacciarvelo a spinte. Era il Pannocchia accorso coll'altra gente a spegnere il fuoco, ma, come sapete, fu invano. Gli astanti consolavano di buone parole il Canaccini, ma il conforto della voce non accheta il bisogno. E il Pannocchia vide piangere un uomo, e le sue viscere pi non potevano chiudere la soverchia piet, e disse al Canaccini: - datti pace: io vo' riparare alla tua cattiva fortuna, e avrai da capo un altro pagliaio. - E il Canaccini allora piangeva di un altro pianto: - erano le lacrime della riconoscenza, e ringraziavano con pi amore, che i detti non avrebbero fatto. E gli astanti acclamavano benedicendo all'onesto Pannocchia, e pregandogli riposati i giorni della vecchiaia, ed eterno il premio dell'altra vita. E il Pannocchia tornossene a casa ringiovanito nella gioia dell'opera buona. Le cose nostre riandavano sul passo di prima, e la gente cominciava a dimenticare il passato, perch da parecchi giorni niente di nuovo turbava la sua quiete ordinaria, allorch nel mezzo di una notte i quattro pagliai del Pannocchia andarono in fiamme. E bisogn lasciar fare alle fiamme, perch ogni studio del volerle spegnere torn inutile. Ora all'uomo dabbene non rimaneva che la provvidenza di Dio, e non chiedeva nulla a nessuno. Ma gl'innocenti e giocondi suoi costumi avevano un luogo nell'amore di chiunque il conosceva, e l'azione, che ebbe fatta di fresco, aveva risuscitato pi vivo quell'amore. Per lo che alla mattina dipoi ebbe invito da molti, perch andasse da loro a provvedersi di paglia conforme gli bisognava, e molti gliene recavano a casa le carra piene. E il Pannocchia vinto dal prorompere di tanto comune affetto, guardava il cielo, e gli amici, e non diceva di pi. E quei ben nati contadini compievano con s bella gara la carit, che al Pannocchia venne rifatto ogni danno, ed essi trovarono un rimerito nell'interno riposo del cuore, che altrove avrebbero indarno sperato. E coloro che ebbero in sorte di non nascere al ribrezzo dell'invidia, n si addolorano a sapere, che l'anima talvolta balena nella belt di un sorriso divino, quando intesero del fatto, restarono compunti di tenerezza. 
Non mancher di certo chi volga in riso l'avvenimento, e il mal garbo onde io l'ho narrato. Quanto al mal garbo hanno ragione, e ridano pure a mio conto, ma per altro non  cos del rimanente. Niuna specie di fatti merita tenersi a vile: ogni fatto  una linea dell'anima umana, e ritrarli tutti candidamente  ottimo consiglio, ed unico mezzo a conoscere la natura dell'uomo. Tacere le nequizie sarebbe stoltezza, perch ci sono, e fanno il fondo del quadro; tacere le poche bont sarebbe stoltezza e mal talento, perch ci sono, e consolano di qualche raggio la tenebra, e per loro avviene, che l'umana creazione non sorge da ogni lato spregevole dinnanzi al pensiere. Chi si muove al bene per istinto  rarissimo; quindi va tentato ogni modo di eccitamento. Io non so se il mondo debbe andare come va; ad ogni patto n la speranza, n la prova di migliorarci, vanno lasciate; e quantunque il male sia congiunto come un bisogno al sistema dell'universo nondimeno converrebbe dimostrare il bene come interesse, da che nel male godono pochi astuti, e le masse gemono. Adunque ogni modo di eccitamento va tentato; e per onorare di pubblica lode le domestiche virt  opera di sapienza civile, perch l'onore  potente lusinga, e splende in maniera, che pochi vivono senza mandare un desiderio alla sua luce. 

NECROLOGIE

TACITO MARTINI ? 1839(20) ? 
A TACITO MARTINI
CHE MOR
LACRIMATO E BENEDETTO DA TUTTI
PERCH VISSE
GIUSTO E BENEFICO CITTADINO
I SUOI AMICI. 
Le coeur est tout. 
ROUSSEAU. 
Dopo avere confortata l'agonia dell'amico che muore, dopo averlo pianto, e accompagnato alla fossa,  conveniente dire alcune parole di lui, onde la ricordanza delle sue bont giovi in qualche modo ai superstiti, o almeno sia soddisfatto un debito di giustizia verso l'estinto. 
Nascere in alto, o in mezzo agli agi della fortuna,  un getto di dadi, e non dipende da noi. Ma rilevarsi dal fondo, e collocarsi in un certo grado senza battere le scorciatoie, senza farsi scalino del prossimo per salire, acquistandosi invece la stima, e la benevolenza d'ognuno,  merito intrinseco e raro dell'uomo. Toccare per questo segno  arduo pi, che altri non crede; bisogna prima lungamente combattere; bisogna esercitare, fortificare la volont, metterla in armonia coi calcoli di una giusta ragione, coi moti generosi del cuore; bisogna spesso violare l'istinto, e ridurre l'uomo morale a sistema rigido e completo. 
Tutto questo conviene per ogni verso a Tacito Martini. La sua vita  stata corta, e composta di poche linee, ma tutte linee rette, e convergenti ad un centro, tutte connesse ad un principio d'alta moralit, che diede forma e sostanza ad ogni sua azione. 
Non appena fu entrato nell'adolescenza, quando il raziocinio e il sentimento svolgendosi pi rapidi cominciano a ricevere pi immediato l'attrito delle cose del mondo, che, giovanetto com'era, sent d'intorno a s l'aere meno che tepido; e convertendo subito l'animo suo alle sorti poco felici della famiglia, si dest in lui una certa alterezza, un certo sdegno dello stato abietto, e immeritato, un desiderio, un bisogno potentissimo di mutare il destino suo, e quello de' suoi, e ferm nella mente il disegno di farlo, e lo fece, logorandovi tutte le sue potenze, e anticipandosi forse la morte. Avvertito per da un intimo senso, che l'uomo, segnatamente sui principii, non ha in chi fidare, e deve aiutarsi da s, si volse a scoprire le forze, che in lui aveva riposte la natura, per eccitarle ed accrescerle, per dar loro forma, ed applicazione sociale, e farsene istrumento a ci che meditava di conseguire. 
In questo concetto agitandosi, e crescendo in lui pi sempre l'impulso che lo inchinava alle scienze mediche, e soprattutto alla chirurgia, dispose secondarlo fermamente e con ogni mezzo, e non compiuti peranche i 13 anni prese a frequentare ogni giorno lo Spedale, dove cominci le pratiche chirurgiche con tanta diligenza e amore dell'arte, che prima ancora di recarsi a Pisa si trov in atto di fare operazioni pi che mediocri. 
A 18 anni si condusse in Pisa agli Studi, e l le dure esperienze della vita lo provarono in guisa, che valsero in breve a compiere e determinare immutabile la sua morale fisonomia. Visse i primi due anni con forse una Lira il giorno; e al terzo anno ottenuto un posto del Sardi, sgrav subito i suoi della tenue moneta che gli assegnavano, pens a mantenersi in tutto e per tutto, a comprarsi libri, a supplire le spese degli esami, e d'ogni altro occorrevole; fece risparmi, e questi rimesse via via alla famiglia. - Ora chi si faccia a considerare come la giovent penda naturalmente all'ozio, alle mollezze, e ai diporti; come in quell'et il sangue e le passioni fremano procellose, e come l'errore abbia prestigi, e seduzioni potenti pi del dovere, bisogner che ammiri per forza il giovane Tacito, se rimase sobrio, intemerato e studioso, in mezzo a tante e siffatte tentazioni. E quando si consideri che l'alito impuro del bisogno non l'attinse nelle parti pi nobili dell'anima, e che il cuore serb fresco e generoso fino all'estremo palpito, comprenderemo di che salda tempra fosse composta l'indole sua. Perch il bisogno  nemico capitale dei buoni pensieri, e delle buone opere, e patito nei primordi della vita generalmente squaglia il carattere umano, o lo petrifica. 
Se noi volessimo spiegare intera la breve, ma ricca trama dell'esistenza di Tacito, ci sarebbe agevole percorrere per esteso le dimensioni d'un elogio, o d'una biografia; ma favellando di lui fu nostro proposito, e ci sembr che bastasse, accennare soltanto, come egli fosse buono ed utile cittadino per virt propria, e come il mezzo e il fine corrispondessero perfettamente al principio da lui stabilito nelle pi difficili condizioni; per la qual cosa aggiungeremo pi pochi tratti, parendoci, che il dilungarci troppo di soverchio avrebbe aria di fasto, e offenderebbe di certo quello spirito gentile, che gelosamente studi di coprire col silenzio quanto di lodevole usciva da lui. 
Conseguite il Martini nell'epoche consuete la laurea, e la matricola in Medicina e in Chirurgia, torn in patria, e subito diede opera a farsi conoscere. E tanto gli valsero lo studio indefesso, i modi schietti e soavi, e l'onesto desiderio, che l'agitava ardentissimo, che di l a poco acquist credito, fiducia, e favore universale. Venne in sguito creato Chirurgo dei Lazzeretti, e primo Chirurgo di turno negli Spedali; ebbe clientela vastissima d'ogni maniera di persone, e i guadagni gli crebbero fra mano, maggiori forse che non aveva sperato. Quindi pot ristorare la fortuna abbattuta della famiglia, quindi pot scorrere a suo talento quella larga vena di carit, che i cieli gli avevano infusa nel cuore. 
Pratic l'arte con plauso, e con decoro, e segnatamente in Chirurgia ebbe lode frequente di operatore felice. Ma il medico in lui non aveva cancellato l'uomo; l'abitudine di veder soffrire e morire non aveva spenta in lui la mobilissima sensibilit di una natura squisitamente pietosa. Al letto dell'infermo era medico, ed uomo; finch occorreva, apprestava alacremente i soccorsi dell'arte; ma quando la Scienza si fermava impotente davanti alla furia del male, che precipitava al suo fine, Tacito adoprava i soccorsi della parola e dello spirito, circondava di cure delicate e di sante consolazioni il malato, l'animava, l'aiutava al terribile varco. Ufficio sacro e gravissimo del medico  questo, porgere all'estrema miseria l'unico rimedio che resta, il conforto. 
Non fu n avido, n avaro; eccedeva invece nelle qualit contrarie. Chiamato appena, visitava prontissimo il povero, con amore lo curava, lo sovveniva di consiglio, e, meglio ancora, gli lasciava la moneta perch supplisse al bisogno. Dagli amici non voleva mercede delle sue fatiche, ed ostinatamente rifiut il legato d'un piano di casa, che un suo cliente presso al morire voleva ad ogni patto lasciargli. 
Ma le opere di beneficenza furono la sua volutt suprema, il respiro dell'anima sua. Benefic nobilmente e senza ambizione, con quel pudore, che impedisce o medica l'offesa, che suole spesso recare il benefizio. Aperse al profugo la casa, all'indigente la borsa, e dava volontieri, senza farsi ripetere la richiesta. Giovava con ogni sorta d'uffici l'amico, e chiunque potendo. Assisteva molti dei suoi parenti largamente, continuamente; e mortagli una sorella, accoglieva nella propria famiglia il marito, e cinque figliuoli. Per uno di questi spendeva 80 Lire il mese solo a farlo educare. Senza essersi creato una famiglia sua propria, aveva viscere e istinto di padre. 
N gli mancarono i disinganni, come avviene a chi vive praticamente tra gli uomini; ma intento sempre ad un segno non torse mai un momento dalla traccia segnata ab antico; la fede non gli venne mai meno, perch sapeva distinguere tra l'umanit, e l'individuo, tra il principio eterno universale, e il fatto transitorio e parziale. 
Am gli uomini, e la Patria Italiana, e fu caldissimo di quanto riferivasi all'onore e alla gloria di lei. Am singolarmente la citt dove nacque, e non sorse in essa uomo che promettesse bene di s, cui non cercasse diventare amico, cui non cercasse all'uopo giovare coi mezzi suoi, e con quelli d'altrui, adoperando quella felice influenza che sapeva esercitare sugli animi. Partecip agli istituti, a tutte le cose utili ed onorevoli, che nacquero tra noi, e non fu per lui se maggiormente non prosperarono. 
Fu in quanto a s modestissimo, e quando faceva il bene non voleva lode, o ringraziamento. Gli piaceva esser buono, le apparenze fastidiva. Ebbe coraggio, e indipendenza d'opinione, qualit, che non gli fecero nemici, perch sapevasi valere in lui l'amore sincero della verit, non i secondi fini. Rigidissimo nei principi cardinali sui quali posa veramente la morale, fu tollerante, e facile nel resto. Modi ebbe aperti e soavi, onesta ilarit di volto e di spirito, e dal complesso della sua persona partivano getti di vivissima simpatia. Non pat d'invidia, o d'ipocrisia, n gli furono notati vizi, o difetti capitali. Difetti avr avuto senz'altro, perch il carattere umano consiste d'ombre e di lumi, ma leggerissimi, ma tali, che nel consorzio sociale non apparivano infesti, e male di certo non ne venne a nessuno. Fatto  che mor lodato dai buoni, e lodato dai cattivi, e i morti come sapete non si adulano, specialmente quando non si lasciano dietro lo splendore della gloria, o la famiglia potente. Ma questo  pregio veramente mirabile della bont, svellere il plauso anche dalla bocca dei tristi. 
E la bont di Tacito faceva forza nella mente di chiunque la contemplava. Non era quella bont facile, passiva, o volgare, che invade i confini della stupidezza, - pi che altro necessit di organismo. Era la bont intelligente e operosa, la bont del libero arbitrio, perch Tacito aveva anima, passioni, ed energia di temperamento, aveva strumenti da volgere al bene, o al male volendo. 
La malattia, che da ultimo lo spense, gli si ordiva da gran tempo lentissima nelle viscere. E quando i sintomi di quella si rivelarono insistenti, e innegabili, non si trattenne in vane lusinghe, misur la grandezza del pericolo, comprese che i suoi giorni erano numerati, e lo disse imperterrito a tutti, e a s stesso. Accett il calice amaro della passione, e lo bevve pacatamente fino all'ultima stilla, raccogliendo l'animo invece, e facendolo pi grande alla minacciante sciagura. E consecrandosi pi che mai a quell'idea che l'aveva sempre predominato, non ricus fatica n occasione, andava fuori visibilmente malato, non curava riposo, non cercava aggiungere un filo alla trama della sua povera esistenza; una furia, un impeto lo portava; faceva sforzi che mal si potrebbero spiegare, dove non sapessimo che la volont umana eccitata da un alto proponimento pu far miracoli. Ma se lo spirito era pronto, la carne era inferma; e le forze pi e pi sempre prostrandosi gli convenne in fine mettersi a letto, e morire. 
Gli ultimi giorni di Tacito furono solenni, e quieti della pace del giusto. Disposte con senno ed equit le cose sue, aspettava placidamente la morte e l'invocava talvolta pi che altro per togliere alla famiglia desolata uno spettacolo d'immenso dolore. Era, come da sano, affabile e cortese con gli amici, che lo circondavano numerosi; era provido, discreto, e amoroso co' suoi, che gli trepidarono attorno; dissimulava gli spasimi atrocissimi, e ratteneva lo sfogo della soffrente natura, perch non si attristassero maggiormente. Cosa mesta e dignitosa era a vederlo cos morire senza orgoglio, e senza vilt. Non si sment un istante, parl sempre parole gravi e affettuose, riconcili antichi dissapori, pens a tutto, e a tutti; - in quegli estremi la sua anima fiammeggiava pi lucida che mai. E poich l'ostinata agonia pervenne al suo termine fatale, mor virilmente rassegnato, sicuro della sua buona coscienza, affidato d'una speranza immortale. 
Cos fu conchiusa troppo per tempo una vita utile ed onorata. Povero Tacito! quando noi rammentiamo la tua presenza, e il tuo spirito cortese, e vediamo il rammarico, che lasciasti di te universale, e pensiamo all'angoscia ineffabile della madre tua destinata di 72 anni a sotterrare il figlio a lei pi diletto, una profonda piet ci stringe del caso miserevole; ma se pensiamo poi alle ambagi tormentose del secolo, e alle illusioni che di giorno in giorno spariscono, e alle cure che pi e pi sempre si addensano, e alla vecchiezza, che si avanza fredda, squallida, e inutile, noi non osiamo pi mormorare, se a Dio piacque recidere il fiore prima che appassisse. Riposa in pace. A quest'ora nessuno saprebbe dove venire a piangere sulle tue ceneri, perch tu non volesti distinzione di sepoltura, e le tue ossa giacciono nel Camposanto comune, confuse con quelle del popolo dal quale nascesti. La fama non far suonare il tuo nome, perch il mondo non ha storia per le virt tranquille e innocenti del cittadino da bene. Ma se la tua vita di continuo sacrifizio fu semplice, e inavvertita quasi agli occhi del mondo, speriamo sar comparsa splendida e meritoria agli occhi dell'Eterno. E quanti schiettamente ti amarono, e ti ebbero in pregio, daranno a te sovente un pensiero e una lacrima, e ridiranno ai figli come vivesti, e come moristi, e la tua memoria rester, giova crederlo, santa ed onorata tradizione domestica. 

GUGLIELMO AVENAS ? 1842(21) ? 
La vita al fine, e il d loda la sera. 
PETRARCA. 
GALANTUOMO e PERSONA DI GARBO sono vocaboli di origine aristocratica, ma in principio non ebbero valore morale, e furono tra i tanti segni, che distinguevano la razza fine dalla ignobile. A quei tempi il vassallo e il popolano non potevano chiamarsi galantuomini, n persone di garbo; e non  molto riscontrai questo fatto. Un Duca Napoletano narrandomi come in certo luogo fosse stato trattato con leggerissima differenza, e forse al livello degli altri, che non erano Duchi, chiudeva il discorso cos: in quel luogo il galantuomo non  rispettato. Io feci atto al Duca come per dirgli: pur troppo! e pensai tra me, che, come uomo di secolo XIX, il Duca era almeno 200 anni addietro, e parlava una lingua morta; ma come Duca de la vieille souche era nel suo elemento, e aveva ragione. 
Galantuomo in sguito trasmigrando dall'uso privilegiato di una casta all'uso comune vest senso diverso, ma sempre assai limitato, e signific, e significa ancora l'Uomo puntuale a pagare. 

Oggi per il vocabolo ha fatto la pi grande ascensione possibile, e galantuomo s'intende propriamente colui, che senza fasto n seconde intenzioni adempie tutti i doveri dell'Uomo, e del Cittadino. 
Il ritratto d'un galantuomo  pi difficile forse d'ogni altro. Voi non avete quasi mai la statura grandiosa, il portamento solenne, le parti angolose, il colorito avventato, ed i contrasti da scuotere i sensi, e la fibra di chi guarda. Invece avete una estrema regolarit di contorni, castigatezza di forme, colori tranquilli, conseguti per via di gradazioni infinite, e tutte soavi; avete un perfetto equilibrio di quantit, e di qualit; avete ogni cosa al suo posto, avete l'ordine morale nella sua pi semplice e pi giusta espressione. 
In somma voi non potete farne una figura di spolvero. - Gi un galantuomo non trova mai il vento fresco della fortuna, che lo porti per aria, e fornisce a piedi il suo terrestre pellegrinaggio; e cos non avendo un cocchiere, che gridi in pubblico - bada alla vita, - nessuno si volta a vederlo, nessuno conosce il suo nome, n dove stia di casa.  provato, che una pariglia di buoni cavalli si fa largo, e attira gli sguardi meglio di una pariglia di buone azioni. 
Un galantuomo non pu mai ferir dritto allo scopo, perch ha sempre delle distrazioni col pudore, e colla coscienza. - Un galantuomo generalmente ha disgrazia al giuoco, e in amore. 
Un galantuomo facendo e dicendo cose, che i pi non fanno, e non dicono, offende la moda, e la moda lo consegna al braccio del ridicolo. 
Quindi a fare il galantuomo ci vuol coraggio, e pazienza. Ma la maggiore difficolt per farne il ritratto  che se ne vede di rado l'Originale, e cos, mancando l'occasione frequente di copiare dal vero, non  dato acquistare quella franchezza e valentia, che l'eccellenza dell'Arte richiede. 
Noi pertanto atterriti da tanti ostacoli disegneremo alla meglio un profilo. 
Dovendo fare l'inventario delle parti, che compongono un galantuomo, la prima di tutte a presentarsi  la fisonomia, parte essenziale, che merita studio e considerazione. La fisonomia,  il prodotto dell'uomo interiore, - lo spirito modella la materia. Scrutate chiunque con occhio diligente e inflessibile, e dopo pi o meno prove avrete resultati quasi infallibili, penetrerete la maschera la pi ingegnosa, la meglio incarnata e immedesimata col volto umano. Questa scienza, che val quanto un'altra, perch consiste tutta di osservazioni e di confronti,  stata chiamata vana e temeraria come l'astrologia. Ma gli uomini talvolta sanno pur troppo quel che si dicono; - gli uomini la pi parte hanno interesse a non essere indagati. 
Qu nel caso nostro la facciata era di buono stile. 
Dopo avere attentamente esaminata quella testa di parti larghe e virili, l'effetto dell'insieme era un senso di conforto, come quello che tu provi incontrando una giornata tepida e luminosa nel verno. A veder quella testa uno si sentiva invitato a metter gi le armi, che l'uomo  solito portare viaggio facendo in questo mondo; uno sentiva le dolcezze inconsuete della sicurezza, dell'abbandono e del riposo. 
La facciata era di buono stile, e l'interno corrispondeva in ogni sua proporzione; e per amore di brevit dir, che i molti e svariati lineamenti dell'animo suo si riassumevano finalmente in due tratti, o potenze, che sporgevano eminenti, e gli davano espressione distinta. Egli ebbe queste due potenze dalla Natura, e le corresse e ritempr alla scuola dell'esperienza, la quale i buoni rende migliori, e i cattivi maggiormente intristisce. 
Una era la potenza di sopportare, e l'altra quella di compatire; due virt uniche forse ad aver titolo legittimo a tanto nome, e certamente indispensabili nel consorzio sociale; poich sopportare in s stesso con dignit le traversie e le amarezze, onde si riempie la vita,  segno di forza; e compatire, non in senso sterile e inerte, ma in senso attivo e benefico, compatire gli errori, le colpe, e le sventure nel prossimo,  segno di amore, e ambedue sono i cardini sui quali gira l'umana bont. 
In somma a veder quella testa non si poteva sbagliare, e quella fronte pensierosa, ma di pensieri sereni, non gridava - addietro, - come quasi tutte gridano, ma portava scritto a caratteri scintillanti - entrate. - 
Chi ha sofferto veramente di cuore, e ha provato come il mondo abbia le mani troppo ruvide, anche quando intende di medicare, colui solo sa quanto faccia buono trovare un asilo siffatto, quando l'anima  smarrita dal dubbio, o lacerata dal dolore, o assiderata dal bisogno. 
E il dubbio, e il dolore, e il bisogno, trovarono in Lui onesta accoglienza, e sollievo pronto, e cordiale. 
Il povero segnatamente andava a colpo sicuro, n riportava indietro il - non ne ho spiccioli, o l' - andate a lavorare, - monete di conio moderno, ma di lega inferiore assai all'antico - Dio vi consoli, - perch questo almeno conteneva un'ombra d'affetto, e se non dava nulla alla bocca, dava qualche cosa al cuore, e il cuore anch'esso ha bisogno di qualche cosa. 

Ma prendiamo il punto di luce pi giusto, - vediamo l'uomo in azione. 
Egli fu Negoziante. La parola Negoziante tiene un piccolo spazio, ma in quello spazio entra una folla di cose infinite a ridirsi. Negoziante  colui che traffica la roba sua, e l'altrui, ma pi spesso quest'ultima sola. Passare per la roba degli altri  uno stretto pericoloso, e non farvi naufragio o avaria  un bel fare. Se tutti nascessimo fasciati d'un bel patrimonio, la parte di galantuomo sarebbe facile, ma non avrebbe merito. Il merito sta nel combattere e vincere, specialmente quando i mezzi della difesa non sono proporzionati a quelli dell'offesa. Gi il sistema di propriet non  passato finora nella mente degli uomini a stato di convinzione, e il tuo e il mio sono cos complicati, e confusi tra loro, che spesso ti avviene, anche non volendo, di prendere in iscambio l'uno per l'altro. Oltre di che voi avete dalla vostra la coscienza sola, la quale non ist sempre bene di voce, ma come pu bada a suggerirvi - non rubate, - mentre dalla parte avversa avete il bisogno, l'istinto, l'occasione, e le mani. Il bisogno  bestia, che non intende ragione; l'istinto disgraziatamente porta per in gi; quello che faccia l'occasione, ve lo dica il proverbio, che corre per la bocca d'ognuno; e le mani, guardate la struttura delle mani, e le vedrete flessibilissime configurarsi a gancio ogni momento, e le vedrete create destinate apposta a prendere tutte le cose, inclusive il fuoco. 
Facciamo alto un minuto, o Signori. Un Negoziante che per 76 anni  rimasto fermo sul suo  una parentesi nella storia del Commercio, -  il re dei galantuomini, - e merita una corona di punti ammirativi. 
E torniamo a vedere l'uomo in azione. Un padre e una madre morivano, e lasciavano a Lui, all'Amico, quattro figli di tenerissima et, destinandolo tutore. Oggimai il progresso e le leggi hanno provveduto in guisa, che se un pupillo ha qualche cosa nell'uscire di minorit la ritrova, e un tutore di garbo oggi, basta volerlo, si trova dappertutto, e subito; -  un vestito bell'e fatto. 
Ma quarant'anni addietro il tutore nasceva sotto il pianeta di Saturno; e un tutore che non divorasse i suoi pupilli era una cosa inaudita, un mostro, una cosa da farsi vedere. 
Egli amministrava pertanto severamente, e restituiva ai pupilli un patrimonio accresciuto. 
Ma la bont profonda dell'indole sua oper in Lui quello, che la Natura non pu consentire se non per miracolo; quello, che un padre e una madre morendo non osavano, n potevano sperare, cio, che l'amico e il tutore si convertissero sostanzialmente in Padre affettuoso, e continuo. E fatto Padre non pens solamente alla roba, e alla educazione ordinaria degli orfani, ma accolse questi figli dell'anima sua, e li difese, e li diresse a princpi sani, e a vita onorata, ammaestrandoli coll'insegnamento efficacissimo dell'esempio, e diffuse sulla loro giovane esistenza le cure, e il tepore, che i padri e le madri diffondono sulla prole. E cos quegli Orfani non sentirono l'aria fredda dell'indifferenza, ed Egli prov le gioie e gli affanni della paternit. 
Io l'ho veduto non  gran tempo questo vecchio venerabile nella morte d'uno dei suoi pupilli, - ho veduto il suo dolore, dolore senza lacrime, e senza parole, - che di quando in quando alzava gli occhi al cielo, - unico appello e refugio delle anime afflitte profondamente. 

E cosa merita un uomo siffatto? l'uomo, che per i figli non suoi ha saputo sublimare il cuore, e crearvi dentro l'intelligenza, l'amore, e il dolore di padre? - Il premio vero della virt  in un mondo migliore, e intanto un uomo siffatto tra noi merita una corona dei pi bei fiori, che germoglino sulla terra, - una corona di benedizioni. 
Egli ebbe nome GUGLIELMO AVENAS. Nacque in Nizza, e visse lungamente in Livorno, dove mor il 21 Gennaio 1842. Mor come muoiono i giusti, senza terrori, e senza rammarichi, colla coscienza sicura del fatto suo, e coll'anima verso Dio. 
I Fratelli Pach mossero queste poche parole per onorare la memoria del tutore dilettissimo, e soddisfare in parte all'amore, alla riconoscenza, e al desiderio, che di s ha lasciato vivissimo quest'uomo dabbene. 
Voi tutti poi pregate per lui, onde egli preghi per noi in quel luogo dov' un Giudice solo, una legge sola, e una verit sola, dove non  anticamera, che trattenga, o disperda le suppliche dei poveri mortali. 

ISCRIZIONI E POESIA

I.
LA SERA DEL IV GENNAIO MDCCCXXXVIII
ELENA BISCARDI
ADDORMENTANDOSI NEL SIGNORE
COMPIEVA IL DESTINO ASSEGNATO
A CHI NASCE CON TROPPO CUORE
DI AMARE SOFFRIRE E MORIRE IMMATURAMENTE. 
BENEDITE LA SUA MEMORIA
E QUELL'ANIMA SOAVISSIMA
INTERCEDA DA DIO
ALMENO LA PAZIENZA
AL DOLORE DISPERATO DEI SUOI. 

II.
MORTA LA NOTTE DEL IX DECEMBRE MDCCCXXXVIII
QUI FINALMENTE RIPOSA
ADELE PERFETTI NATA DEWIT. 
EBBE
INDOLE SCHIETTA AFFETTUOSA
CUORE GENTILE MELANCONICO
VITA BREVE INFELICE
E SPIR GEMENDO DI ABBANDONARE
APPENA NATA LA SUA FIGLIUOLETTA. 
IL MARITO I FRATELLI E LA MADRE QUASI MORIENTE
CON MOLTE LACRIME
QUESTA MEMORIA DI AMORE E DI DOLORE
PONEVANO. 

III.
INGEGNO ARGUTO MOLTIPLICE
BONT SINCERA DI CUORE
POTENZA GENEROSA DI AFFETTI
MODI GRATI SOAVI
E IL SORRISO DELLA FORTUNA
TUTTO FU POLVERE
LA NOTTE DEL XX GENNAIO MDCCCXXXIX
MENTRE PI BELLI GLI GERMOGLIAVANO I FIORI
DELLA VITA E DELLA SPERANZA.
GIOVANNI PALLI ERA IL NOME
E NON COMPI VENTOTTO ANNI. 
UN PENSIERE E UNA LAGRIMA
DATE AL SEPOLCRO DELL'UOMO
CHE MORENDO LASCIAVA
AI PARENTI AGLI AMICI
UNA SANTA EREDIT
DI AMORE E DI DOLORE. 

IV.
QUI GIACE UNA POVERA MADRE
DOROTEA PALLI
CHE PIANGENDO SEMPRE IL SUO PERDUTO EUGENIO
E PER VENTURA IGNORANDO LA MORTE
DELL'ALTRO SUO DILETTO GIOVANNI
SPIRATO UN MESE PRIMA DI LEI
MORIVA IL XX FEBBRAIO MDCCCXXXIX
CONSUMATA LENTAMENTE DA UN DOLOR SOLO
CHE DUR TRE ANNI. 
COMMISERANDO IL CASO FATALE
CHE IN S BREVE TEMPO
RICONGIUNSE IN QUESTO LUOGO
LE OSSA DELLA MADRE E DEI FIGLI
BENEDITE ALLA LORO MEMORIA
E PREGATE PACE. 

L'ANNIVERSARIO DELLA NASCITA ? 1833 ?
Un altr'anno di vita  gi spento,
E tremando lo conta il pensiero;
Del passato non resta un momento,
Il futuro  velato di nero;
Il passato  un romore trascorso,
Un ricordo dolente, un rimorso.
Come nudo sepolcro s'innalza
Nella mente deserta il passato,
Dove il meglio dell'anima incalza
Ogni giorno la spinta del Fato,
Dove tacita giace e sepolta
La Virt, che fioriva una volta.
O miei giovani giorni, che invano
Mi passaste sul capo, tornate
Al desio, che vi tende la mano;
La speranza con voi riportate;
La Speranza per l'anima  il Sole,
Quando l'alma caduta si duole.
O miei giovani giorni, leggieri
Ritornate sull'orme gi fatte;
Rinfrescate coi primi pensieri
Queste rughe, che il cuore ha contratte;
Ritornate, o miei giorni ridenti,
E al partirvi movete pi lenti.
Io non vissi, - in un soffio la curva
Divorai della vita dell'alma;
Un destino, un demonio m'incurva
Anzi tempo alla stupida calma
Della tomba; - potente  la voce,
Che una morte m'impone precoce.
O miei giovani giorni, io dispersi
Un tesoro che Dio non ridona,
Che non pu ridonare; - io sommersi
Della vita la gaia corona
Nell'oblio; - questo serto, ch'or piango,
Sparpagliai neghittoso nel fango.
Io non vissi, e son vecchio: - e qual orma
Nel sentier d'una grande passione
Ho stampato? E di gloria qual forma
Mi sorrise? - e la santa missione
Adempia, che Natura ci grida,
Che il dolore di un secolo affida?
E il dolore, che cuopre con l'ale
Tutto un secol, me pure percosse;
E il dolore fa grande il mortale;
E se un'alma dal fango si scosse,
Le convenne di farsi pi pura
Nel battesimo della sventura.
E il dolor mi fe' grande? - Mi geme
Da gran tempo un lamento nel petto,
Ma  una tacita stilla; e non freme,
Non prorompe in faville d'affetto,
Non risuona in terribili accenti
Come tromba che scuota i giacenti.
Ma qual ira fatale riarse
La freschezza dell'alma s presto?
Perch il riso s ratto scomparse?
E perch sulla fronte un s mesto
Velo stese la cura s amara,
Come il manto che cuopre la bara?
Fanciulletto alla scuola del mondo
Venni; - e il mondo una coppa funesta
Mi accostava alle labbra; - un profondo
Sorso bevvi, - e una morte fu questa: -
Ahi! letale del mondo  la scienza!
 la morte del cuor l'esperienza!
L'avvoltoio del dubbio mi rose
Ogni fibra vitale, ogni forza;
Mi recise le candide rose
Della speme, e il suo fiato, che ammorza
Ogni tinta pi vaga e serena,
Come sangue mi corse ogni vena.
Io ricinsi d'un funebre velo,
Vel tramato a tristissima scuola,
La magnifica faccia del cielo
Che allo spirito  s calda parola,
Quando vive lo spirito immerso
Nel calor di un amore universo.
Io non vidi nel mondo, che un moto
Alternato di vita e di morte;
Un destino di ferro, che ignoto
Tutto stringe in ignote ritorte;
Esclamai: - muore l'alma! - e al desire
Chiusi l'ale, e negai l'avvenire.
E guatando la Storia, - un volume
Dove scrive col sangue il Delitto,
Dove scorre qual onda in un fiume
Delle schiatte il veloce tragitto, -
Uno spazio guatai di dolore,
Dove geme chi nasce e chi muore.
E la gloria un'immagine muta
A me parve, - una stella cadente, -
Una voce fra breve perduta
Nell'immenso silenzio del niente:
- A che muoversi? - io dissi; e mi tacqui,
E in un ozio codardo mi giacqui.
E rimasi nel vuoto; - e la vita
Mi pes come un grave martiro;
E se amai, fu passione smarrita
Nel deserto, - un solingo sospiro
Fu l'amor; - nelle tenebre incerto
Brancolai bestemmiando il deserto.
Ho voluto il deserto, - e di pietra
Mi son fatto un guanciale, - e la fossa
Ho scavato al mio cuor; - n s'arretra
L'alma omai dal cammin dove ha mossa
L'orma; - indarno la innalzo alle sfere,
Nelle tenebre  morto il pensiere.
E la Patria? - Una Patria mi resta,
Ma prostrata cos, che non spira
Altra vita nel cor della mesta
Che un dolor muto, cupo; - e rimira,
Nuova Niobe impietrita dal duolo,
Ogn'istante cadere un figliuolo.
Perch vivi tu dunque? Un acciaro,
Un veleno non hai? Perch tremi
A spezzare quel calice amaro?
Che ti fai del letargo in che gemi?
Perch vivi? Un incanto t'ha vinto?
- Io nol so; - forse vivo d'istinto. -
La mia pallida pallida stella
 al tramonto d'un triste viaggio;
Chi le infonde una vita novella?
Chi le rende l'allegro suo raggio?
A quest'anima morta chi dice:
- Su, rinasci, novella Fenice? -
O miei giovani giorni, potete
Rimontar la corrente? - Venite,
Anche nudi di gioia, - adducete
Solo il pianto; -  una gioia pi mite;
E se il cielo un'ammenda ha pensato
Al dolore, la lacrima ha dato.
Ma un altr'anno di vita  gi spento,
E tremando lo conta il pensiero;
Del passato non torna un momento,
Il futuro  velato di nero;
Il passato  un rumore trascorso.
Un ricordo dolente, un rimorso.
Qual fragranza dal fiore degli anni
Ho spremuto? - Il mio cielo natio
L'agitava con tepidi vanni,
Gli vestiva dell'iride il brio,
Lo drizzava gentile all'amore,
Educava alla Patria quel fiore.
Ma quel fiore mal crebbe; e le foglie,
E l'umor gli corrose un veleno;
Dissipate le pallide spoglie
Son fuggite dei venti nel seno;
La rugiada d'un placido cielo
Pi non bagna che un arido stelo.

L'IMMORTALITA' ? 1842 ? 
 il pensier della morte uno sgomento,
Dove lo spirto s'inabissa, e il cuore;
Il cielo empie d'un funebre lamento,
Oscura il Sole, e inaridisce il fiore.
Lo sguardo informa, e suona nell'accento,
Uccide ogni speranza, ed ogni amore;
Misura unico il tempo, e in un momento
Un secolo concentra di dolore.
E l'agonia dell'anima immortale,
Finch strascica inerte la catena
Del mortal fango tra le torte vie.
Ma s'illumina, e sorge, e batte l'ale,
Angiol di Dio, se in lui penetra appena
Uno spiraglio dell'eterno die.

NAPOLEONE FRAMMENTI(22)
? 18...? ? 
E tu cadesti, o re; ma sul tuo fato
Il silenzio non giace, onde l'umana
Plebe  coperta;
E la storia del tuo nome solenne
Coi secoli si muove.
Eri di donna
Nato, e spirto caduco in te si chiuse
Come nel volgo dei mortali, o l'alta
Armonia delle sfere alla tua creta
Trasfuse alito eterno?
Sento, che il mondo ancor geme dell'orma
Delle tue piante; - ahi! dunque in sulla terra
Non ti guid l'amore . . . . . .
Chi misurarti
Col pensiere vorr, se il tuo fantasma
Ratto venne, e disparve, alle atterrite
Genti mostrando
Mille faccie di tenebre e di luce?
Quand'io mi sporgo sulla tua grandezza,
Mi coglie la vertigine. Chi sei,
O cratura del mistero? Il mondo
Forse nol sapr mai. Nume, o demonio,
Ti chiameranno incerti; - e il tuo concetto
Forse l'inferno racchiudeva, e il cielo.
...
Il fiore
Della vita per te crebbe solingo
E nero, ed aura nol nodria feconda,
E amor non lo guard.
Nell'ora
Dei mesti sensi, - quando cade il Sole,
E sopra la natura si diffonde
Addolorato come il guardo estremo
D'un amico, che muor, - piangesti mai?
Il vator, che tenta le tempeste
Dell'antico Oceno, andr tremante
All'Isola romita, ove il tuo Genio
Impotente si giacque, o sventurato.
E la mente commossa andr cercando
Per l'ombre della morte il tuo fantasma,
Che scongiurato apparir. Funesta
Luce balener sulle tremende
Sorti dell'uomo, e gemer . . . .
E se mai le ridenti illusoni
Ti rinfrescavan di fiori la fronte,
Il dolor li appassiva;
E la tua fronte, pallida, atterrita,
Trono severo d'un pensier di morte,
Cadeva a terra.
L'Aquila gloriosa,
Del cenno tuo terribile ministra,
Che tra gli artigli un d portava il mondo,
Or s' conversa in avvoltoio, e nido
Fa nel tuo cuore.
Lungo le deserte
Rive dell'Oceno il mio pensiere
Scorge l'anima tua, che insegue l'ombra
D'una potenza, che pass. Delirio
Supremo d'una mente imperatrice
 il tuo delirio. A che nel d fatale
Non ti ascondesti nel sepolcro?
Nei silenzi della notte, quando
La vision dello spirito  pi chiara,
Gemi profondo, e chiudi gli occhi, e d'ambe
Le man serri gli orecchi. Oh! che intendesti?
O minacciosi vedesti agitarsi
I milioni delle anime sprecate
Nelle tue cento inutili vittorie?
Fulminato  il Titano; una ruina
Vasta cuopre un impero, e l'atterrito
Sguardo delle nazioni al ciel dimanda
E alla terra dov' la man, che tanta
Forza prostr. - Non fu mano creata:
Dio ti percosse . . . . .
Quanta passione ti sal nel cuore
Il d che la Fortuna ti gridava:
- Non sei pi re, Napoleon? - quel grido
Ti corse tutta l'anima eccitando
Le note pi solenni del dolore.
E fu dolor, che un'anima infinita
Appena conteneva, - e a tanto peso
Non so come reggesti; - e la Follia
Forse dell'ala ti strisci la mente,
Ma tu nascesti forte, e la superba
Testa port il dolor come portava
Un giorno la corona.
...
Il Guerriero mor, n il capo stanco
Morendo abbandon sopra gli allori,
N il sospiro mischi dell'agonia
Col sospiro dei forti. Entro al silenzio
Della natura si disperse il Grande.
E solingo spirava ai giorni antichi
Catone,
allor che un fato iniquo
E una virt, che il mondo oggi sconosce,
Di terra in terra travolgean ramingo
L'ultimo dei Romani.
Sulle arene di Libia inospitali
Venne traendo l'anima indomata;
E poich fremer si sent da tergo
Di Cesare il delitto e la fortuna,
Chiam la morte, e intemerato un ferro
Si ascose nelle viscere.
Libert d'un santo
Amplesso a lui cinse lo spirto, e insieme
Nei cieli si confusero.
E la Sventura
Parte scont del tuo delitto, o forte,
E vel d'una lacrima il soverchio
Raggio della tua gloria: - e forse un giorno
Pellegrini verremo alla tua tomba,
Dove or siede custode la vendetta
Dei regi che tremarono, e un sospiro
Alle deserte ceneri contende.
E la Sventura eterna ha sulla terra
Una religone, - e nel sepolcro
L'uomo non va, se prima non l'adora.
E la Dea pi tremendo sacrificio
A te chiese, che agli altri; - il pianto chiese
E il servaggio dei popoli, - e tu desti
La servit col pianto; - ed eri allora
Sacerdote e non vittima, e calcasti
La cratura come pavimento;
E confitta per sempre la fortuna
Credesti aver sotto le piante, - e forte
Eri fra tutti i forti, e la tua spada
Simile al raggio del Pianeta eterno
Gir sull'universo. Ancor la terra
Lo scalpito rammenta del cavallo
Che ti portava alle vittorie, - e vinti
Fur tutti, - anche la patria.
Pi non avesti freno
Dacch vedesti i popoli agitati
Giuoco della tua destra; - e un riso amaro
Dei mortali ti prese, - e il firmamento
Forse afferravi col pensier profondo,
Pensier, dove fremea l'onnipotenza.
A mezzo il corso
Cadesti; e quando il tuo pensiero anelo
Si affacciava al futuro, era un'immensa
Di tenebre pianura l'avvenire.
Un'eterna
Religone adunque ha la Sventura
Dai mortali adorata, - e un sacrificio
Pi che agli altri tremendo a te chiedea,
E ti rap la folgore di mano
Onde al suo truce simulacro un mondo
Immolavi, e la forza ti fugava
Dal braccio onde squassasti un d la vita
Delle nazioni. Uomo tornasti, e tutta
Sentisti l'umilt di nostre sorti.

IL D DE' MORTI(23) ? 18...? ? 
Era il d dei morti, e i sacerdoti e pochi vecchi piamente pregavano a Dio la pace dei Defunti, - e la brigata delle donzelle e dei garzoni lasciviando si dava alla gioia; ma non era la gioia, - sapea pi di baccano, e moveva da crassezza di sentire; ed io maravigliava come le anime nostre fossero sorde alla voce sempre solenne della morte. - Ma di chi suona la solinga preghiera della carit? - Era una giovanetta nel tempo dell'amore, che pregava in disparte, e dalle vereconde sue forme spirava un sorriso di dolore, a quella guisa che si dee sorridere in Paradiso, ed essa guatava sentitamente le fosse dei nostri padri con una mestizia dolce, e sicura, affidata di certo della sua innocenza. Io la fissai, - e il raggio della bellezza e del pudore mi acquet per un istante la tempesta dell'anima; e pel momento che la vidi spunt un fiorello tra le spine della mia vita. La bellezza mi parl al core poeticamente, ed io sentiva in quel punto di esser poeta. Ah s! la poesia debb'esser la favella dei beati, poich per parlarla bisogna disciogliersi dal viluppo dell'umanit. - Chi toglie il velo delle lusinghe alla vita scuopre la morte. Ed io rivestii di care lusinghe la vita, e pi non vidi la morte. 

IN UN ALBUM ? 1839 ? 
Noi ci siamo veduti una volta sola, o Signora, ma senza occasioni d'intimit, senza poterci conoscere ed intendere a vicenda. Pure voi non mi uscirete pi mai dalla mente, perch il suono della vostra voce sollev dentro di me un tumulto di memorie potenti. Voi mi riportaste a Genova, dove la Virt Italiana non  spenta affatto, dove ho vissuto cogli affetti i pi begli anni della mia esistenza, dove sono stato fratello d'anima a molti generosi,...... Io vi ringrazio, o Signora, perch senza saperlo voi mi avete fatto un gran bene; perch voi, sottraendomi per un tratto ai dolori abietti del presente, mi avete fatto rivivere nel passato, mi avete rinverdita la speranza, rinvigorita la fede nell'avvenire. Voi m'avete fatto sentire pi intenso il desiderio d'un vostro concittadino, del quale ho letto pochi versi in questo Album. Serbate con reverenza quei versi, perch sono un brano palpitante d'una grand'anima, che il mondo non ha per anche compreso. Teneteli cari come una santa reminiscenza, - o non foss'altro come un'ammenda onorevole alle scortesie, o alle freddure, che altri per avventura abbia potuto scrivere in questo libro. ? Accogliete queste mie parole non come un'arida formula di convenienza, ma come un'effusione di vivissima simpatia. 

UN SOGNO ? 1839 ? 
Il 5 Marzo 1830 ad alta notte mi addormentai, e feci questo sogno. 

La serva entr in camera mia, e disse: - signor padrone, sono accecata. Due persone hanno picchiato all'uscio, ed hanno dimandato di Lei; io appena le ho guardate in faccia son diventata subito cieca: - A queste parole feci un atto, ed una esclamazione di maraviglia, e intanto le due persone entrarono. Erano Giovanni P.*** e sua Madre, ambidue morti di fresco. Conservavano la figura e le sembianze naturali, come quando erano vivi, se non che negli occhi e nel sorriso traluceva loro un non so che d'immortale. Al vederli io restai reverente e commosso. Giovanni mi abbracci e mi baci; sua Madre mi strinse cordialmente la mano, e disse; - veniamo a ringraziarvi di quello che avete fatto per noi, e specialmente per il mio Giovanni. Partecipate i nostri ringraziamenti anche agli altri vostri amici. - Allora io dissi: - Signora, tra questi miei amici ve ne sono tanti dei poveri; sapreste darmi tre numeri al lotto? - La donna con atto amoroso mi diede un leggiero schiaffo, e disse: - cos rispondono gl'immortali a certe dimande. - Io restai un certo tempo umiliato e compunto, e poi ripresi: - vedete, voi siete venuti da me, ma io sono un povero diavolo, ho la stanza vuota e disadorna; non ho tampoco da offrirvi da sedere; e quei due spiriti risposero sorridendo: - noi non siamo mai stanchi. ? Non ho neppure, - soggiunsi, - da farvi un poco di rinfresco, - e rimasi come mortificato. Allora Giovanni si lev di seno un vasetto di forma insolita, ma elegantissima, di una materia preziosa, bellissima, che rifletteva tutti i colori dell'iride, e facendomelo odorare esclam: - senti, questa  l'ambrosia, il nudrimento degl'immortali: - Odorai, e caddi assorto in un'estasi dolcissima, ineffabile, nella quale mi parve di giacere lo spazio almeno di quattro secoli. Alla fine mi riscossi, e rividi quei due, e dissi: - ma io ho dormito almeno 400 anni? ? Neppure un minuto secondo, - rispose Giovanni, - questo  un lampo della vita immortale. - Io stetti un poco sopra di me, e poi dissi: - ma dunque, o Giovanni, c' veramente un altro mondo? - Ed egli rispose: - c' Dio, e c' un altro mondo. - Queste parole mi scossero tutto, e mi fecero pensar profondamente per un tratto di tempo; poi dimandai: - e chi ci viene nell'altro mondo? ? Ci vengono quelli che soffrono, - mi fu risposto. Io curvai la testa sul petto, come per raccogliere le idee; stetti qualche tempo in quell'atto. A un tratto rialzando la fronte, preso da un impeto subitaneo, interrogai: - ma Elena? - Giovanni allora disse: - Elena  santa fra tutte le Sante,  un inno di fuoco;  la pi bella e solenne nota d'amore, che canti dinanzi all'eterno. Ella vede e sente il dolore di sua Madre; e si strugge per lei, e vorrebbe venire da lei; ma quando fa l'atto di partirsi, Dio l'afferra, e se la chiude nel cuore. 

Qu Giovanni s tacque, e sua Madre facendosi pi d'appresso mi disse: - andate da quella Madre; ditele che creda, che speri, perch tutte le Madri pregano per lei. - Quindi ponendomi con garbo affettuoso la mano sul capo soggiunse: - tu hai, figliuolo, dei grandi peccati, ma c' chi prega per te. 

E qu il sogno si sciolse. 

LETTERE

Noi vogliamo stampare nella memoria de' nostri giovani concittadini l'immagine d'un'anima, non d'una mente; vogliamo dir loro: "in nome di Dio, non lasciate che anime siffatte periscano senza dar frutto". Abbiamo noi tutti oggimai pi bisogno d'uomini, che non di scrittori. Abbiamo bisogno d'imparare a credere, non ad ammirare. Se avremo dato alla giovent nostra un'anima da venerare ed amare, avremo fatto pi assai che non rivelandole dieci scrittori. 
M.*** 

I.
Bravo F.***(24) 
...
E sia pur come vuolsi, e lasciamo i nostri nemici a chi se li voglia prendere, e veniamo a noi. Come vivi, F.***? se io faccio la somma, risponder per te: malamente, fratello, malamente assai. Ed io ti dir: pazienza, F.***; e tu riprenderai: pazienza pur troppo, perch la pazienza  l'unica veste, che il padre Adamo lasciasse ai suoi nudi figliuoli; ma per la bevanda  amara, e non ispegne la sete. Ed io ti dimander da capo: Come vivi, F.***? ti rode sempre quell'ansia profonda, misteriosa, di cui non seppi, e non osai mai penetrare la causa? e ti cavalca sempre lo spirito un diavolo nero, onde cos per tempo s'inaridisce la giovanezza dell'anima tua? O fratel mio F.***! ogni qualvolta io penso alle tue angustie, e alle mie, ed al fatalismo di tante turpitudini umane, in verit mi prende lo sdegno d'essere un uomo vivo, e bestemmio forte, e andrei pi oltre se potessi, e se il male fosse tutto in un nodo. Ma il male  veramente una Forza, e il Mondo gli d gran luogo; - ed io invece son debole, e destinato come tutti gli animali al dolore, e alla pazienza, e vivr finch mi riesce, e morir.... e morir solo solo, n tu, dolce amico, potrai forse pi darmi un bacio nell'agonia come hai gi fatto un'altra volta. ? 
Io ho cuore di forte, o F.***, o credo almeno di averlo; - ma quando per le varie ore del giorno via via mi si fa sentire una mancanza di care abitudini, un desio delle gioie provate esercitando la vita d'una amicizia caldissima, e mi rammento come spesso le tue mille passioni mi ardevano, e come spesso ti compiacevi alle fantasie del tuo povero amico, e come i miei pensieri erano intesi, e trovavano nel tuo animo gentile una risposta, oh! allora io davvero mi piego sotto l'affanno, e il mio spirito si diffonde in mille moti di dolore, e di amore. 
E veniamo ad altro. Mi dici, e sento dirmi da tutti, che sei fermo pur sempre nell'idea d'emigrare in Inghilterra. Io non istar a dirti se tu faccia bene, o male; che ne so io? che ne sai tu? che ne sa tutto il mondo? Per me ho veduto troppo sovente, che le cose buone e cattive sono fatte dal Caso, e l'uomo non si travaglia, che per essere il suo stromento. Io dunque non ti dir se tu faccia bene, o male; non mica, che se volessi io non potrei schierarti su questa tua andata migliaia di ragioni pro, e contra; oh! pur ch'io volessi, tu mi udresti ragionare a gran distesa, perch l'uomo in fatto di ciancie pu andare avanti e indietro senza spese di viaggio, e farsi padrone del torto, e del diritto; ma l'uomo, che nei casi difficili non sa dare all'amico altro che consigli, meglio  che si taccia. Ti dir soltanto, che tu faccia a modo tuo, perch cos, anche facendo male, la percossa che viene dalle mani proprie  meno acerba di quella, che viene dalle altrui. E Socrate disse: - Un Genio parla nel petto a voi tutti, o mortali; e chi nacque a correre una corsa che tutti non fanno, perch, non la sanno fare, non pu e non deve ascoltare, che le leggi del suo Genio, altrimenti si rassegni ad essere sopra tutti infelice. - E se il tuo Genio ti comanda l'esilio, giovi l'esilio, e abbandona la patria, e quante cose d'amore ha la patria, e sii felice se puoi, o almeno ti domino le alte sventure, e sempre ti si mantenga amabile l'ambizione della Gloria. Ma quando sarai lontano fra gli stranieri, e non avrai pi nulla di tuo, che le passioni, e le memorie di un tempo passato, allora il tuo pensiere sia italianamente generoso, e colla forza della immaginazione scaldati sempre al nostro Sole animatore perenne del Genio, e del valore italico, - e ti risovvenga di una gente dolorosa, d'Italia nostra, di questa cara armonia di tutta la Natura, - e cingi sovente le sue immagini dell'ala dei tuoi affetti, - e considera l'anima tua come sacra a te solo, - .... e allora i concetti ti sorgeranno nella mente come le stelle in Cielo, liberi, e splendidi di bellezza divina, e brillanti di eterno movimento. ? 
F.*** mio! la lettera  lunga, e mi avvedo di avertela scritta in un certo tono, che sa piuttosto di paternale; ma tu conosci l'amico, e ben sai se io m'abbia avuto mai l'orgoglio di far lume a nessuno, io che fermamente credo di non saper nulla, tranne che sono un povero diavolo mandato su questa terra ad occupare un po' di luogo, e null'altro, e tengo aperto sempre l'uscio di casa per vedere se il vento un giorno o l'altro mi ci porti la Verit, o la Ragione, quel segreto in somma, che ci vuole per diventare un gran Maestro, e dire alla gente, fate, o non fate. Ma io voglio finirla, F.*** mio, e ti dir, che son tutto tuo, di dentro e di fuori; - vero  che costo troppo poco, e un regalo siffatto sarebbe meglio a non farlo, ma ormai la parola  corsa. Ama dunque per sempre il tuo 
1. Agosto 1830. 
CARLO. 
P. S. Non passa giorno, che io non oda intuonarmi all'orecchie la canzone della prudenza, e son certo pi per te, che per me. La prudenza, a dir vero,  un certo Santo cui finora non ho saputo trovare uno sgabello fra le mie religioni. Pure gli uomini gravi mi dicono con aria di compunzione, che ella fa sempre buono, e negli ardui eventi per la salute dell'uomo non vi  bussola altra, che questa. E qui forse diranno bene, e forse no; ma indossare ogni giorno quella livrea, com'essi vorrebbero, parmi appunto come portare sempre l'ombrello anche quando non piove. E tutto questo sia per non detto. ? 
...

II.
Carissimo Padre 
La nostra partenza di Livorno fu piuttosto un ratto, che una partenza.... Sul principio del viaggio fu calma profonda; - il legno andava piuttosto con remi, che con la vela. Poi, due ore dopo incirca, si lev un vento fresco, forse troppo fresco; - allora piuttosto che andare volavamo. In mezzo a questa furia di vento un uomo ebbe a perire: faceva sue manovre in cima a un albero da poppa, quando l'albero per vecchiaia si tronc nel fondo; e se non era la sua destrezza, l'uomo periva di certo. Nessuna industria umana avrebbe potuto ritirarlo a bordo, tanto quel diavolo di vento ci rapiva via. Ma, come Dio volle, torn sano e salvo in coverta; avea lo stesso viso di prima, e col solito suono di voce disse rimettendosi a nuove faccende: un altro po' ci perdeva la vita. Queste parole sono semplici, e poche, ma rivelano un cuore sicuro. Io ammirai tacitamente la gagliardia di quell'anima popolana. Dimandai a un tale, che mi stava a lato, come si chiamasse costui. Mi rispose, che si chiamava la Scimmia; e questo nome in merito della sua singolare sveltezza. Seguitammo a correre col vento fresco, n ci abbattemmo in altri casi; poi quando fummo in vicinanza dell'Isola, il vento rallent, e rivenne la calma. Allora nuovamente mano ai remi, e cos entrammo nel porto, ove un Ministro di Sanit ci ricev colle solite forme. In somma il viaggio fu compito in poco pi di 7 ore. Io non potei goderne, perch durante il tragitto il mal di mare mi travagli fieramente. Ponemmo il piede a terra nell'Ufficio di Sanit, dove ci trattenemmo sopra due ore; e in quel frattempo, non sapendo che altro fare, ordinammo un lieve ristoro di cibi, e questo poi, pi o meno, era un bisogno comune. Quando fu venuta la notte, movemmo colla nostra scorta per entrare in citt. Entrammo, e traversando una piazza, e parecchie strade fatte a scala, giugnemmo al Forte ***. 
...
E qu finisce la cronaca del mio viaggio. Ora la vita attiva si  mutata in vita contemplativa; n io saprei cos'altro raccontarvi, se pur non fosse la storia dei mille grilli, che da mattina a sera mi svolazzano nel cervello. Ma questo nol comporteremmo n voi, n io, n quei signori deputati a leggere tutto ci che scriviamo. Ora io sono, e non so per quanto, domiciliato alla ***, sano di corpo, di mente sanissimo. Ho una casetta bastantemente capace per una persona.  composta di due stanze n troppo grandi, n troppo piccole. Un letto, una panca, una tavola, sono gli arredi. L'uscio si chiude per di fuori, e le finestre sono come le vostre, se non che hanno di pi l'inferriata. La casa  situata a mezzogiorno, e da una parte confina in un angolo angusto, che i Francesi chiamerebbero cul de sac. Dall'altra parte la casa  contigua a una caserma, e a prima giunta la vista s'incontra in una pila, in una cisterna, e in una campana, che non suona mai. Ma sospingendo l'occhio un poco avanti la scena si tramuta maravigliosamente, e dalla umilt prosaica salisce alla sfera poetica. Un clima dolce, armonioso, un cielo purissimo, una parte pittoresca di golfo, una catena di monti bruni bruni, contrastanti vivacemente coll'azzurro del cielo, e col verde limpido del mare; tutta una Natura magnifica, una creazione bella di bellezza veramente italiana. Ma per chi guarda dalle sbarre d'una prigione, il cielo  mesto, e la Natura  malinconica. 
Del resto, come vi ho gi detto, la vita, che io meno, non ha bisogno di troppi colori a dipingersi. La notte dormo quando posso; e quando no, veglio fantasticando. Il giorno mi levo; passeggio un poco sopra uno spazio di 12 passi; poi leggo; poi di nuovo passeggio; alle 2 un Trattore ci manda il desinare a modo suo; il dopo pranzo la medesima canzone, finch non torni l'ora di rimettersi a letto. Come vedete,  una nota unica sopra una corda unica. Per un'ora del giorno uno dopo l'altro siamo condotti a respirare all'aperto; l'aria in questi luoghi  balsamica, e fa buono al sangue. Di quando in quando viene a visitarci il Comandante della Piazza, una gentil persona, di cui non conosco per anche il nome, e ci tratta paternamente. Talvolta mi affaccio ad osservare i soldati occupati nell'opere loro: in due o tre giorni ho compreso tutti i misteri della vita militare; -  una vita, che non eccita tentazioni. In somma, a dirvela schietta, io mi annoio piuttosto che no, e l'Ozio, che una volta io vagheggiava come cosa morbida e cara, oggi  mio nemico giurato, e mi sta indosso come un cilizio, ed io concorro coi Padri della Chiesa a dichiararlo peccato mortale. In somma questa monotonia  tale, che a lungo andare pu convertire l'anima umana in un orologio a polvere. 
E se voi, e altri, voleste sapere la ragione intima del bizzarro avvenimento, che mi ha percosso, io vi so dire, che  tal problema da sgomentare tutte le Geometrie di questo mondo. Voi conoscete meglio di me i miei umori, e la mia condotta, perch vi sono vissuto accanto finora. Commerciante di professione; chiuso di pensieri per indole, e per sistema, e per taciturno quasi sempre; senza nome, senza influenza, senza ambizione; partigiano della quiete, anzi dell'inerzia, - non avrei fatto un passo pi lungo del solito per iscansare una fossa; - di spirito scettico, - talch spesso io mi trovava a contrasto colla corrente, e non me ne importava; - la storia della mia vita era la storia della pianta, che vegeta, e nulla pi. Avvertito, che i tempi correvano difficili, rinnegai per tempo l'esercizio di quelle poche facolt d'ingegno, che la Natura, non so se madre, o madrigna, volle assegnarmi in dote. Cos fatto com'era, avrei giurato, che la mia esistenza quasi sotterranea sarebbe trascorsa nel silenzio senza dar ombra a nessuno, senza destare n odio, n amore; avrei giurato, che il d dei miei funerali, pochi, ma pochi, avrebbero detto:  morto un morto. Ma che per questo? I concetti del mortale son tele di ragno, - un nulla le rompe. La prudenza pu talvolta menare dove mena l'imprudenza; il non far nulla talvolta equivale al far qualche cosa; questo  un conto, che in aritmetica non torna, ma che pure entra nella serie degli umani accidenti. L'uomo spesso non dipende da s stesso; la Fortuna agita i dadi della sua vita, e la Fortuna  femmina, e di pi non ha occhi. 
Non ostante da tutto questo non dovete indurne argomento di disperare. Io credo fermamente, che l'Innocenza non sia un giuoco di parole; io credo, che la Giustizia non siasi rimasta fra le divinit della Favola. Il tempo schiarir tutto; almeno cos diceva a Livorno il Medico N., disputando sulla malattia di un tale gi sepolto da una settimana. Datevi coraggio proporzionato agli eventi; coraggio per resistere a queste prove troppo dure per le viscere di un padre. Consolate mia Madre. Povere madri! pur troppo negli annali del tempo la Fatalit produce epoche in cui le madri hanno a tremare di essere state feconde! Io per son tranquillo. Il caso mi ha temperato un'anima vigorosa a sopportare pacatamente il bene ed il male. Se io fossi solo nel mondo, credete pure che sorriderei dall'alto in gi a queste piccole traversie; ma chi nasce di donna non  mai solo nel mondo; e gli affetti di sangue, d'amicizia, d'interesse, sono tanti, e cos complicati, e cos inerenti al cuore dell'uomo, che il cuore  costretto a gemere profondamente, quando la forza delle cose lo recide da vincoli tanto vitali. Pure, ve lo ripeto, fate animo; e confido, che non avrete mai a piangere per cagion mia; ma se ancora un giorno doveste piangere, le vostre non saranno lacrime di vergogna. Io oso dirlo senza superbia, e i miei nemici non oserebbero negarlo: ho percorso 27 anni di et, ma tutti quegli anni dal primo fino all'ultimo hanno segnato una linea retta nella via dell'onore. 
Addio. 
Dalla ***, 17 Settembre 1833. 
Il vostro CARLO. 

III.
Carissimo Padre 
Ieri mi fu consegnato il baule che mi spediste, e tornano a dovere tutti gli oggetti contenuti nel medesimo. 
Ho sentito dolorosamente la grave malattia, che ha dovuto subire la mia povera Madre in sguito della mia deportazione; ma poi mi sono riconfortato alle nuove del suo miglioramento, e spero fermamente, che al giunger di questa mia sar ristabilita nella sua primitiva salute. 
In quanto a voi, vi esorto a sopportare virilmente il dolore della mia lontananza;  vostro dovere, - non avete me solo di figli. 
Io ho piena fiducia, che la mia detenzione non andr in lungo; e se a quest'ora mi avessero interrogato, credo che tutto sarebbe finito per il meglio. 
Non vi date pensiero di me; non ho bisogno di esser consigliato alla rassegnazione. Per questo sono abbastanza ragionevole; e poi io son forte di animo, e forte della mia coscienza. Se non fosse il dispiacere di non trovarmi fra i miei parenti, la prigione sarebbe per me una privazione poco significante. Oltre di ci non dovete far dei romanzi colla vostra immaginazione; non dovete figurarvi uno stato orribile. Noi siamo in una custodia militare, e sapete che i soldati sottosopra son gente di cuore, e non sono avvezzi a mettere in uso tutta quella teologia di rigori inutili, come farebbe un soprastante delle carceri civili. Noi siamo trattati con tutto il riguardo; possiamo leggere, - possiamo scrivere; e relativamente ai comodi della vita, ogni cosa che dimandiamo ci viene accordata nell'istante. Quello solamente che ci affligge  che non possiamo vivere insieme; ma in questo le Autorit locali non possono nulla, poich dipendono in tutto e per tutto dagli ordini superiori. 
Del resto, io godo perfetta salute, e perfetta calma di spirito. Non ho mai mancato di niente, mediante la cordiale assistenza di tutta la famiglia M.***, e se voi le scrivete, ringraziatela anche voi di tante prove di verace amicizia, che mi hanno dimostrato nelle circostanze attuali. 
Io aveva fatto venir del danaro per passarlo al G.*** secondo il d'accordo, ma contemporaneamente gli furono pagate non so da chi Lire 200, e per questa volta non ne ha avuto bisogno. In sguito io non mancher di fornirgli il necessario ad ogni sua richiesta, dandovene avviso per vostra regola. 
Io non ho debiti, perch non era mio sistema di farne, e pi ancora perch non ne aveva motivi. Soltanto presi certa roba per vestirmi da estate da G.***, che avrei gi pagata senza il caso del mio arresto. Se volete pagarla voi, sar lo stesso. 
Quello di cui poi mi raccomando caldamente,  che consoliate la mia povera Madre. Voi sapete, che le donne son cose deboli per natura, molto pi poi se aggiungete in loro il sentimento dell'amore materno. Di tutto si allarmano, ingigantiscono tutto, d'un atomo ne fanno una montagna. Ci vuole un'arte squisitissima per maneggiare il cuore di enti cos delicati. Ditele, che io sto bene, - che son trattato bene, - che ogni giorno mi menano un'ora al passeggio per il Forte, - che le Domeniche ci conducono alla Messa in citt, - che non tema di nulla, - che viviamo sotto un Governo moderato; - che appena il Governo si sar sincerato de' suoi dubbi, tutto sar finito; - che non siamo briganti, ma buona e pacifica gente; - che la prigione non prova nulla, perch in prigione ci pu andare anche un Santo; - che non sono molti anni ci stette anche un Papa. - In somma a voi tocca il dirle tutte le cose opportune per ridonare la tranquillit al suo spirito. 
Date un bacio per me all'Enrichetta, e credetemi 
Dalla ***, 3 Ottobre 1833. 
Il vostro CARLO. 
IV.
Carissimo Padre 
Le notizie intorno la cattiva salute della mia povera Madre mi hanno profondamente angustiato, e potete immaginare, che io non sar mai affatto tranquillo, finch non la senta ristabilita nel suo stato primitivo. Per vi prego con tutta sollecitudine a darmi altre nuove di lei, sperando che sieno migliori delle gi ricevute. 
A quel vostro amico, che vi disse in confidenza, che noi subiremmo un Processo alla Francese, dite che vi ha raccontato una novella. La natura della nostra Legislazione non ammette siffatta procedura; oltredich noi abbiamo avuto gi l'esame sui princpi di questa settimana, e la nostra causa si agita per mezzo di un Processo economico. Ora per vostra regola, e quiete al tempo stesso, dovete sapere, che quando gli affari sono di poca importanza si trattano economicamente; quando sono di molto rilievo, allora vanno sottoposti alle forme di un processo ordinario. Il Cancelliere che ci ha esaminati  il signor F.*** B.***, la pi cortese persona, che io m'abbia conosciuto in questo mondo; e mi ha fatto maraviglia come in un impiego, dove da mattina a sera si rimescolano tutti i peccati degli uomini, egli abbia potuto conservare tanta squisitezza d'anima. In passato, quando io pensava ad un Cancelliere criminale, mi si destava subito in mente l'idea dell'orco; ma vedo, che sempre non  cos, e ai fatti bisogna credere. 
Il Signor Cancelliere mi ha fatto sperare, che le cose non andranno in lungo; queste parole per possono avere un significato, e possono non averne nessuno. Quello nondimeno, che mi ha fatto intendere di positivo,  che si crede bene di tenerci in sicuro fino a che non si siano dissipati certi torbidi, che si dice sieno per aria. Io, che sono nel Limbo, non posso saper nulla di queste cose; ma voi, che siete nel mondo, potete vederle, e in ogni caso informarvene, e, dai ragguagli che vi daranno, potrete calcolare approssimativamente il tempo della nostra detenzione. E se il torbo esiste, pregate Dio, che mandi una tramontana tagliente e spietata, che spazzi il bench minimo nuvolo dal nostro cielo. 
Devo anche dirvi, che si sono offerti spontaneamente a pensare alla nostra sussistenza in quel modo, che meglio si addice alla nostra condizione, di pi i comodi delle nostre stanze sono stati aumentati in guisa, che non manca pi nulla, tranne l'andarcene, cosa che farebbe comodo a noi, ed anche a quei Signori, che hanno il disturbo di custodirci. Dunque voi vedete, che, se siamo in una gabbia, la gabbia almeno  indorata. 
Sento vivamente il dispiacere della malattia irremediabile del signor N., perch era un uomo di cuore, ed uno dei migliori sostegni del commercio di Livorno; ma che dobbiamo farci? nella morte non vi  ingiustizia; - chacun  son tour. 
Io vi dico, che sguito a star bene di corpo, e sarebbe lo stesso in quanto allo spirito, se il pensiere di mia Madre non mi turbasse. Salutate caramente la famiglia, e gli amici, e credetemi 
Dalla ***, 19 ottobre 1833. 
Il vostro CARLO. 
V.
Carissimo Padre 
Ricevo la vostra del 23 corrente, e mi gode l'animo a sentire le notizie della migliorata salute di mia Madre, e a quest'ora spero che sar libera di quello strascico di mal essere, che lasciano dietro di s le lunghe infermit. 
In quanto a me veramente non saprei cosa dirvi; la mia vita non ha variazioni, e potrei ripetervi oggi quello che vi scrissi a principio. Io sto bene al solito, e mi sento disposto a durare un bel pezzo cos. 
Voi mi dite, che secondo la voce pubblica si spera, che presto saremo a casa. Anch'io lo spero, e tutti speriamo bene in questo mondo, perch cos vuole l'istinto; per altro io vi esorto a non dare ascolto alla voce pubblica, perch si muove a caso, e non dietro un dato positivo. Che volete che sappia il pubblico di una misura stabilita a uscio chiuso fra tre o quattro Signori, che non hanno niente che fare col pubblico? Il termine della nostra detenzione dipende dalle deliberazioni dei nostri padroni, e non dalle congetture del pubblico, che parla sempre, e parla di tutto, perch le parole non gli costano nulla; altrimenti sarebbe pi riservato. Il meglio  per la vostra quiete, che voi non vi regoliate con un termometro cos fallace; voi potreste trovarvi a sperare invano da un giorno all'altro, e la speranza cos indugiata  un dolore non leggiero. Attendete pacificamente, che il nodo si sciolga da s, e tenete fisso in cuore, che non vi  nulla a temere, ma che noi siamo altrettanti pegni politici! 
Fate i miei pi cordiali saluti a T.*** B.***, e ditegli, che, se io non l'ho mai rammentato nelle lettere trascorse,  seguto non so perch, ma che io l'ho continuamente nella memoria. Egli mi conosce troppo bene per non credere alla sincerit di queste mie parole. 
Salutate pure la famiglia, e gli altri miei pochi amici. Addio. 
Dalla ***, 29 Ottobre 1833. 
CARLO. 
VI.
Carissimo Padre 
Dalla vostra del 10 corrente intendo, che la famiglia in generale sta tutta bene, e questo mi fa piacere. Io pure godo d'una prodigiosa salute. In quanto alla mamma, speriamo, che gradatamente riacquister tutte le sue forze. Bisogna calcolare, che la stagione  poco propizia ad un rapido risorgimento; bisogna calcolare, che la donna  piuttosto vecchia che giovane, ed una malattia, complicata di dolori fisici e morali, lascia necessariamente una lunga vibrazione in una macchina gi declinata. 
Sento la morte di N.; ho letto ancora la storia delle sue disposizioni testamentarie. Per me, non ci trovo nulla a ridere, come potete immaginare; non so, se sar lo stesso delle parti, che vi si credono interessate. Se non m'inganno per credo, che in qualche parte l'affetto abbia prevalso alla giustizia; ma i moti del cuore vanno perdonati, specialmente in un uomo, che dispone del suo. Trovo giustissimo il lascito fatto a X.; e poteva ancora raddoppiare la somma; e riguardo alle gioie lasciate alle ..., con una leggiera trasposizione io le avrei vedute meglio collocate nelle ...; indosso a quelle ragazze avrebbero fatto una certa figura, mentre indosso alle .... ci stanno come una satira, prima perch sono ricche del proprio oltre il dovere, e poi perch son vecchie. Le vecchie, cessando di appartenere agli uomini, appartengono per diritto impreteribile a Dio; in conseguenza io avrei lasciato loro un elegante rosario. Del resto, io faccio queste riflessioni non perch io mi creda in diritto di entrare nei fatti altrui; ma le faccio cos per ozio, per non mandare a Livorno un foglio affatto bianco; e son certo, che se quelle Signore venissero a sapere come io la penso su questo proposito, mi darebbero il titolo d'impertinente, ed avrebbero ragione. 
Comprendo il dolore da voi provato per la morte di quest'uomo, e vi compatisco. La perdita di un utile amico  pur troppo deplorabile! Ed io pure ne sono dolente; ma quando considero, che anch'io un giorno dovr passare le soglie di questo mondo, vi confesso candidamente, che il dispiacere, che ho verso gli altri, ritorna indietro, e sta per conto mio. - Per non si pu negare, -  morto un galantuomo; ed io sono persuaso, che quell'anima buona  volata di punto in bianco in Paradiso, dove trover di certo meno negozianti, che nella nostra Camera di Commercio. Anch'io son del mestiere, e son giudice competente in questa materia. 
Voi mi dite che i .... sono intorno a comporre una nuova ragione. Viva la nuova ragione! Io non posso che lodarli; io conosco quei giovani, - son pieni di merito, e in una faccenda come questa son capaci di andare sino in fondo. Viva la nuova ragione! io invito tutto il mondo a fare una nuova ragione, poich l'antica  ormai troppo stanca, e non serve pi a nulla. Salutate quei giovani da parte mia; date loro i miei mi-rallegro; sappiano, che auguro loro il vento fresco della fortuna, che auguro loro il profitto d'ogni bilancio annuale con una lunga coda di zeri. Relativamente poi all'avervi mandato a chiamare per proporvi quella continuazione di affari, che combinavate con N., non  uno sforzo,  una cosa tutta naturale; sanno che siete un forte consumatore, vi stimano un uomo solido, e per questo vi cercano. Fate, che manchi una delle due condizioni, e vedrete la scena mutata. I negozianti sono come i giuocatori; - quando gli uni o gli altri invitano a una partita di carte, o a una partita di affari, le parole sono belle, ed umane; ma il pensiero intimo  di vincere; l'industria poi e la sorte assegnano la vincita. Oltredich fra N. e.... non ci vedo equivalenza di condizioni; quegli era un uomo di mezzi potentissimi, ed arbitro assoluto delle cose sue, dimodoch quando s'immaginava di avere inciampato in un galantuomo vi dormiva sopra, e combinava un affare tra uno sbadiglio e l'altro; al contrario questi hanno meno mezzi, e per conseguenza maggior cura di assicurarli; saranno probabilmente pi diffidenti, perch, non so come, i giovani d'oggi sono pi calcolatori dei loro padri; e poi cotesta societ non si compone di un valore unico, ma invece  uno stato federativo, e prima di convenire in un sentimento uniforme, ci vorranno delle lunghe assemblee. 
Finisco la lettera, perch mi pare abbastanza prolissa. Addio. 
Dalla ***, 15 Novembre 1833. 
Il vostro CARLO. 
P. S. Fate i miei saluti al B.***, e ditegli, che a comodo suo gli piaccia di salire in camera mia, e prendere la Storia del Mignet in Francese, e tre tomi in Inglese intitolati: - Lord Byron and some of his contemporaries, by Leigh Hunt, e li faccia recapitare al Gabinetto, poich gli appartengono. Ve l'avrei detto prima, ma mi  passato di mente. 

VII.
Carissimo Padre 
Rispondo alla vostra del 20 corrente. Non vi dissimulo, che mi travaglia non poco il pensiero intorno allo stato di salute di mia Madre. Cotesta oscillazione continua tra il bene e il male mi d da temere. Non vorrei che fosse una malattia organica. Che ne dice il Medico? Comprendo, che l'arte  assai limitata, specialmente quando si tratta di veder dentro dove ci si vede poco o punto. Vorrei sapere almeno, se il Medico  riuscito a definire il carattere vero e reale della infermit; ditemi le cose come stanno, senza velarle menomamente, perch il mio spirito si adatta meglio ad una trista verit, che agli ondeggiamenti di una incerta speranza. 
In quanto alla mia liberazione lasciamo fare a chi spetta. Una qualche volta dovr seguire. Non posso ragionevolmente argomentare, se questo termine sia lontano o vicino, perch sono al buio di tutto; ma penso che ora si corre per i tre mesi, che noi siamo messi al sicuro; penso che, per quanto il termine sia lontano, ogni giorno ne passa uno, e, volere o non volere, sempre pi ci avviciniamo al fine. Io bramerei uscirne pi per gli altri della mia famiglia, che per me. Io per me sono quasi indifferente; mi son gettato a gatta morta sugli avvenimenti, e vado dove il flutto mi porta; volete, ch'io lotti contro il destino? - non ho n voglia, n forza per farlo: il destino  Dio, e l'uomo  un pugno di polvere. 
Mi dite ch'io vi scriva pi spesso. Io vi scriverei volentieri anche ogni giorno; ma che devo dirvi? devo raccontarvi delle novelle? Quando io vi ho scritto che sto bene, non ho pi altro da dire. La vita del prigioniere  troppo semplice,  troppo monotona; la vita del primo giorno  la stessa di tutti gli altri che seguono, dovessero moltiplicarsi ancora fino a cento mil'anni. Immaginatevi un uomo solo solo, chiuso in due stanze, e padrone di ventiquattr'ore; che deve fare? mangiare, leggere, e dormire, - dormire, leggere, e mangiare;  un ritornello sempre su queste rime. Ed io di fatti non faccio altro. Mi riesce di stare a letto almeno diciotto ore del giorno, specialmente adesso che il freddo comincia a stringere; e vi confesso, che quando mi levo, invece d'essere un uomo di carne e d'ossa, mi sembra d'essere una balla di stoppa. Ma d'altronde, stare a letto non  lo stesso che stare a sedere? Ho provato a passeggiare per le due mie stanzette, ma quel trovarmi ogni momento colla faccia al muro mi d la vertigine, e mi conviene a smettere. Io dunque sto quasi sempre a letto. Mi ricordo, che Carlo XII, quando cadde in mano dei Turchi, ci stette un anno di sguito senza mai levarsi; io sento di poterlo emulare; voi vedete, che gli uomini grandi in qualche cosa possono essere imitati dagli uomini piccoli. 
Noi pure abbiamo avuto i cattivi tempi; un'acqua interminabile, e un vento cos feroce, che non faceva stare in piedi le persone. Questa circostanza c'impediva di uscire a prendere quell'ora d'aria, che ci concedono; e di fatti un'ora d'acqua e di vento sarebbe stata una contradizione agli ordini prescritti. Vero , che questi Signori, avuto un benigno risguardo a tale incidente, ora che il tempo si  rifatto bello ci permettono di respirare un poco pi dell'ora destinata. Et voil tout. 
In questi ultimi giorni mi son fatto venire dei danari dal M.***, ed ho passato venti monete al G.*** Io per ora ne sono sufficientemente fornito. 
Salutate caramente la famiglia, il B.***, e tutti coloro, che hanno memoria di me, e credetemi 
Dalla ***, 22 Novembre 1833. 
Il vostro CARLO. 
VIII.
Carissimo Padre 
Ho ricevuto la vostra del 2 corrente. L'unica cosa, che in essa mi abbia dato veramente conforto,  il sentire, che la salute di mia Madre vada ogni d migliorando con un progresso positivo. 
Per le buone speranze che mi date, vi ringrazio sinceramente; e se si verificheranno di fatti, io ci avr molto piacere: altrimenti non sar una rovina; - fiat voluntas Dei; - io ho coraggio pi che taluno non crede. 
Fondandomi sopra certe probabilit giudico anch'io, che la risoluzione dei nostri processi debba esser vicina; per altro avvertite bene, che risoluzione di processo non equivale a liberazione. Io stimo, che la risoluzione debba esser vicina, perch adesso corrono quasi due mesi, che i processi sono stati compilati, e non vedrei ragione sufficiente a protrarre pi l questo termine, sebbene il mio non vedrei potrebbe essere tutta colpa della mia cattiva vista. Nondimeno mi fido pi a questo, che alle belle parole che scrivono la Signora V.***, e il Prete G.*** Cotesto linguaggio di lusinghe e di dolcezze, ricavato dalle Segreterie, ed altri simili luoghi, fu linguaggio tenuto fino da bel principio, ed  naturale; le Autorit interpellate in siffatti casi, sia per gentilezza, sia per calcolo, rispondono sempre umanamente; somigliano i medici, che ai parenti non dicono mai la vera verit. Per mi gode l'animo, che vi giungano spesso di queste buone voci; sono sempre qualche cosa meglio delle cattive voci, o del silenzio assoluto; io son sicuro del buon effetto, che producono sul vostro spirito. Cos ; la felicit le pi volte consiste nel sapersi ingannare. - Ma, se devo dire il vero, quello che finora non mi ha fatto congetturare un esito vicino delle cose,  il non aver sentito mai intepidirsi d'un alito la crudezza dell'atmosfera, che ci circonda; noi siamo trattati oggi collo stesso rigore, come il primo giorno della nostra deportazione. Questi nostri padroni ci custodiscono come mariti gelosi; e se talvolta abbiamo fatto la minima rimostranza sulle cose le pi innocenti, ci hanno sempre risposto: - sono ordini. - Ora voi sapete, che gli ordini muovono dal centro, e che le Autorit intermediarie non oserebbero di alterarli menomamente, o inventarli di motu-proprio. 
Tutto questo non vuol dir nulla; - una volta finir la storia, o finiremo noi, che torna lo stesso. Quello per che devo soggiungervi  ch'io sono sbalordito affatto, e mi pare di aver nella testa un molino a vento. Dovete sapere, che casa mia ha delle strane vicinanze; - prima una pila, - poco pi l un pozzo, - accanto al pozzo una campana, che, come Dio vuole, fin qui non aveva mai parlato. Di pi dovete sapere, che nel Forte dove siam noi non passano altri che l'acqua e il vento, e pochi soldati destinati a guarnirlo; dimodoch, come vi ho gi detto, la vita mia  invariabilmente uniforme. Ma in questi giorni ha subto un cangiamento straordinario. Jeri 5 Decembre a mezzogiorno io me ne stava col capo appoggiato alle ferriate a godermi il benefizio del Sole, allorch in un tratto vedo comparire un nuvolo di preti in erba, neri, sottili, affilati, non so se dalla fame, o dallo studio; - parevan lanterne; - e dietro a loro una furia di ragazzacci di tutte le razze, di tutti i colori. Alla insolita vista io rimasi di pietra, e mi stropicciai gli occhi credendo di travedere; ma i preti e i ragazzacci eran cose vere e reali, e bisognava crederci, e molto pi bisogn credere a quello, che fecero pochi minuti dopo. Arrivati sotto la campana, i preti misero gi la lucerna, i ragazzacci il cappello, o la buffa, e poi tutti in un gomitolo attaccati alla fune della campana cominciarono a suonare a distesa. Lascio considerare ad ogni orecchio bennato l'effetto che ne provai. Sulle prime risi di cuore, perch lo spettacolo era veramente nuovo, ed originale; ma poi andando per le lunghe quel suono lento, ingrato, uniforme come quando suonano a morto, davvero mi fugg via quella tanta pazienza, ch'io mi ritrovo; e cominciai a sudare, e a correre su e gi per la casa come un ossesso, perch veramente non ho mai avuto troppa simpatia coi campanili. Vi fu un momento, ch'io pensai, che fosse stato sentenziato di farmi ammattire. Per seppi dopo qualche tempo esser questa un'usanza del paese e che i cos detti scolari per S. Niccol hanno il diritto di suonare, la vigilia, e la festa del Santo, finch hanno braccia; e di pi, quando sono stanchi, i soldati caritatevolmente vengono in loro soccorso. Fatto sta, che, meno qualche poco d'intervallo, ora  un giorno e mezzo che suonano. Potete credere, che io non vi avrei fatto parola di questa freddura, se avessi migliori cose da dirvi. Frattanto salutate cordialmente la famiglia, e gli amici. Sono 
Dalla ***, 6 Decembre 1833. 
Il vostro CARLO. 
IX.
Pregiatissimo Signor A.*** 
 una storia lunga la storia dei miei occhi. Questi occhi stanno irremovibilmente ostinati nel male come se ci stessero bene, e non ho trovato mezzi, n scongiuri da convertirli a vita migliore.  una storia lunga e bizzarra la storia dei miei occhi. Il male non percorre i suoi stadi regolarmente, come gli altri mali; non procede di grado in grado verso un esito qualunque, buono o cattivo; non si contenta neppure di restar sempre sur un piede; ma si muove a zig-zag in un giro capriccioso, contradittorio, in avanti, in addietro, di su, di gi, da manca, da destra. Oggi, per esempio, mi stanno male, - dimani tra il bene e il male, - dimani l'altro malissimo, - il giorno dipoi si piegano al meglio, - quell'altro giorno rincattiviscono, - il giorno seguente non manca che un soffio a guarire, e chi me li vedesse in quel punto giurerebbe, che fra un'ora sar libero affatto; ma l'ora non  anche trascorsa,  che il male fa un voltafaccia, e si rimette in corso passando per tutte le fasi descritte. Che ne pensa il Signor A.*** di questo labirinto inestricabile? Io davvero non so che pensarne; e se questo giuoco all'altalena me lo facesse il cervello, poco m'importerebbe, perch avere un cervello fermo, o balzano, non guasta il galantuomo, e in fondo in fondo il cervello  una cosa di lusso, poich si pu fare il giro del mondo senza averne una dramma, e vi sono uomini che arrivano alla vecchiaia senza che abbia reso loro altro frutto, che il dolor di capo. Ma gli occhi! gli occhi sono una cosa seria, e quando io penso all'estreme conseguenze, alle quali si pu giungere, mi viene un momento di freddo; e quando io mi rammento, che poco fa tra anima e corpo la parte migliore, ch'io mi avessi, era l'occhio, allora mormoro fra i denti, e guardo tutto a traverso, terra, e cielo. Ma qui, Signor A.***, ci deve essere un circolo magico, che impedisce al male di passare, e andarsene pei fatti suoi; qui ci dev'essere una fata, un folletto, un demonio, un non so che di maligno, e d'invisibile, che mi ha scelto per suo passatempo. Io pagherei uno dei miei occhi, oggi che vaglion s poco, per sapere a qual misteriosa influenza essi obbediscono. E se la cosa  tale, che ci faremo, Signor A.***? Io in quanto a me non ho nulla a rimproverarmi. Osservo i precetti del Medico come tanti articoli di fede. Per tenere il sangue quieto, ho interdetto tutto, - il vino, la venere, le passeggiate, le passioni, i salumi. Ogni mattina bevo la mia tisana, e non serve; mangio lo zolfo, e non basta; ne ho raddoppiato e triplicato la dose, e non giova; mi son raccomandato a tre o quattro Santi di mia conoscenza, e non si  fatto nulla; ho comprato un paio di occhiali, e questi non portano ad altro, che a farmi vedere il mondo color delle viole, e a rendermi il viso pi arabico di quello che me lo fece mia Madre. 
Dunque, Signor A.***? Oh! davvero era tempo di venire al dunque. Dunque il Signor A.*** passer quando vuole, e quando se ne ricorda, dal mio banco, a vedere questi poveri occhi cos malamente perseguitati. L'intenzione era di scrivere due semplici righe d'invito, ma il caso ha messo insieme pi di due pagine, colpa ancora in parte dell'invecchiare che io faccio, in parte della calma beatissima in cui si trova il commercio. 
1834? 
Suo Servo CARLO BINI. 
X.
Ora voi siete veramente infelice, e Dio sa se io adoprerei ogni mia potenza per mutare il vostro destino; ma son uomo anch'io, e debole, e soggetto come tutti gli altri a bere il calice dell'amarezza, e a morire; n altro posso darvi, che una sterile compassione, e pregare, che l'Oblio diffonda veloce i suoi conforti sopra di voi. 
La povera vostra sorella, come mi dite,  morta; e questa nuova mi ha fatto piangere il cuore. N tanto mi sono afflitto per la povera giovane morta nell'et del riso e delle speranze; perch anch'io son giovane d'anni, ma cos stanco del mondo, che spesso mi trovo a desiderare la morte; e in verit non credo di riposare fuorch sotterra. Il mio cuore ha pianto perch ho pensato, che quando Dio manda una sciagura fra gli uomini, questa non percote mai un'anima sola: - ho pensato al dolore dei parenti e degli amici; - ho pensato, che la vostra sorella era madre, - e l'agonia di una madre travagliata dall'idea di lasciare per sempre i figliuoli delle sue viscere  tormento siffatto, che.... E i figliuoli, che crescono senza lo sguardo della madre, non sono educati dall'amore, e quando vengono al tempo del disinganno non si consolano colle memorie felici dell'infanzia, e mai non hanno provato il pi tenero sentimento, che agiti l'anima umana; e quando piangono nessuno li acqueta, e quando ridono nessuno risponde al loro sorriso. 
Io senz'altro vi riesco importuno, perch il vostro sconforto ora  di tal tempera, che non vuol parole, - ma io non ho potuto fare a meno di scrivervi. E non ho scritto per voi, ma piuttosto per sodisfare a me stesso; - e non vi ho scritto per esortarvi alla forza dell'animo, - perch io so per esperienza, che la Natura  onnipotente, e vuole i suoi diritti, n si governa colle ciancie dell'uomo. Ora voi siete infelice, e dovete gemere. Ho sentito dire, che Dio mitiga il vento per l'agnello tosato, e Dio voglia che cos sia. Non pertanto l'acutezza del presente dolore col tempo verr scemando, e voi tornerete allo stato di prima; e il pensiere della morta sorella pi che di affanno profondo vi dar soggetto di dolce malinconia; ma da poche vostre espressioni comprendo, che siete destinato a poca gioia nel mondo. E vivete scontento della famiglia, e certo  cosa dura trovare la guerra laddove per ogni ragione dovrebbe trovarsi la pace; oltre di che saprete a prova, che l'uomo tanto ha pi trista la vita quanto ha pi vaste le facolt del sentimento e dell'intelletto. Voi non dispererete per questo, perch senza dubbio siete dotato di vigore corrispondente alle avverse fortune; - e insegnare all'uomo, che bisogna soffrire, parmi quasi inutile: questa  qualit naturale, n costa fatica a conseguirsi, perch l'uomo fu animale consacrato alla pazienza. 
Io posso poco o nulla; e parte per indole, e parte per casi reali, vivo nella inerzia e nello sgomento; ma se credete mai, che io possa valere a nessuno effetto, movete una parola e voi mi troverete sempre il vostro cugino e fratello. 
1834? 
XI.
Caro P.*** 
Ti rimando uno dei tuoi libri, e fra breve spero rimandarti anche l'altro, perch ne prendo una pozione ogni mattina. Lessi non  molto quel Mantello verde di Clavern, e dacch leggo non mi sono imbattuto mai in cosa tanto scipita..... 
Bisogna che tu mi liberi da questo Clavern; se no, l'averlo mi d la stessa sensazione di un reuma fitto nell'ossa. Vendilo, barattalo, regalalo, brucialo se vuoi, ma io non lo voglio pi. 
V' un'altra spina, che mi punge. S.*** esulava da ***, e pour cause. Si ritirava in ***, dove, per supplire in parte ai bisogni suoi e della famiglia col modo il pi onesto che sapeva, disegnava stampare un volume di sue poesie, e le stampava. Poi si raccomandava agli amici per lo spaccio dell'opera. Fra noi ebbero incombenza di questo N., X., ed io. 

Io ho fatto poco, ma ho fatto quel che ho potuto; X. si esalt, parl in stile orientale, promise mari e monti, ma poi non ha venduto n anche una copia; non ha pensato neppure a comprarne una per s. - N.  partito precipitosamente, e di certo non ha saputo, o potuto, o voluto consacrare un momento o un pensiere all'amico disgraziato. Intanto il povero S.***, che pensava stampando di galleggiare un tal poco sulla miseria, vi  sprofondato un palmo pi addentro. Che si far egli di tante copie stampate, se la carit degli amici non gliele leva di mezzo? Il suo nome non  un gran nome; le sue cose non sono sublimi; la fama o la moda non pu farne oggetto di speculazione libraria; non sono per n anche cose turpi, o infime affatto, specialmente le Liriche; e a fin di conto sono un onesto espediente adoprato da un uomo di cuore per non ricevere l'umiliazione di un'elemosina nuda nuda. Non facciamo morir di fame chi lavora nella vigna, perch gli operai si faranno sempre pi rari, e poi non  cosa n giusta, n prudente. 
Raccogliamo pertanto le vele: tutto il discorso  per pregarti di vedere, se puoi darmi via una copia, due, tre, quante pi puoi, del libro in questione. Il prezzo  quattro franchi, ossia sette paoli; il tomo  in ottavo, l'edizione piuttosto bella. Se ti riesce, l'avr caro; se non ti riesce, non temere da me l'anatema, perch so che la buona intenzione non ti manca. Vale. 
1835. 
CARLO. 

XII.
P.*** 
Buongiorno. Perlustrando i banchi di T.*** ho visto una turba di libri tedeschi, e me la sono menata meco. Non so se sieno buoni o cattivi figliuoli; per te ne mando due, che leggerai a tuo bell'agio, e in sguito mi dirai di che si tratta. 
Che fa A.***? Mi pare un secolo, che io non lo vedo. Come vive, e in che mondo vive? Se vive bene, lascialo stare, che non avesse a perdere il filo; se poi vive male, lascialo stare egualmente, che non avesse a far peggio. Deve operar la Natura. Egli ha sempre un quaderno di mio nelle mani; vedi se ti  possibile di riscattarlo, e me lo renderai quando ti piace. Addio 
4 Aprile 1835. 
CARLO. 
XIII.
P.*** 
Eccoti il Manifesto, dove non ho potuto raccogliere che la firma di U. - ***N. mi disse non volerne sapere, perch opera di un Francese, ragione che pu valer qualche cosa, e al tempo stesso non valer nulla; o forse fu ispirazione dell'Aritmetica, che gli sussurr di non sottrarre quattordici franchi alla massa del patrimonio. - X. sta dietro a farsi marito, n pu badare alle Vergini Muse, che poverette oggi son orfane, e non hanno un padre buono a dar loro una dote di dieci mila filippi. Io non prendo moglie, n mi tormenta l'ansia d'imporre scudo sopra scudo. No, per l'anima di mia madre! io lo posso giurare; non sono, n sar un avaro giammai! I giganti quando accavalcavano monte sopra monte tentavano scrollare il trono di Dio, e l'idea animatrice di quel concetto, temeraria se vuoi, era per altro sublime di una grandezza s terribile da far palpitare anche il cuore di un Dio; ma l'avaro salito sulla piramide dei suoi mille sacchetti, che pretende dalla terra, o dal cielo? Che vuole? che disegna di fare? Povero avaro! egli  condannato a non poter voler nulla, - ultima miseria dell'anima umana. Ma tregua alle digressioni. Noi siamo d'accordo, - non piglio moglie, e non sono un avaro; - per sono un povero, n deve parerti strano, ch tu pure in siffatte discipline mi sembri sufficiente dottore. Amo le Muse,  vero, e di candido amore, ma sono inretito in tante e tali traversie, che non posso spendere un soldo per comprar loro un mazzo di fiori ora che  il mese dei fiori, e la Natura li crea ad ogni respiro che muove, e le graziose venditrici te li vengono offerendo col pi bel garbo del mondo, e a cos poco prezzo. Amo le Muse,  vero, ma non posso dar loro, che un ingenuo saluto, e i profumi di un cuore innamorato. E tanto basti del Manifesto, e cos abbia fine l'Idillio. 
Nei giorni scorsi mi posi a leggere il Wallenstein di Schiller, e mi sono accorto, che per me non  impresa da pigliarsi a gabbo, almeno la prima parte intitolata ? Il campo di Wallenstein. ? Mi riesce a mala pena d'intenderne un verso qua e l, e le altre cose mi rimangono impenetrabili. Credo che lo Scrittore in questa parte abbia usato lingua intima, casalinga, troppo tedesca. Spesso mi sembra proverbiale, e temo, che quasi sempre si valga di un dialetto o di un altro, perch moltissimi dei vocaboli non li trovo notati sul Dizionario. Se tu potessi procacciarmi una traduzione qualunque, l'avrei caro, perch veramente il doverlo lasciare cos per disperazione  pensiero che mi mortifica assai. Addio. 
11 Maggio 1835. 
P. S. Mi scordavo del meglio. - N.*** M.***, scrive da *** che muore di fame, e si raccomanda alla carit dei fedeli. Vi deve stare cinque anni, come saprai. In societ faceva il maestro di scuola, e gli bastava per vivere; - laggi la professione non corre, ed egli non sa farne altra, e..... Come ti dico, si tratta di fame vera e reale, non di fame figurata. Questo giovane non ha n roba, n nessuno, che lo possa aiutare. Ha padre e madre, due miseri vecchi, che adesso andranno a chiedere l'elemosina, perch, se prima non la chiedevano, era per via del figliuolo. Bisogna fare qualche cosa pur sempre: esser grandi, e buoni,  l'apice degli umani destini; - ma quando non si pu altro, siamo buoni almeno, - e quando si vuole  cosa pi facile che altri non crede. Vedi se puoi mettere insieme pochi paoli; - tutto fa a chi non ha nulla. Tu conosci qualche signore, e qualche signora; - narra loro il fatto schiettamente com'. Abbiamo sovvenuto tanti altri, e spesso Dio sa che gente; - e poi erano uccelli di frasca, e non di gabbia, come questo povero diavolo. Non ti dico altro, perch parmi aver detto abbastanza. Di nuovo, addio. 

Rammenta ancora ad A.*** questa elemosina. Gliene parlai Sabato; mi fido della sua memoria, ma non troppo della sua attivit. 
XIV.
1. ? M.*** scrive da *** che il 15 di Settembre non avr pi da mangiare. In tale urgenza si rivolge a noi tutti, chiedendo in prestito quattro mila franchi, ed obbligandosi solennemente a render la somma fra due anni. - La persona, a cui pi particolarmente fu indirizzata la lettera, vede impossibile effettuare il desiderio di M.***, e propone invece mandargli un migliaio di franchi accattato di porta in porta. - Meditando il fatto pi quietamente, possiamo asserire ineseguibile affatto l'idea di M.***? possiamo credere che il mezzo termine proposto supplisca al bisogno, e produca l'effetto voluto? - Quando io rammento l'integrit e l'alterezza d'animo di M.***, penso quanta amarezza di passione gli debbono esser costate quelle poche parole d'inchiesta; sento intimamente che M.*** non pu esser disceso a questo, fuorch per forza d'una inesorabile necessit. Egli non  l'uomo che chieda quattro mila fianchi per metter di mezzo nessuno; - non  l'uomo che chieda quattro mila franchi per andare avanti intanto due anni, e non morire di fame. M.***,  vero, ha bisogno di vivere per ora, ma non  un bisogno di vita brutale come la nostra;  un bisogno di vivere per una sublime intenzione, per una speranza che gli apre l'avvenire, e gli fa veder cose, che i pi non vedono, n possono vedere. Se il disinganno a un tratto gli dimostrasse fallace l'intenzione, che gli alimenta la vita, e gli abbuiasse la speranza, M.***  tale da farsi saltare il cervello, o tirarsi in un canto, e morir placidamente di fame. - M.*** dunque ha bisogno assoluto, inevitabile, di quattro mila franchi. Mandargli, o, per dir meglio, prestargli di meno, oltre l'essere un assurdo, sarebbe un trattare da ragazzo, da giovanastro scapestrato, un uomo che ha dritto all'amore e alla venerazione di quanti sentono e pensano generosamente. Se egli avesse avuto bisogno di mille franchi, mille ne avrebbe chiesti. La sua natura  troppo semplice e troppo retta, per appigliarsi al miserabile sotterfugio di dire una cosa invece d'un'altra per un pugno di monete pi o meno. - Mille franchi dunque non fanno al caso; - un mascalzone senz'altro li prenderebbe, dicendo:  meglio poco che nulla; ma se noi li manderemo al M.***, forse non sapr che farsene; - faremo l'elemosina a chi non l'ha chiesta; umilieremo un nobile spirito; gli rapiremo una delle sue poche illusioni; aggiungeremo un nuovo dolore ai suoi mille dolori. 
Pensiamoci di nuovo, e sul serio. Si pu, si deve dare un rifiuto a M.***, che promette sull'onor suo di render l'imprestito? Io, che lo conosco da lunghi anni, credo alla sua parola pi che al mio core, pi che un mercante non crede alla firma di Rothschild. Se M.*** non fosse sicuro della sua promessa, avrebbe detto: - datemi, e non - prestatemi. - Di pi, fate a tant'uomo l'elemosina, e rifiutategli invece un imprestito, di mezzo a tutto questo traluce cos insultante un pensiero di diffidenza, che non pu mancare di giungergli amarissimo al cuore: perch non ci  angolo del mondo, dove non si possano trovare quattro mila franchi in prestito, - perch tutto giorno ciarlatani, progettisti, e cavalieri d'industria, trovano con poca resistenza migliaia e migliaia di scudi. Il caso  pertanto come io lo presento; noi mostreremo apertamente a questo giovane incontaminato di tenerlo in concetto d'uno scroccone. - Eppure M.***  un'anima pura, che non pu, che non sa concepire un'idea di bassezza; -  una di quelle rare esistenze che Dio suscita di quando in quando per far credere alla virt sulla terra. - M.*** sar un nome glorioso; il suo genio, la sua fede, la sua divina pazienza, i suoi patimenti, il sacrifizio di tutto...., lo faranno grande nella Storia non gi d'un Popolo, ma della Umanit. Per quando i posteri sapranno, che, dopo aver dato tutto ai suoi compagni d'infortunio, un giorno ebbe fame per s; che si rivolse ai giovani del suo partito, chiedendo un pugno d'argento per renderlo un tempo; che fra questi giovani v'erano i ricchi, che senza scomodo potevano darlo; che non ostante con mentiti pretesti gli fu negato; - i posteri impallidiranno di vergogna e di paura, e non sapranno come definire questo secolo ipocrita, freddo, e millantatore. 
A che mena questa lunga cicalata? - tu mi dirai. - A risparmiare un fregio alla dignit umana, se pure si pu. - Io disapprovo altamente l'idea della questua, - idea codarda e scompleta. - Nondimeno un partito bisogna prenderlo. Trattandosi di quattrini, lo spirito  ricorso naturalmente a quelli che ne hanno. Eccitando la potenza della visione, me gli sono fatti passare tutti dinnanzi, e ad ogni figura che passava mi veniva una trafitta di freddo. A un tratto non so come il mio Angel Custode mi ha sussurrato all'orecchio il tuo nome. Ho accolto volentieri l'ispirazione, e da parte sua ti domando: - Saresti in grado di far questo imprestito? Ove tu non possa, non ci sar nulla di male, n io per questo ti porter rancore; e allora ci metteremo all'accatto, arrogandoci non so quanto giustamente il diritto di strascinare nel nostro fango uno splendido nome. Ma tu dovrai meco convenire, che certi fatti sono una misura fatale dei tempi, e degli uomini; dovrai convenire, che la nostra  una generazione perduta ad ogni speranza di bene, perch, non che intendere, ed essersi mandata in sangue l'idea santa, essenziale, del sacrifizio, non sa per anche compitarne il vocabolo. 
Un rigo di risposta. ? Addio. 
CARLO BINI. 
XV.
Caro A.*** 
2. ? La lettera per M.*** mi  venuta pi lunga di quel che volevo. L'ho scritta nella furia del cuore, e ho tutta la massa del sangue alla testa. Leggila, e mandala se credi; o se no, riducila a pi giuste proporzioni. Io non spero nulla di buono, e vado convinto, che la faccenda finir coll'esser trattata costituzionalmente. Piango lacrime di sangue per il povero M.***, e non credevo che la Fortuna volesse serbarlo a strazi cos disonesti. Siccome il fatto mi sembra grave, e tale da passare fra i documenti della Storia contemporanea, cos gradirei, che della Lettera ne fosse fatta una copia, per mostrare al mondo occorrendo, che non tutti furono codardi, e brutali, e che se afflitti dalla povert non poterono aiutare l'amico infelice, dissero almeno una parola franca e generosa. Dura questo poco di fatica per amor mio; ch io non ne posso pi. Amami. Addio. 
CARLO. 

XVI.
3. ? A.*** mi ha fatto risapere la tua risposta. Parlandoti candidamente, le difficolt da te opposte non mi sembrano tali da reggere al paragone; mi sarebbe meglio piaciuto, se tu avessi detto: quest'anno io non ho voglia di far certe cose. Anima viva non avrebbe saputo mai nulla del fatto. Io e A.*** siamo temperati a tenere ben altri segreti che questi. Tu mi avresti dato il danaro, io avrei presa una cambiale per ***, e tutto sarebbe stato operato a mio nome. Un silenzio impenetrabile avrebbe coperto la cosa; noi siamo per natura discreti, e il caso presente sarebbe stato per noi un caso di coscienza, d'onore, di religione. Io sono ancora pi che convinto, che fra due anni la somma sarebbe stata restituita. Non ho osato offrirti la mia garanzia, perch, vivo mio Padre, non rappresento nulla nel mondo; ma un giorno spero e credo di aver quattro mila franchi al mio comando; se cos ti bastasse, eccomi qua in corpo e in anima ad ogni tuo cenno. Con tutto ci non pretendo costringerti a fare contro il tuo avviso. Non potrei volendo, e potendo non vorrei, perch sono un gran partigiano del libero arbitrio. ? E M.*** intanto che far? Muoia di fame, o si provveda altrove. Soffra come ha sofferto, e duri a soffrire. Egli non ha diritto di sottrarsi a quella legge fatale e perpetua, che condanna al dolore certa specie di spiriti. E cos apprenda una volta a conoscer pi addentro quella razza, per la quale ha speso il fiore della sua giovent, la nobilt del suo ingegno, e il sangue pi puro del suo cuore. 

Della colletta non voglio occuparmi; ci pensi altri pi acconcio all'ufficio: io non mi sento in diritto di allearmi nella congiura di avvilire un Amico, che vale infinitamente pi di me, e di mille de' miei buoni padroni. 
Abbi pazienza di questo disturbo, che senz'altro sar l'ultimo che avrai per parte mia. Sta sano, e addio. 
1836? 
CARLO BINI. 
XVII.
P.*** mio 
M.*** mi ha fatto quasi ogni giorno i tuoi saluti. Io non ti ho scritto mai finora, perch i grandi dolori amano specialmente sul principio di esser lasciati soli. Avendo per spesso raccolte notizie di te, e sentendo che il soggiorno di Pisa poco o nulla ti ha profittato, io ti conforto a tornare fra noi, convinto che starai meno peggio. Troverai l'aria pi tepida, troverai chi meglio t'intenda, chi simpatizzi meglio colle tue amarezze; e se puoi sperare un sollievo, ti rimane quest'unico, il consorzio dei tuoi antichi amici, la presenza di coloro, che hanno veduto, assistito, e sentito, la sciagura che ti ha percosso. 
Addio; - noi ti aspettiamo. 
16 Febbraio 1838. 
CARLO. 

XVIII.
Caro P.*** 
Finalmente  arrivata la Signora C.***, la quale  voluta partire subito alla vostra volta. Io non ho potuto farle troppe attenzioni, principalmente perch a stento so spiccicare una parola in Francese. Essa deve avermi trovato naturalmente goffo pi ancora di quel che sono. Non vuol dir nulla. Scusatemi presso di lei, e ditele che il buon volere in me non manca mai per nessuno, e segnatamente per una donna raccomandatami con tanta caldezza. E se altra volta c'incontreremo, e ci sar dato intenderci nella nostra benedetta lingua d'Italia, se non trover in me la galanteria profumata di Parigi, trover cuore e cortesia da non lasciarla affatto scontenta. Ma lasciando andar queste inezie, io son qua per voi, per lei, e per tutto il mondo, fin dove le mie forze arrivano. Disponete di me, e credetemi il vostro 
Livorno, 3 Agosto 1839. 
CARLO. 
XIX.
P.*** 
...
Per me sono gi incominciati i giorni neri, ed eccomi gi all'ergo di farmi accompagnare per le vie se voglio andare. Ma la mia pazienza  pi grande dei miei malanni. La Medicina se ne sta in un canto a viso basso, mortificata, e colle mani in mano. E s che io non le ho detto mai una parola di rimprovero! Ma tant': resteremo soli, io e il Fato, a giuocare tra noi due questa partita di vita, o di morte. I saluti a tutti. Addio. 
21 Ottobre 1840. 
CARLO. 
XX.
P.*** 
Eccoti un manifesto del M.*** per la ristampa d'un Dante; e se avr luogo, sar ottima spesa. Se puoi firmarti, bene; se no, no. Ma firmato o non firmato rimetti subito il Manifesto nelle mani di S.***, che deve rinviarlo a Londra. 
Addio. Imprendo nuovamente l'infausto viaggio dell'altra volta per ragioni anche pi imperiose. Vado in luoghi strani ed inospiti, tra cattiva gente, tra pessimi affari, e in uno stato di salute, che fa paura. Dio me la mandi buona. L'ombra di N. mi perseguita, e non so come placarla. Io mi abbandono alla corrente senza sapere dove andr a battere. Di nuovo addio. 
16 Marzo 1841. 
CARLO. 

XXI.
Signora A.*** 
Ho ricevuto con grato animo la sua del 28 Luglio, perch un segno di ricordo da qualche anima buona mi fa sempre bene. Sento, che Recoaro non ha corrisposto alle sue aspettative, e gi sapevo, che tutte le acque del mondo servono a poco; ma pensavo, che un giovamento qualunque le sarebbe venuto dal mutare aria, e dal veder cose nuove, e questo in ultimo si far forse sentire. 
Io sto anche peggio di quando ci vedemmo. Ci non vuol dir nulla. Ho misurato tutto, e sono al mio posto. 
 facile, che dimani, o posdimani, io parta per Roma, se non sorgono impedimenti.  viaggio affatto mercantile, trattandosi di assistere allo sviluppo di certi affari N. - Vedr a ogni modo la citt eterna, ma son fiacco, e scuorato, e punto disposto a ricevere in me lo spirito delle grandi memorie. 
Un bacio a L.***, e mi creda suo affezionatissimo 
Livorno, 4 Agosto 1841. 
CARLO BINI. 
XXII.
A.*** 
...
Scriver al Sig. G.*** quanto mi accenni dell'imbroglio B.*** E dalle meschine turpitudini degli umani interessi ascendendo alla solennit del dolore, ti dir, che del tuo povero Nonno non ho saputo mai nulla. Io son qua dimenticato, come persona gi andata al suo destino. Gli uomini badano ai fatti loro, e non li posso biasimare. Nondimeno, se mi fosse stato semplicemente annunziato, che il tuo Nonno era morto, io non mi sarei riscosso per questo, anzi avrei detto fra me: - era tempo che riposasse; - perch era stanco, e aspettava, e spesso desiderava di riposare. Dico cos, perch egli spesso mi diceva cos, e a quell'et non ci  interesse a mentire. Ora per, che tutto  finito, che la carne  morta e impassibile, e che lo spirito  in salvo, dico la verit, duolmi pi di voi, che di lui; perch la morte  come la bevanda amara; - passata la gola non  pi altro. Spero per, che il tempo mitigher il dolore, che la sua morte ha lasciato negli animi vostri, e che da ultimo rester in voi sola e perenne la fragranza della sua dolce memoria. E credo fermamente, che non ci sia bisogno di pregare per lui, perch il suo petto racchiudeva tutto quel fiore di bont, che pu germogliare su questa misera terra. E cos io pregher l'anima di quel giusto, perch preghi Dio prima per voi e poi per me. Altro non posso fare. Addio. 
Carrara, 21 Ottobre 1841. 
CARLO. 
XXIII.
A.*** 
...
Ho finito di leggere da qualche giorno il discorso del Centofanti(25), e mi dirai per qual modo devo rimandartelo. Questo discorso, che pure  di poca mole, mi ha lasciato un'impressione curiosa, - un'impressione di durata, come se avessi letto almeno due mesi, o un'opera di cinque, o sei grossi volumi. Non saprei distinguere, se ci dipenda da mente che si disorgana, o se sia segno che il libro fa pensare. Sottosopra mi  piaciuto assai, e quantunque io non abbia coscienza tale di studi da giudicarlo intus et in cute, nondimeno mi  parso dettato con intendimenti di critica e di filosofia piuttosto nuovi in Italia. E vi sono tratto tratto pagine generose ed eloquenti, che non tanto onorano l'intelletto dello scrittore, quanto rivelano un bel cuore d'uomo. Mirabile  poi la forza di congettura e d'intuito, onde penetra nel buio di tempi quasi senza memoria, rifabbrica il passato, e d senso, valore, e sembianza, a cose, che finora parevano vaneggiamenti e capricci. Basta, a me pare un bel lavoro, fatto di buona fede, all'antica. Credo per, che non sar di lettura volgare, e il libro, s per lo spirito, che per la fattura,  veramente aristocratico, come sono tutti i libri dove ci  altezza, e novit di teorie, dove c' condensazione d'idee, e di stile. Aggiungi inoltre, che l'Italia  sempre innamorata del suo dolce far niente, sempre supina a bere l'oblio di tutte le cose, sempre ripugnante a ruminare il forte cibo della sapienza......... 
Livorno, 30 Aprile 1842. 
CARLO. 

XXIV.
Signora A.*** 
Un Poeta in tutta l'estensione del termine, perch muore anche di fame, chiede l'elemosina ai suoi amici. E qu sta l'imbroglio, - di trovare cio gli amici d'un uomo, che muore di fame. - Ma butta in mare, e spera in Dio, dice il proverbio dei marinari. Il povero Poeta  N., che forse Ella avr sentito nominare; uomo,..... cui la Natura fece molti doni di cuore e d'ingegno, senza dargli per un fiato, un atomo, di quel terribile giudizio che sa fare i fatti suoi. E per oggi si trova a stender la mano, e per giunta  malato di malattia della quale forse non guarir mai. E per io lo raccomando alle di Lei carit; e se Ella e i suoi amici potranno far qualche cosa, io gliene sapr grado per conto del povero Poeta, e per conto mio, quantunque egli si sia indirizzato per chiedere aiuto a T.*** G.***, e questi poi si sia rivolto a me. 
Intanto abbia pazienza del disturbo, e mi creda 
2 Settembre 1842. 
Suo Devotissimo 
CARLO BINI. 
XXV.
Signora A.*** 
Ho sentito da M.***, che riguardo a N. Ella penserebbe di fare un foglio. Io veramente me la dico poco coi fogli, e credo, che in ogni caso, e specialmente in questo, la parola viva e sentita possa pi assai che tutti i mezzi dell'arte. Ma poich s'ha da scrivere, io stimo pi espediente copiare tale e quale la lettera di N., che le rimetto qui acclusa. Sono poche righe, ma vere, e stringenti; e se queste non valgono, le mie e quelle di qualunque altro varranno anche meno. Ella pertanto, che  cos buona, veda di persuadere quanti pi pu a firmare sotto la lettera del povero N., ma quello che importa  di far presto, anzi prestissimo, a riscuotere il danaro, e farglielo avere, perch il bisogno ha furia, e conta le ore e i minuti. Spero che tra tutti faremo qualche cosa per questo disgraziato; ma quando poi non riuscissimo a buon porto ci vorr pazienza, ed io scriver direttamente a N., che i suoi buoni amici di Livorno hanno rigettato il suo appello, e confermano la sua sentenza di morte di fame. 
Io tra qualche giorno dovr partire per miei affari; e se questo negozio non fosse anche perfetto, allora lascer le mie istruzioni a M.***, perch tutto vada il meglio possibile. 
Mi creda 
Livorno, 5 Settembre 1843. 
Suo Devotissimo 
CARLO BINI. 
XXVI.
T.*** 
Ebbi per tempo la grata tua con quella del povero N., ed egli non poteva scegliere il miglior momento per morire di fame. A.*** mi ha detto, che non deve dar nulla, e per conseguenza non ha dato nulla. Ho fatto un appello ai poveri, e come ragion vuole mi hanno dimandato se avevo da dar loro qualche cosa; - ho chiesto ai ricchi, e mi hanno risposto peggio dei poveri. In somma  un affaraccio, e in tanti giorni ho raccolto forse sei o sette scudi. Non per questo mi fermer, e spinger le cose fin dove possono andare. 
La mia salute non vale un quattrino, e la mia testa  un mucchio di rovine. Pure per veder di dare una mano al povero N., ho preso a tradurre dal Tedesco certi articoli intorno al Sismondi per convertirne il ricavato a pro del suddetto; e credi, che se avessi avuto un cento di scudi glieli avrei dati volentieri, piuttosto che soffrire una fatica cos sanguinosa, una fatica che finisce di mandarmi in polvere il cervello. 
Addio. Credimi 
Livorno, 14 Settembre 1842. 
Il tuo Affezionatissimo 
CARLO. 
XXVII.
Gentilissima Signora A.*** 
Vengo a prender commiato da Lei, perch certi affari mi cacciano fuori di casa. Vado via in cattivo arnese, e chi sa come ritorner, o se rester per la strada. Fiat voluntas Dei. 
Saluter pertanto G.***, e il Sig. P.***, al quale auguro una sollecita guarigione, e godr al mio ritorno di trovarlo perfettamente rimesso in buona salute. 
A Lei non dico nulla, se non che, quando avr terminato tutte le faccende, si rammenti qualche volta di me. Andando a Lucca, come far tra qualche giorno, far i di lei saluti all'ottimo nostro B.***, e a quella buona creatura della Signora V.*** 
La questua per il povero N. finalmente  finita, e facendo un po' di tutto abbiamo raccapezzato sopra Lire 400, e ho incaricato P.***, perch le mandi. Il merito principale di questo negozio per altro  da attribuirsi a X., che ideando la traduzione del Sismondi, e stampandola, e distribuendola con molte fatiche e disgusti ha messo insieme il nerbo vero di questo soccorso, perch senza il Sismondi eravamo a poco pi di cento Lire.......... 
Se vuol conoscere il mio itinerario, eccolo: dimani a Pisa, dove star tre o quattro giorni; poi a Lucca, quindi nella Provincia Lucchese, e di l a Massa e Carrara, che  la Mecca dei miei malaugurati pellegrinaggi. 
Metto fine alle ciarle; mi creda suo affezionatissimo 
Livorno, 12 Ottobre 1842. 
CARLO BINI. 

FRAMMENTI
Io sento, parlo, e scrivo, senza studio, come l'anima detta, ma io son sicuro oramai di quest'anima mia: - conosco fin dove pu salire, fin dove pu scendere: esiste in me una forza d'impulso, che mi spinge avanti gran tratto, ma poi si sviluppa prontissima una forza di resistenza, che mi rimette nei giusti limiti; e questo contrasto di forze diverse fra loro, sovente per me doloroso,  quello per che mi ha salvato finora da qualunque bassezza. 

Non pensate; io soffro, ma son forte. Educato per 30 anni nello sconforto, la mia anima ormai sa comprimere il suo gemito immenso, - la mia testa porta fieramente il dolore, come un re la corona. 
E i miei patimenti sono di tal sorta, che il volgo non li saprebbe intendere, o li deriderebbe. Ecco l'anima mia: - un anelito eterno all'amore puro, santo, ideale; - un cuore nato a sentire quanto di bello e di armonia Dio sparse nell'universo; - un intelletto severamente educato a comprendere il vero; - una coscienza dignitosa, e superba di sentirsi incontaminata; - e tutto questo messo a contrasto con una societ misera, corrotta, incredula, e da me conosciuta nelle sue pi riposte viscere. Questo  il segreto del mio dolore. 


Non vi dia noia il mio gran talento. Egli  una povera cosa questo mio gran talento, ed io ne ho fatto sempre cos poco conto, che non l'ho mai adoperato. La scienza le pi volte  una fastosa impostura. Io ho vegliato lunghe notti sui volumi della sapienza antica e moderna, e li ho richiusi sospirando; - il velo del mistero era pi fitto di prima. Oh! questo mio gran talento mi fa piet. Forse volendo avrei potuto scrivere dei libri; ma questo a che buono? Il mio ingegno irritandosi nelle condizioni presenti si sarebbe scaldato a quel grado di valore, che genera il fulmine, - avrebbe maladetto, fulminato la razza umana. Ma il mondo non  contristato abbastanza? 

Il mio carattere  forte, severo, passionato, - disprezza le forme esterne delle cose, - attende solo allo spirito; - non si contenta, che del vero, e aborre mortalmente la civetteria d'ogni specie. - Il mio carattere  al tempo stesso cavalleresco, - la Donna non ha nulla a temere da me, - il culto della Donna  per me santo, solenne; - e quando io non potessi pi amarla, n stimarla, saprei pur sempre compatirla sinceramente. 

La mia fantasia percorse come ape a succhiare i fior pi eletti della Bellezza, che la mano di Dio profuse sull'universo, e form una creatura coll'ale d'angiolo, vestita dei ricchi colori del firmamento, coronata di stelle, armoniosa delle armonie, che suonano in cielo. Bella e cara creazione, che alla perfetta natura dei celesti univa quanto ha di simpatico, di buono, di grande, la natura mortale! Bella, perfetta, e cara creatura, anello intermedio fra il Cielo e la Terra, tipo d'un angiolo nuovo, che Dio deve aver rimirato con compiacenza, e accolto nell'eterna sua mente, per riprodurlo in un mondo migliore. 

Le lagrime d'un angiolo lavano le colpe dei mortali, e fanno fiorire le rose del Paradiso nel fango di questo mondo. 

Considerato tutto, gli uomini valgono assai meno delle Donne. Vantano senno, forza, e mille altre qualit, che poi all'occasione non hanno. Dove abbiamo noi la dolcezza, il coraggio, la celeste pazienza, che in certe epoche della vita fanno sublime la Donna? 

La Donna sola intende pienamente la santa virt del sacrifizio; - l'uomo non sapr mai amare come la Donna. 

Quando la Donna ama veramente, sa e pu amare come l'uomo non sapr mai. In questo la Donna  d'un tessuto assai pi fine dell'uomo; - tutta l'anima sua  una melodia d'amore, dolce, profonda, perenne. La donna  un raggio creato da Dio per fare il chiaro fra l'ombre cupe, feroci, di questo mondo. Quando parlo cos, per non intendo di tutte, - intendo della Donna pura, cara, gentile. Donna anima. Il volgo afferma, che la Donna dura meno in amare. Io non ci credo. La Donna non  stata anche compresa, che da pochi cuori intemerati, sublimi; e come creatura debole, inerme,  stata sempre oppressa, calunniata. E se la Donna talvolta dura meno in amare,  perch l'uomo spesso riprende troppo presto gl'impeti della sua natura brutale, cessa troppo presto di meritare il suo amore. 

Una Donna fragile, leggiera, spensierata, pu mettere il delirio in un cuore potente, la confusione in un forte intelletto, fiaccare, ridurre in polvere una volont di ferro; e tutto questo conseguirlo senza disagio, senza perdere un minuto di sonno, con quella stessa nonchalance con che si appunta una spilla. 

Prima causa della pessima educazione delle Donne sono gli uomini, i quali non sanno o non vogliono mai dir loro la verit; - le adulano a torto e a diritto, tanto per sedurle; - poi quando son sazi, e si saziano presto, le lasciano infelici e corrotte senza rimedio. Succhiato l'arancio, gettano la scorza. 

Le accuse continue che gli uomini fanno alle Donne, e le Donne agli uomini, sono piuttosto ridicole, che vere. Uomo e Donna non possono esistere isolati, - ambedue compongono un essere completo: ora la Natura non pu aver creato un essere mezzo buono, mezzo cattivo. Quest'essere diviso in due parti non pu comporsi, che d'elementi consimili, omogenei; - noi abbiamo pregi, difetti, e qualit comuni, - quindi l'obbligo di tollerare, di compatire, di giudicare con senso di carit. 

Io non cerco nell'Amore piaceri caldi, inebbrianti, ma gioie modeste, asperse di una dolce malinconia. La malinconia  una cosa santa;  l'eco di un'armonia, che suona nei cieli;  un sentimento, che profuma l'Amore, e lo fa incorruttibile. 


L'Amore profondo si fa sentire pi da lontano che da vicino. Questa legge morale  connessa forse a quell'altra legge fisica, per la quale i grandi colossi acquistano proporzioni armoniche, e piacciono all'occhio a grande distanza, ed una forte musica riesce soave e deliziosa sentita ad una certa distanza. 

Nelle cose d'affetto, meno che si pensa, meno che s calcola, meno che si disegna, meglio . - Sentire, e sempre sentire, ma senza prevenzione, alla buona, all'italiana d'una volta, - quest' l'anima, l'essenza dell'Amore. L'Amore non ragiona, non fa di conto, non vede, - e per questo gli antichi lo dipinsero cieco. 

A me piace pi l'espressione calda, fanatica, baccante, dell'anima commossa, che il tono freddo, compassato, cattedratico, della ragione, - cosa tanto vantata, e cos poco definita; cosa, che vale assai meno della sua riputazione, che tutti pi o meno posseggono nei tempi ordinari, che tutti pi o meno perdono nei tempi straordinari, come ognuno ha il polso regolare quando  sano, e l'ha troppo celere quando lo investe la febbre. 

Io non mi fido d quelli, che stringono la mano a tutti, che si chiamano amici di tutti; - il cuore umano non si pu cos spicciolare; non pu, e non deve bastare a tutti; - ma pu aversi, ma  necessario avere un amico, e all'uopo conviene fare per lui dei nobili sacrifizi. 


Chi non presume troppo di s deve lasciarsi portare dal fiotto degli avvenimenti, senza mormorare, senza bestemmiare, adorando un ordine di cose, che vede, che sente, ma non comprende. 
Che diritto ha il verme di giudicare i fini e gli andamenti della Mente Eterna, che nell'immenso creato governa con egual bilancia il moto d'una stella, e il nascere, il crescere, il cadere, e il trasformarsi, d'un fiore fugace, d'un povero filo d'erba? 

Non dee far maraviglia, se talvolta l'uomo generoso di cuore e d'intelletto assume una maschera, e cela le sue schiette sembianze; - la colpa  del mondo stupido e miscredente, nel quale  condannato a vivere. 

I Tedeschi non fanno mai di quei libri facili, trasparenti, spumosi, oppio vero dell'anima: i Tedeschi fanno pensare, e tengono l'anima del Lettore in piedi da mattina a sera. 

La felicit sarebbe facile a conseguirsi, se il mondo osservasse la legge di amore, d'armonia, d'attrazione, che Dio impresse nel creato; se permettesse che ogni anima gravitasse liberamente al suo centro. 

Non  il cuore l'organo il pi prezioso, quello che decide sempre i destini della vita? E le grandi opere, i grandi pensieri, non vengono tutti dal cuore? E le questioni le pi solenni, che travagliano il genere umano, non sono tutte questioni di cuore? N potranno sciogliersi, che dal cuore, perch la mente da secoli vi si affatica indarno. 

Adoriamo il dolore. Le anime, che non sono tutte di terra, hanno per distintivo il dolore, - sentimento che le raffina continuamente, che le innalza sempre pi verso il cielo, che svela loro l'esistenza di mondi non pensati, e non creduti dal volgo; sentimento, che in mezzo alle sue amarezze contiene certe volutt sacre, indistinte, velate, baleno delle gioie che Dio riserba alle anime provate su questa terra. Adoriamo il dolore. 

SECONDA PARTE. TRADUZIONI.

LA VITA E LE OPINIONI DI TRISTANO SHANDY ? DI LORENZO STERNE ? 
I. STORIA DI YORICK.
Aguzza qu, Lettor, ben gli occhi al vero;
Che 'l velo  ora ben tanto sottile,
Certo, che 'l trapassar dentro  leggiero.
DANTE, Purgatorio.
Yorick nominavasi il parroco, - ma devi notare, (come apparisce da notizie antichissime di famiglia scritte in pergamena, e ben conservate,) che tal nome era stato pronunziato appunto in quel modo per quasi.... io stetti per dire 900 anni: ma perch riferendo una verit improbabile, sebbene di natura sua fuor di quistione, non vorrei perderci di fede, mi appagher soltanto del dire, che quel nome era stato pronunziato appunto in quel modo per non so che spazio di tempo; n tanto oserei dire per la met dei cognomi del regno, che nell'andar degli anni hanno sostenuto tante vicende quante coloro cui appartenevano. Daremo questo all'orgoglio, o alla vergogna delle persone che li portavano? A dirla schietta, io tenni conto dell'una e dell'altra causa, secondo che la tentazione operava. Ma egli  mal fatto: - un giorno verr a mescolarci tutti cos confusamente, che uomo non potr levarsi a giurare, che l'avolo suo fece questo o quell'atto. 
La famiglia di Yorick aveva riparato a questo male, prudentemente conservando a guisa di religione le memorie da me citate, le quali di pi c'informano, che l'origine della famiglia fosse Danese, trapiantata in Inghilterra fino dai tempi di Horwendillus Re di Danimarca, e pare, che a quella corte un antenato donde M. Yorick discendeva dirittamente tenesse carica riguardevole; - solo aggiungono, che gi da due secoli era stata abolita, come inutile affatto in quella e in ogni altra corte del mondo cristiano. 
Spesso mi  passato per la mente, che la carica fosse quella di primo buffone del Re, - e lo Yorick nell'Hamlet del vostro Shakespeare, - che ha moltissimi drammi fondati nel vero, - era di certo lo stesso. 
Io non ho tempo di svolgere la Storia Danese di Sasso Gramatico per saperne la verit, - ma se i miei hanno agio e facilit di procacciarsi quel libro, lo facciano di per se stessi. Ebbi per tempo ne' miei viaggi di Danimarca, e tanto bastommi, di provare la verit di una osservazione fatta da tale, che dimor lungamente in quella contrada, cio, - che la natura non era n troppo larga, n troppo avara, nei presenti d'ingegno e di capacit agli abitanti di quel paese; - ma, simile a madre discreta, era modestamente liberale verso tutti, osservando tanta eguaglianza di misura nel dispensare i suoi favori, che a fin di conto gli uni non la cedevano agli altri. Tu rinverrai pochi esempi in quel regno di mente elevata, - ma in tutte le classi del popolo una dovizia di buono, semplice, e domestico intendimento, - e ciascuno n'ha la sua parte, - e questa parmi cosa ben dritta. 
Ma con noi le cose procedono ben di altro passo, e in questa faccenda tocchiamo il fondo, e la cima: - o voi siete un genio, o scommetto cinquanta contro uno, che voi siete, o Signore, uno stupido al di l dei confini, e una zucca da sale; - non gi che manchino al tutto i gradini di mezzo, - noi non siamo irregolari di tanto; - ma gli estremi sono frequentissimi, e condotti ad altissimo punto in quest'isola instabile, dove la natura nelle sue doti e disposizioni di simil sorta  bizzarra, e fantastica in modo, che la fortuna stessa non  pi di lei stravagante nel lascito dei suoi beni. 
Tutto questo mi fece dubitar sempre della discendenza di Yorick, e da quanto mi ricordo di lui, e da tutte le notizie che ho potute raccogliere, pare che non avesse nelle vene neppure una goccia di sangue danese; - forse in 900 anni era tutto svaporato; - ma non voglio filosoficarci un momento: - sia che pu, il fatto era questo; in vece di quella flemma ed esatta regolarit di sensi ed umori, che ti saresti aspettato in uno della sua origine, era all'incontro una composizione tanto mobile e sublimata, - una creatura tanto eteroclita nelle sue declinazioni, - e aveva in s tanta vita e capriccio, e gat de coeur, come se fosse il figlio d'un cielo ardentissimo. Con tanta vela il povero Yorick non portava un'oncia di zavorra; - non era pratico in nulla del mondo, e a ventisei anni sapeva guidare in esso il suo corso come un'ingenua fanciulla di tredici; talch al primo mettersi in mare, immagina pure, che il vento fresco de' suoi spiriti dieci volte al giorno lo facesse impigliare nelle sarte di alcun navilio: - e perch navigando gli occorrevano pi di sovente quei gravi e lenti all'andare, immagina pure, che con questi voleva la sventura che restassesi sempre intricato; e, se non m'inganno, in fondo dovevano avere un non so che di maligno, poich Yorick per natura ripugnava invincibilmente alla gravit; - non dir in certo modo alla gravit, - perch, se bisognava, era Yorick, il pi grave e il pi serio di tutti i mortali, a giorni, e settimane intere, - ma era nemico alla di lei affettazione, e la guerreggi apertamente, perch copriva di mantello l'ignoranza, e la stoltezza, - e quante volte la incontrava per via, bench difesa e protetta, di rado le usava mercede. 
Forse ragionava strano, ma spesso dichiarava la gravit un pretto furfante, e pericoloso d'assai, - soggiugnea, - perch scaltrito; e veracemente credeva, che ella avesse giuntate dei beni e del danaro pi oneste persone in un anno, che i tagliaborse e i mariuoli non fecero in sette. Dicea, che l'indole aperta rivelata da un cuore allegro non facea male a nessuno, fuorch a s stessa, - mentre nella gravit vivea per anima il disegno, - e quindi l'inganno; - era una frode ben disposta a guadagnarsi nel mondo stima di senno, e di sapere oltre il merito, - e con buona pace di tutte le sue pretensioni non era migliore, ma sovente pi trista, di ci che l'ebbe definita non  gran tempo un bell'ingegno francese: "un misterioso portamento del corpo per velare i difetti della mente." E dicea Yorick, con molta imprudenza, che quella definizione meritava di scriversi in lettere d'oro. 

Ma era indipendente, e inesperto del mondo, e lasciavasi andare agli scherzi in qualunque argomento di discorso la prudenza avrebbe usato ritegno. Yorick non sentiva che una impressione, - e quella emergeva dalla natura del fatto, - e la traduceva in chiaro Inglese, senza perifrasi, e spesso senza risguardo alla persona, al tempo, o al luogo; - onde se rammentavano un atto meschino o codardo, non pensava un momento all'eroe, o al suo stato, o se potesse nuocergli appresso; - ma se l'atto era vile, senz'altro l'uomo era vile, - e cos di sguito. E la sciagura voleva, che d'ordinario i suoi commenti finissero in un bon mot, o fossero via via ravvivati da qualche facezia, o festivit di espressione, e questo cresceva l'indiscretezza di Yorick. Certo non le cercava, ma per non fuggiva le occasioni di dir quanto cadeva in acconcio, e senza rispetti; - cos non n'ebbe in vita sua che troppi incitamenti a spandere il bell'umore, e le arguzie, e i motteggi, e le beffe, e non and nulla perduto per mancanza di chi raccogliesse. Ora ne intenderete le conseguenze, e come Yorick avesse fine. 
Coloro che danno e tolgono ad usura differiscono fra loro nella durata degl'interessi, quanto nella durata della memoria il beffatore e il beffato. E qu, secondo gli Scoliasti, il paragone cammina su tutte e quattro le gambe, che vuol dire una gamba o due di pi, che non hanno alcuni dei migliori paragoni d'Omero; ed , che l'uno piglia a prestito una somma, e l'altro suscita una risata a vostre spese, e pi non ci pensano. Ma gl'interessi corrono tuttavia nell'uno, e nell'altro caso, - e i pagamenti, che se ne fanno periodici, o casuali, bastano a tener viva la memoria dell'affare, finch l'ora trista non giunga, che il creditore sopravvenga improvviso a ciascuno, e, dimandando all'istante il capitale coll'usura sino a quel giorno, faccia sentir la gravezza del debito. 
Il lettore conosce nell'intimo la umana natura, (a me non piace dubitarne,) e per gli basti che il mio eroe non pot seguitar quella corsa senza un lieve saggio di questi ricordi. E' s'era avviluppato sbadatamente in una gran rete di siffatti debituzzi, che dispregiava soverchio, - n valeva nulla il consiglio d'un amico suo dolce chiamato Eugenio, - e stimava, che non avendoli contratti per malignanza, ma invece per onest d'intenzione, e per mera allegria di spiriti, naturalmente verrebbero tutti cancellati. 
Eugenio pensava di no, - e dicevagli spesso, che un giorno o l'altro sarebbe certamente chiamato ai conti; e sovente aggiugnea, col mestissimo accento di chi teme una sventura, - sino all'ultimo picciolo. - E Yorick al solito non curando sempre rispondeva: - oib! - E se la questione si ventilava ne' campi alla fine rispondea con un salto, o uno scambietto: - ma se in un canto del socievole camino al reo facevano barricata una tavola, e due seggioloni a bracciuoli, tanto che non potesse fuggirsi d'un tratto, Eugenio continuava la sua lezione intorno alla discretezza in parole siffatte, ma un po' meglio acconciate. 
? Credimi, Yorick mio, che la tua malaccorta piacevolezza o presto o tardi ti legher in tanti nodi, che poi non varr il senno a strigartene. In questi casi ho veduto sovente, che la persona derisa si considera sotto l'aspetto della persona ingiuriata con tutti i diritti che da quella situazione le spettano; - e se tu pure la vedi in quello aspetto, - e noveri gli amici, la famiglia, i congiunti, gli alleati, - e passi in rivista le molte reclute, che vanno alle sue bandiere pel sentimento del comune pericolo, non  calcolo esagerato a dire, che per ogni dieci motti ti sei guadagnato cento nemici, - e finch non sei giunto a tale da sollevarti d'intorno alle orecchie uno sciame di vespe le quali mezzo ti pungano a morte, non andrai mai persuaso. 
Dio mi guardi dal sospettare, che l'uomo da me stimato si muova alli scherzi per dispetto, o malignit d'intenzione; - so, e credo sinceramente, che sieno onesti, e detti a modo di sollazzo. Ma poni mente, amor mio, che gli stolti non possono distinguere, e i furfanti non vogliono: e tu non sai quanto importi provocar gli uni, o prendersi giuoco degli altri; e qualunque volta si uniscano a difesa scambievole, abbi per fede, amico mio, che ti guerreggieranno in maniera da fartene il cuore malato, e con pericolo ancora di vita. 
La vendetta da qualche angolo segreto sparger di te novelle d'infamia, - n ripareranno l'innocenza del cuore, la integrit del costume; - le tue sostanze verranno a mancare, - e malignando sui mezzi che un d ti procuravano, la tua riputazione dar sangue da tutte le parti; - la tua fede sar posta in dubbio, - smentite le opere, - dimenticato l'ingegno, - e la dottrina tenuta a vile. A chiudere l'ultima scena della tragedia, la crudelt, e la codardia, scellerati gemelli condotti a prezzo dalla malizia, e incitati nelle tenebre, prenderanno insieme la mira a tutte le tue debolezze, ed errori, - e gli ottimi di noi, amor mio, vi stanno soggetti; - e credimi, credimi, o Yorick, allorquando per lusingare un privato appetito si deliberi il sacrificio d'una creatura innocente, ed inerme,  facile di raccogliere stecchi per ogni macchia dove ella ha traviato, onde accendere un fuoco, - e bruciarvela sopra. ? 
Yorick intese il vaticinio dei suoi destini, e nell'atto con una lacrima furtiva, accompagnata da uno sguardo di promessa, dispose per l'avvenire di correre pi misuratamente l'arringo. Ahi troppo tardi! Innanzi del presagio erasi collegata una forte alleanza dei suoi nemici, e l'assalto, giusta la predizione d'Eugenio, fu dato in un tratto, e con s poca merc dalla parte degli alleati, - e con s poco sospetto in Yorick di quanto gli tramassero, - che quando quell'ingenuo avvisava ricevere il premio ai suoi meriti, omai l'avevano scosso alla radice; - cadde, e in quella guisa, che molti valentemente erano caduti prima di lui. 
Ma Yorick combatt per un tempo con tutto il valore possibile, - finch sopraffatto dal numero, e in ultimo affranto dalle calamit della guerra, ma pi ancora dalla maniera codarda onde facevasi, gitt la spada, e in vista fece animo sino agli estremi, ma credono tutti che l'uccidesse il cordoglio. E quanto segue piegava Eugenio alla medesima opinione. 
Poche ore avanti che Yorick esalasse l'anima, Eugenio entr nella stanza per vederlo l'ultima volta, e dargli l'ultimo addio. Nel tirar le cortine gli domand come stesse; - e Yorick guardandolo in faccia gli strinse la mano, - e ringraziandolo dei molti segni di amore a lui dimostrati aggiunse, che, se il fato li faceva incontrare nell'avvenire, lo avrebbe pi e pi sempre ringraziato; e disse, che di l a brevi ore sarebbesi involato in eterno ai suoi nemici. ? Spero di no, - rispondeva Eugenio col pi tenero accento di voce, che uomo parlasse giammai, e le lacrime gli scendevano gi per le guance, - spero di no, Yorick mio. ? Yorick rispondeva elevando lo sguardo, e premendogli gentilmente la mano, - e nulla pi: - ma questo dirompeva il cuore di Eugenio. ? Su via, Yorick, - riprese quest'ultimo asciugandosi gli occhi, e facendosi cuore, - confortati, amor mio, n li spiriti e la fortezza ti abbandonino al maggior uopo; - chi sa mai quanto possano operare per te i rimedi, e la potenza di Dio? ? Yorick si pose una mano sul cuore, e croll un tal poco la testa. ? Per la parte mia, - continuava Eugenio, e piangeva amaramente in mezzo alla parola, - per la parte mia non so come da te dividermi, e di buon grado lusingherei le mie speranze, - seguitava rallegrando la voce, - che di te avanzer tanto da farne un vescovo, e io vivr tanto da vederlo. ? Io ti prego, - favell Yorick, levandosi alla meglio di capo il berretto da notte colla manca, perch la destra avea sempre stretta da quella d'Eugenio, - io ti prego a guardarmi un poco la testa. ? Non vi scerno cosa che l'offenda, - rispondeva l'amico suo. ? Ahim! io vo' che tu sappi adunque, - riprese Yorick, - ch'ella  s mal concia e sformata dai colpi che i miei nemici le dettero cos villanamente all'oscuro, che potrei dire con Sancio Panza: - "se mi riavessi, e dal cielo mi cadessero sul capo le mitre spesse come la gragnuola, neppure una gli potria convenire." ? 
L'ultimo fiato di Yorick a queste parole pendeva pronto a fuggirsi dalle sue labbra tremanti, - ma tuttavia le profferse in un suono, che sapea di maniera cervantica; - e mentre parlava, Eugenio vide accendersi per un momento in quegli occhi una striscia di fuoco lambente, scarsa immagine di quelle vampe di spirito, che solevano, a quanto disse Shakespeare dell'antenato suo, eccitar la gioia del convito. 

Eugenio si convinse, che il cuor dell'amico fosse spezzato; - gli strinse la mano, - e poi adagio adagio usc della camera, e piangeva all'andarsene. Yorick seguit cogli occhi Eugenio sino alla porta, - quindi li chiuse, e mai pi non li riaperse. 
Ei riposa sepolto in un angolo del suo camposanto sotto una semplice pietra di marmo, che l'amico Eugenio con licenza dei curatori gli poneva sulla fossa con queste tre parole d'iscrizione, che servono a un tempo d'epitaffio, e d'elegia: 
AHI POVERO YORICK! 
Dieci volte al giorno lo spirito di Yorick si consola a sentir leggere la sua funeraria iscrizione con tanta variet di lamentevoli accenti, che per lui dinotano stima, e piet universale; - e perch un sentiero attraversa il camposanto, da quel lato appunto dove  la sua fossa, non passa di l viandante che non si fermi, e non vi getti uno sguardo, e non sospiri partendosi; 
AHI POVERO YORICK 
? 1829(26) ? 
...
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...

2. IL NASO GROSSO. RACCONTO DI SLAWKENBERGIUS (27).
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Finiva un giorno affannoso degli ultimi d'Agosto, e cominciava a spirare il fresco della sera, allorch un Forestiere entrava nella citt di Strasburgo, montato sopra una mula nera, e a tergo una valigia con poche camicie, un paio di scarpe, e un paio di brache di seta chermisi. E, passando le porte, al dimandar della sentinella rispondea, che era stato al Promontorio dei Nasi, - che andava a Francfort, - e sarebbe tornato fra un mese per viaggiare alle frontiere della Crimea. La sentinella guardando in viso il Forestiere sclamava: - poffare Dio! non ho veduto un tal naso a' miei giorni. ? Me ne trovo assai bene, - rispondea il Forestiere; e si trasse la mano dal cinto donde pendeva una scimitarra, e la si pose in tasca, e tutto cortese toccando con la manca la parte davanti del cappello stendeva la destra, mettendo in mano alla sentinella un fiorino, e seguitava la via. ? Duolmi, - disse la sentinella drizzando la parola a un tamburo nano della statura, e storto delle gambe, - che un'anima tanto gentile abbia perduto il fodero della sua scimitarra; n per viaggio potr farne a meno; n in tutto Strasburgo trover fodero che le si adatti. ? Non l'ebbi mai, - ripigli il Forestiere, volgendosi indietro alla sentinella, e mettendosi in questa la mano al cappello; - e la porto, - continuava, alzando nuda la scimitarra, e intanto la mula movea lentamente, - e la porto a difesa del mio naso. ? E lo merita bene, o Forestiere cortese, - diceva la sentinella. ? Non vale un bagattino, - disse il tamburo dalle gambe storte; -  un naso di cartapecora. - Da uomo onesto, - riprese la sentinella; - fuorch sei volte pi grosso,  un naso simile al mio. ? L'ho sentito scricchiolare, - favellava il tamburo. ? Cappita! - disse la sentinella; - ho veduto ben io, che sanguinava. ? Peccato, - sclam il tamburo dalle gambe storte, - che nol toccassimo tutti e due! - E mentre la contesa durava tra la sentinella e il tamburo, la stessa quistione agitavasi fra un trombettiere e la moglie sua, che per via si erano fermati a veder passare il Forestiere. - Dio ci salvi, che naso!  lungo come una tromba, - disse la moglie. ? E dello stesso metallo, - aggiungea il trombettiere, - come puoi giudicare dallo sternuto. ?  soave come un flauto, - disse ella, ?  d'ottone, - disse il trombettiere. ? Frasche! - rispondeva la moglie. ? Affermo di nuovo, - dicea il trombettiere, - che il naso  di ottone. ? Vo' saperne il vero, - disse la moglie, - e per vo' toccarlo con queste mie dita prima d'andare a letto. ? La mula del Forestiere movea cos piano, ch'egli intese ogni parola della contesa non solo tra la sentinella e il tamburo, ma fra il trombettiere ancora e la moglie sua. ? No, - diss'egli, allentando le briglie sul collo alla mula, e incrociandosi le mani sul petto nell'atteggiamento di un santo; e la mula seguiva a muover pian piano; - no, - diss'egli, alzando gli sguardi; - oltraggiato e deluso come fui, non devo al mondo poi tanto da convincerlo in questo; no, - diss'egli, - nessuno mi toccher il naso, finch il cielo mi dia forza. ? A che fare? - chiese la moglie di un borgomastro. Il Forestiere non bad alla moglie del borgomastro, e fece voto a S. Niccola, e poi sciolse le braccia con la stessa solennit onde le aveva incrociate, e raccolse con la manca le briglie, e si pose in seno la destra donde pendeva la sua scimitarra, e cavalc passo innanzi passo per le strade pi larghe di Strasburgo, finch la ventura lo condusse al grande albergo del mercato dirimpetto alla chiesa. Il Forestiere smontando subito impose che la mula fosse menata alla stalla, e la valigia portata dentro; quindi l'aperse, - e traendone le brache di seta chermisi con un pendaglio ornato d'argento, se ne vestiva; e poi colla scimitarra impugnata and a passeggiare sulla piazza d'arme. Come ebbe fatti appunto tre giri, scorse alla banda opposta la moglie del trombettiere, e si volt in fretta, temendo che il suo naso non fosse posto al cimento; e torn immantinente all'albergo, e spogliandosi ripose le brache etc. nella valigia, e chiese la mula. ? Io me ne vado a Francfort, - disse il Forestiere, - e torno tra un mese. Spero, - continu il Forestiere, palpeggiando il muso della mula intanto che si accingea a salirla, - spero che avrete usato cortesia a questa mia schiava fedele; ella mi ha portato colla valigia pi di seicento leghe; - e in cos dire lievemente le batteva la schiena. ? Viaggio lungo, signor mio, - dicea il locandiere, - e chi lo fa certamente ha di grandi affari tra mano. ? Niente, niente! - rispondea il Forestiere; - sono stato al Promontorio dei Nasi, dove grazie a Dio me ne sono procacciato uno de' pi belli, che sia mai caduto in sorte a uomo vivente. ? Il Forestiere rendeva di s stranamente ragione, e il locandiere e la moglie sua gli fissavano gli occhi sul naso. - Per Santa Radegonda! vi  pi naso in quel naso, che in qualche dozzina dei pi grossi nasi di tutto Strasburgo mettendoli insieme; non , - diss'ella, mormorando nelle orecchie al marito, - non  un gran bel naso? ?  un'impostura, anima mia, - ripigli il locandiere,  un naso falso. ?  vero, - disse la moglie. ?  d'abete, - disse il marito; - non senti l'odor della trementina? ? Vi  sopra una bollicina, - aggiunse la moglie. ?  un naso morto, - riprese il locandiere. ?  vivo, - disse la moglie, e giuro per l'anima mia, che vo' toccarlo. ? Oggi ho fatto voto a S. Niccola, - dicea il Forestiere, - che nessuno mi toccher il naso, fino.... ? E qu sospendea la voce, e alzava li sguardi. ? Fino a quando? - diceva frettolosa la donna. - Nol toccheranno, - diss'egli intrecciando le mani, e stringendosele al petto, - fino a quell'ora. ? Qual ora? - esclamava la donna. ? Mai, - ripigli il Forestiere, - finch io non arrivi. ? Dove? per l'amor di Dio! - insisteva la donna. Il Forestiere part, n disse parola.
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Non era il Forestiere innoltrato mezza lega per la via di Francfort, che tutto Strasburgo andava sossopra a cagion del suo naso. Le campane della compieta chiamavano li Strasburghesi ai sacri uffici, e a chiudere il giorno nella preghiera; non le sentiva un'anima. La citt pareva uno sciame di api; uomini, donne, fanciulli, (e le campane suonavano,) correvano qua e l; uscivano da una porta, entravano in un'altra, di su, di gi, per le strade, pei viottoli. ? L'avete veduto? ? L'avete veduto? ? L'avete veduto? ? Oh! l'avete veduto? ? Chi lo vide? ? Chi l'ha veduto? ? Dio buono! chi lo vide? ? Io lavava. ? Io dava l'amido. ? Io era ai vespri. ? Io ripuliva la casa. ? Io cuciva. ? Dio mi aiuti! io non l'ho veduto. ? Io non l'ho toccato. ? Oh fossi stato un po' la sentinella, o il tamburo dalle gambe storte, o il trombettiere, o la moglie sua! ? E questo grido, e questo lamento, errava universale per ogni via, e per ogni canto di Strasburgo. Mentre la confusione e il tumulto turbavano la gran citt di Strasburgo, il Forestiere cortese cavalcava di un passo soave soave verso Francfort, - n facea vista d'aver nulla che fare in quel fatto; - ma per la via favellava in rotte sentenze ora alla sua mula, ora a s stesso, ora alla sua Giulia, ? O Giulia! amabile Giulia! - No, io non posso fermarmi perch tu mangi quel cardo. - Che le trame di un rivale mi abbiano rapito ogni mio diletto al punto che andava a gustarne! - Poh! non  che un cardo; lascia andare, stanotte avrai miglior pasto. - Esiliato dalla patria mia, dagli amici, da te! - Povero diavolo! sei stanco del viaggio? via, camminiamo pi forte; la valigia non ha che due camicie, un paio di brache di seta chermisi, e.... - Cara Giulia! - Ma perch a Francfort? Forse una mano arcana mi conduce per tutti questi meandri? - S. Niccola! incespichi ad ogni passo; cos consumeremo tutta la notte a fare.... - Forse felice, o ludibrio della fortuna, e della calunnia; - cacciato via n convinto, n ascoltato, e innocente. E perch non restavi a Strasburgo, dove la giustizia.... - ma feci voto.... - Via! tu berrai.... - a S. Niccola. - O Giulia! - E perch rizzi le orecchie?  un uomo, etc. ? 
Il Forestiere cavalcava conversando in questa maniera colla sua mula, e con Giulia, finch giunse all'albergo; e smontando bad che la mula fosse trattata bene secondo le promesse, - e port nell'albergo la sua valigia, e volle da cena una frittata, - e a mezza notte si mise a letto, e dopo cinque minuti dormiva profondamente. 
E all'ora stessa diminuiva il tumulto in Strasburgo, - e gli abitanti andavansi a letto; - ma quanto al corpo e alla mente non riposavano di certo, come faceva il Forestiere; - perch la fantasia, agilissima fata, aveva preso il naso del Forestiere, e, senza toccar nulla della grossezza, aveva sudato tutta la notte a dividerlo e suddividerlo in tanti nasi di diversa figura quante erano teste in Strasburgo. La Badessa di Quedlingberg venuta quella settimana a Strasburgo con le quattro prime dignit del suo Capitolo, a consultare l'Universit sopra un caso di coscienza relativo alli sparati delle loro gonnelle, non pot chiudere un occhio. Il naso del gentil Forestiere erasi posato in cima alla glandula pineale del suo cervello, - e facea brulicar tante immagini in capo alle quattro prime dignit del suo Capitolo, che non ci fu da prendere un fil di sonno in tutta la notte, n da star ferme un attimo; in somma si alzavano tutte come altrettanti spiriti. Tutte le monache di pi severo istituto, che passano la notte vestite del cilicio, erano a partito peggiore della badessa di Quedlingberg; e girandosi e rigirandosi da ogni banda del letto si erano tutte scorticate a morte, e credevano che il fuoco di S. Antonio le avesse visitate a fin di provarle; n chiusero un occhio da vespro a mattutino. Le Orsoline operando pi saviamente non andavano a letto. E il decano di Strasburgo, e i prebendati, e il corpo dei canonici, (adunati tutti in capitolo la mattina per considerare il caso delle focacce condite col burro), bramavano aver seguitato l'esempio delle Orsoline. - Nel trambusto delle cose, la sera innanzi i fornai si erano dimenticati di fare il lievito, - n in tutto Strasburgo potevi trovare per colezione focacce condite col burro. La cattedrale era in moto perpetuo, n tanta causa d'inquietudine, n tanta gelosa ricerca nella causa dell'inquietudine, si era veduta in Strasburgo dal tempo che Martino Lutero colle sue nuove dottrine sovvertiva quella citt da cima a fondo. E se il naso del Forestiere scompigliava la mente dei chierici, qual facesse baccano in quella dei laici  pi assai di ci che possa descriver la mia penna consumata sino al gambo. So di certo, - esclama qui Slawkenbergius, n da lui mi aspettava tanta gaiezza di concetto; - so di certo, che ci sono molte similitudini buone a darne un'idea ai miei concittadini; ma alla fine di un'opera come questa, scritta per amor di loro, e dove ho speso grandissima parte della vita, sarebbe giusto l'esigere, che io trovassi il tempo e la voglia di cercarle? Vi basti che universale era il disordine nelle fantasie Strasburghesi, e dominava assoluto ogni facolt delle menti loro; e con tanta asseveranza, e con tanta eloquenza parlavano, e giuravano stranissime cose intorno a quel naso, che la corrente di qualunque discorso a maraviglia si drizzava a quel segno. Il buono e il cattivo, il ricco e il povero, il dotto e l'ignorante, il maestro e il discepolo, la padrona e la fantesca, l'accorto e lo stordito, la monaca e la donna, si affannavano tutti per udirne novelle, - e ogni occhio struggevasi di vederlo, e ogni dito anelava toccarlo. 
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Aggiungete ancora, - n bisognava aggiunger nulla all'ardore di tanto desiderio, - che la sentinella, e il tamburo dalle gambe storte, e il trombettiere e la moglie sua, e la vedova del borgomastro, e il locandiere e la moglie sua, differivano tutti largamente nell'attestare, e descrivere il naso del Forestiere; - ma si accordavano in due punti, cio che andava a Francfort, e tornerebbe fra un mese; - in secondo luogo, - fosse, o no, vero il naso, - il Forestiere era paragone di perfetta bellezza, - l'uomo il pi ben formato, - il pi gentile, - il pi generoso della sua borsa, - il pi cortese ne' suoi portamenti, che avesse giammai passate le porte di Strasburgo; e mentre cavalcava per le vie colla scimitarra penzolone alla destra, e mentre passeggiava attraverso la piazza d'arme colle brache di seta chermisi, il facea con aria tanto soave, disinvolta, e modesta, e al tempo stesso virile, che, se non fosse venuto in mezzo il suo naso, avrebbe intricato il cuore di qualsiasi fanciulla gli avesse dato uno sguardo. ? Mal abbia il cuore che non sente il palpito e la passione della curiosit; e merita scuse la Badessa di Quedlingberg colle quattro sue dignit, se a mezzogiorno mandarono per la moglie del trombettiere. Ella andava per le vie di Strasburgo recandosi in mano la tromba del suo marito, - n migliore apparato onde illustrare le sue teorie le concedeva la strettezza del tempo, - e si trattenne tre giorni. Ma rispetto alla sentinella, e al tamburo dalle gambe storte, Atene non potea metter loro a fronte veruno; - n con tanta pompa Crantore e Crisippo leggevano sotto ai portici loro, con quanta leggevano que' due sotto le porte della citt a chi andava e veniva. Il locandiere col ragazzo a sinistra leggeva sul medesimo stile nella corte della stalla; leggeva ancora la moglie, bench in una stanza appartata; e tutti si affollavano a quelle lezioni, - no confusamente, ma, come  il costume, o da questo, o da quello, secondo che la fede e la credulit li schieravano: - insomma ogni Strasburghese affollavasi per saper la novella, - e ognuno sapeva la novella desiderata. 
Vuolsi notare a benefizio di tutti i dimostratori in filosofia naturale etc., che, appena la moglie del trombettiere ebbe finito di leggere in privato alla Badessa di Quedlingberg, incominci in pubblico, sopra uno sgabello, in mezzo alla piazza d'arme; e turb fieramente gli altri dimostratori, tanto che la parte migliore della citt subito traeva a sentirla. Ma quando il dimostratore in filosofia, - esclama qui Slawkenbergius, - ha per apparato una tromba, chi  di grazia il rivale di dottrina, che pretenda essere ascoltato a preferenza? Mentre gl'ignoranti pei condotti della nozione si affaccendavano a scendere in fondo al pozzo dove la VERIT tiene la sua piccola corte, i maestri smaniavano altrettanto di tirar su il vero colle trombe pei condotti della induzione dialettica; - n si brigavano dei fatti, - ragionavano. Ma professione al mondo non avrebbe meglio illustrato il soggetto, che la Facolt medica, dove non si fosse smarrita a disputare intorno le glandule e i tumori edematici; - e cos non ci fu verso di veder lume; - e il naso del Forestiere non avea nulla di comune colle glandule, e coi tumori edematici. Per fu dimostrato a sufficienza, che quella massa ponderosa di materia eterogenea non poteva ammucchiarsi al naso mentre l'infante era nell'utero, senza tor l'equilibrio alla bilancia del feto, e collocar bello e gonfio quel naso sul volto nove mesi prima del tempo. Li oppositori concedevano la teoria, - negavano le conseguenze. ? E se convenienti vene, ed arterie, - ripigliavano i primi, - a nutrir debitamente quel naso non fossero concorse al principio della sua formazione, pria che venisse al mondo, (lasciando il caso delle glandule), non avrebbe potuto regolarmente crescere, e dipoi sostentarsi. ? A questo rispondeva una dissertazione su gli alimenti, e l'effetto, che gli alimenti producono nel distendere i vasi, e il crescere e il prolungarsi delle parti musculari al massimo incremento, e alla massima espansione immaginabile. E nel trionfo di questa teoria, giunsero ad affermare, che in natura non v'era ragione, perch un naso non potesse arrivare alla grossezza dell'uomo stesso. Rispondevano non potersi avverare l'evento, finch l'uomo avesse uno stomaco solo, e due polmoni. ? Lo stomaco, - dicevano, -  l'organo destinato unicamente a ricevere il cibo, e convertirlo in chilo; i polmoni sono la macchina, che lavora il sangue; e quest'ingegni nell'adempiere alle proprie funzioni hanno misura dall'appetito, - o ammettendo possibile, che l'uomo carichi di soverchio lo stomaco, la natura ha dato confine ai polmoni; quei visceri ebbero grandezza e forza determinata, n possono elaborare una certa quantit, che a spazio fisso di tempo; cio producono tanto sangue, che basti a un uomo solo, e non pi; - e se vi fosse tanto naso che uomo, provavano, che dovrebbe seguitare necessaria cancrena; e perch non v'era da sostentare ambedue, o il naso sarebbe caduto dall'uomo, o l'uomo inevitabilmente dal naso. ? La natura si accomoda a queste emergenze, - gridavano gli oppositori; - altrimenti, che direste voi d'uno stomaco intero, di due polmoni interi, e d'un uomo mezzo, cui sventuratamente un cannone abbia tronche le gambe? ? Ei muor di pletora, - riprendevano, - o sputa sangue, e in quindici giorni, o al pi tre settimane, va consumato a babboriveggoli. ? Non  cos, - ripigliavano li oppositori. ? Cos non fosse! - rispondevano gli altri. Quelli spiriti curiosi, che indagano l'interna natura, e i suoi fatti, sebbene andassero d'amore e d'accordo per un buon tratto di via, finalmente si divisero intorno al naso in tante opinioni, quante quelle dei medici stessi. Statuivano pacatamente, che le varie parti del corpo umano avevano un ordine, e una proporzione geometrica corrispondente ai suoi vari uffici e funzioni, n potea trapassarsi fuorch con certi limiti; e bench la natura talvolta scherzasse, scherzava anch'ella in un certo circolo, n potevano conceder nulla al di l del suo diametro. Pi che altra classe di letterati, i Logici si tenevano stretti all'argomento, e cominciavano e finivano con la voce naso; e se non era una petizione di principio, nella quale fin dalle prime and a batter di capo uno de' pi capaci tra loro, la quistione sarebbesi terminata in un fiato. ? Un naso, - argomentava il Logico, ? non pu sanguinare senza sangue, e sangue che circoli a produrre il fenomeno con una serie di gocciole; - e una corrente altro non , che una serie pi veloce di gocciole. - Ora la morte non essendo, che il ristagnamento del sangue.... ? Nego la definizione; la morte  la separazione dell'anima e del corpo, - disse il suo antagonista. ? Dunque non ci combiniamo nell'arme, - riprese il Logico. ? Dunque la quistione  terminata, - rispose l'antagonista. Furono pi concisi i Giurisperiti, e quanto profferivano aveva meglio sembianza di decreto, che di contesa. ? Quel naso mostruoso, - dicevano, - se fosse vero, non potea sofferirsi agevolmente nella civil societ; se poi falso, ingannare cos la societ con segni mentiti era un violare altamente i suoi diritti, e per gli si dovevano anche meno rispetti. ? A questo obbiettavano unicamente, che, se provavasi alcuna cosa, era, che il naso dello Straniero non appariva n vero, n falso. E questo di luogo di seguitare alla controversia. ? Sostenevano gli avvocati della Corte Ecclesiastica, che nulla potea vietare un decreto, dacch il Forestiere ex mero motu confessava essere stato al Promontorio dei Nasi, dove se n'era procurato uno de' pi belli etc., etc. ? Rispondevano a questo, essere impossibile che vi fosse il Promontorio dei Nasi, e i dotti non lo sapessero. Il commissario del Vescovo di Strasburgo prese le parole dell'avvocato, e chiar la materia con un trattato sulle frasi proverbiali, dimostrando loro il Promontorio dei Nasi, come semplice espressione allegorica, significante, che la natura lo aveva dotato di lungo naso; e come prove citava dottamente infinite autorit, che fuor di dubbio avrebbero deciso la causa, se non fosse apparito, che 90 anni prima erano servite a terminare una questione intorno alcune franchigie di un decano. Intanto avveniva, - n dir sventuratamente pel Vero, poich cos facendo gli davano leva da un'altra parte, - intanto avveniva, che le due Universit di Strasburgo, la Luterana fondata il 1538 da Giacomo Sturmis consigliere del Senato, e la Papale da Leopoldo Arciduca d'Austria, impiegavano tutta la forza del loro sapere, (tranne quel po' di tempo, che richiedeva l'affare della Badessa di Quedlingberg intorno agli sparati delle gonnelle), a determinare il punto della dannazione di Martino Lutero;......... ....... ma il naso grosso del Forestiere distolse l'attenzione del mondo da quanto avevano tra mano, - e lor convenne seguitar la corrente. N fu ritegno la Badessa di Quedlingberg, e le sue quattro prime dignit; il naso grosso del Forestiere mosse ai dottori la fantasia, quanto il caso di coscienza; e per l'affare degli sparati delle gonnelle fu per un tratto sospeso; in somma gli stampatori ammannivano i tipi, e dispute d'ogni maniera corsero in pubblico. Tu avresti potuto pi agevolmente mettere insieme un vescovo e un tegame, che indovinare da qual parte del naso si sarebbero tratte le due Universit. 
?  sopra la ragione, - gridavano da una parte alcuni Dottori. 
?  sotto la ragione, - gridavano degli altri. 
?  fede, - grid uno. 
?  un archetto da violino, - rispose l'altro. 
?  possibile. 
?  impossibile. 
? Infinita  la potenza di Dio, - gridavano i Nasisti, - pu far quanto vuole. 
? Non pu far nulla, - ripresero gli Antinasisti, - che in s comprenda contradizione. ? Pu far che la materia pensi, - dissero i Nasisti. ? Gi, come tu dell'orecchio d'una scrofa puoi farne un berretto di velluto, - risposero gli Antinasisti. ? Non pu fare, che due pi due facciano cinque, - dissero i Cattolici. ? Non  vero, - risposero gli oppositori. ? La potenza infinita  potenza infinita, - dissero i dottori che affermavano la realt del naso. ? Si estende solamente a tutte le cose possibili, - rispondevano i Luterani. ? Dio del cielo! - esclamavano i Cattolici, - se cos crede, pu fare un naso grosso come il campanile di Strasburgo. ? Ora il campanile di Strasburgo essendo il pi grosso e il pi alto campanile che si veda nel mondo, gli Antinasisti negavano, che un naso di 575 piedi geometrici in lunghezza potesse portarsi almeno da un uomo della comune statura. I Cattolici giuravano di s. ? No, non pu essere, - dicevano i Luterani. ? E questo suscit nuova contesa, che portarono innanzi gran tratto, intorno l'estensione e i limiti degli attributi morali e naturali di Dio. Non s'intese pi nominar parola del naso del Forestiere, che serv appunto come di fregata a lanciarli nel golfo della teologia scolastica, e quivi navigavano a vele spiegate. Lo scaldarsi sta in proporzione alla mancanza del vero sapere. La controversia degli attributi etc. invece di raffreddare aveva all'incontro scaldate pi che mai le immaginazioni strasburghesi, e quasi fuor di misura. Meno intendevano, e pi maravigliavano, ma furono lasciati nell'angoscia del desiderio non appagato. Vedi carit dei loro dottori! Da una parte quei della cartapecora, dell'ottone, e della trementina, - dall'altra i Cattolici, s'imbarcano tutti, e son gi fuor delle viste, come Pantagruello, e i suoi compagni, che vanno a cercar l'oracolo della Bottiglia. E i poveri Strasburghesi abbandonati sul lido! che fare omai? - nullo indugio di mezzo; - cresceva il tumulto, e le porte vennero aperte. Sfortunati Strasburghesi! nel magazzino della natura, nell'armadio delle scienze, nell'arsenale del caso, fu lasciata forse indietro una macchina per tormentare la vostra curiosit, per suscitare i vostri desideri, che la mano del fato non accennasse onde potesse operare sul vostro cuore? Io non tingo la penna a scusarvi della resa che faceste, ma scrivo le vostre lodi. Mostratemi una citt cos travagliata dalla espettazione, senza mangiare, bere, o dormire, o pregare, o intender le voci del cielo e della natura, pel corso di giorni ventisette, e ditemi poi se avrebbe sostenuto un giorno pi a lungo! Al ventottesimo il Forestiere cortese aveva promesso di ritornare. Settemila carrozze, (e credo, che Slawkenbergius abbia sbagliato nel conto), settemila carrozze, quindicimila calessi a un cavallo solo, ventimila carri, si affollavano insieme serrati, e pieni di senatori, di consiglieri, di sindaci, di beghine, di vedove, di mogli, di vergini, di concubine etc. La Badessa di Quedlingberg con le sue quattro prime dignit guidava la processione in una carrozza, e il decano di Strasburgo con le quattro prime dignit del suo Capitolo le veniva alla manca; i rimanenti seguitavano a rifascio come meglio potevano, - a cavallo, a piedi, in vettura, pel Reno, per questa via, per quell'altra; tutti insomma uscivano incontro al Forestiere cortese. Noi precipitiamo alla catastrofe del nostro racconto. ? Io dico catastrofe, (esclama qui Slawkenbergius), perch un racconto regolarmente disposto nelle parti, non solo va lieto della catastrofe, e della peripeteia d'un dramma, ma gode ancora di tutte le altre parti, che ne fanno l'essenza; ed ha la protasi, l'epitasi, la catastasi, la catastrofe o peripeteia, succedentisi fra loro in quell'ordine, che prescrisse Aristotele, senza le quali, - dice Slawkenbergius, - un racconto non dovrebbe narrarsi ma invece tenerselo in cuore; e in tutte le mie dieci decadi io Slawkenbergius ho tenuto ogni mio racconto strettamente annodato alla regola da me seguita in questo del Forestiere, e del suo naso. Dalle prime parole alla sentinella fino al punto che lascia Strasburgo dopo aver cavate fuori le brache di seta chermisi,  la protasi, ovvero l'introduzione, dove si toccano i caratteri dei personaggi cos di volo, e il soggetto  lievemente incominciato. L'epitasi, dove l'azione progredisce fino all'ultimo grado chiamato catastasi, e che d'ordinario comprende il secondo, e il terz'atto,  rinchiusa in quell'operoso periodo del mio racconto, cio dal tumulto della prima notte fino a che la moglie del trombettiere fa la sua lezione in mezzo di piazza d'arme. E dall'entrar che fanno i dottori nella questione fino a che sciolgon le vele, lasciando desolati li Strasburghesi sul lido,  la catastasi, ossia quella parte in che gli avvenimenti e le passioni sviluppano, prorompendo nel quint'atto. E questo comincia dall'uscir che fanno li Strasburghesi sulla via di Francfort, e finisce strigando il labirinto, e conducendo l'eroe dallo stato di agitazione, (cos lo chiama Aristotele), allo stato di riposo, e di quiete. E questo, - dice Hafen Slawkenbergius, - costituisce la catastrofe o peripeteia del mio racconto, e questa  la parte che imprendo a narrare. Lasciammo il Forestiere dietro il sipario a dormire; or vien sulla scena. ? E perch rizzi le orecchie?  un uomo a cavallo,.... ? fu l'ultima parola, che il Forestiere disse alla mula; e allora non tornava bene far sapere al lettore, che la mula prese in parola il padrone, e senz'altro lasci passare il viandante e il suo cavallo. Il viandante studiavasi a tutta fretta di giunger la notte a Strasburgo. ? Pazzo, che non son altro! - poi disse fra s, dopo aver cavalcato circa una lega: - pazzo, che non son altro! se penso d'entrare in Strasburgo stanotte. Strasburgo! Strasburgo la grande! Strasburgo la capitale di tutta l'Alsazia! Strasburgo citt imperiale! Strasburgo stato sovrano! Strasburgo munita di cinquemila dei migliori soldati che sieno! Ahi! se ora fossi alle porte di Strasburgo, non mi farebbero entrare per un ducato, n per uno e mezzo; -  troppo; - e il meglio  tornarsi all'ultimo albergo da dove sono passato, che fermarsi io non so dove, o donare io non so quanto. Il viandante cos meditando gir la testa del cavallo, e giunse all'albergo tre minuti dopo che il Forestiere era stato condotto alla sua stanza. ? Abbiamo del lardo, e del pane, - diceva l'oste, - e all'undici avanzavano tre uova, ma un Forestiere, che arriv, non  un'ora, se le fece acconciare in frittata, e non abbiamo pi nulla. ? Ahim! - disse il viandante; - affaticato come sono, non mi bisogna che un letto. ? E morbido quanto altro mai dell'Alsazia, - riprese l'oste, - e ci avria dormito il Forestiere, perch  il migliore che io m'abbia, se non era per via del suo naso. ? Gli  forse venuto un flusso di sangue? - favell il viandante. ? No, ch'io sappia, - diceva l'oste, - no davvero; ma Giacinta, (e in questa accennava dello sguardo la fantesca), immagin, che il letto non fosse capace tanto, che egli vi potesse rivolgere il suo naso. ? Come mai? - sclam il viandante, facendosi indietro. ?  un naso tanto lungo, - ripigli l'oste. Il viandante fissava gli occhi sopra Giacinta, poi li fissava al suolo; si pieg sul ginocchio diritto, e si pose una mano sul petto. ? Voi gi non beffate l'ansia del mio desiderio? - diss'egli, come risorse. ? No, in verit, - rispondeva Giacinta, -  un naso magnifico. ? Il viandante s'inginocchi nuovamente, - si pose la mano sul petto, - e guardando al cielo diceva: ? tu m'hai condotto al termine del mio pellegrinaggio; egli  Diego. ? Era  il viandante fratello di Giulia tanto invocata dal Forestiere, la notte che cavalcando la mula si dipart di Strasburgo; e veniva in cerca di lui, pregato dalla sorella, la quale accompagn da Valladolid in Francia traversando i Pirenei; e gli fu mestieri superare infinite difficolt cercandolo pei molti andirivieni e voltate improvvise, onde  composta la spinosa via d'un amante. Ma Giulia soccombeva, - n pot muovere un passo fuor di Lione, dove per gli affanni di un tenero cuore, (ne favellano tutti, ma  raro chi sente), si giacque malata, - e appena ebbe forza di scrivere a Diego una lettera; e avendo scongiurato il fratello a non volerla giammai rivedere, se prima non lo avesse trovato, gli mise nelle mani la lettera, e andossene a letto. Ferdinando, (cos aveva nome), non ostante il letto morbido quanto altro mai dell'Alsazia non pot chiudere un occhio, e come fu giorno si lev, e sentendo che Diego ancora era levato entr nella camera disobbligandosi della sua commissione. Cos diceva la lettera: 
SIGNOR DIEGO! 
Non  l'ora da vedere se i miei sospetti intorno al vostro naso fossero, o no, giustamente eccitati; vi basti, che io non ebbi costanza da farne la prova. Io conosceva poco me stessa, allorch mandai la mia governante a divietarvi, che non veniste pi sotto la mia gelosia; e meno ancora conosceva il mio Diego, avvisandomi, che resterebbe un giorno a Valladolid per chiarire i miei dubbi; ma fu piet, o Diego, l'abbandonarmi perch rimasi ingannata? o fu cortesia prendermi alla parola, giusti o no che fossero i miei sospetti, e lasciarmi, come faceste, a tanta incertezza, a tanto dolore? E come Giulia abbia sentito quest'atto vel dir il fratel mio al consegnarvi la lettera; e vi dir come di l a un istante si pentiva del precipitoso messaggio che vi mand, e forsennata correva alla gelosia, - e stette pi giorni e notti di sguito appoggiata sul gomito guardando alla via donde era solito Diego venire. E quando ella ebbe nuova della vostra partenza, vi dir come l'abbandonava lo spirito, e il core le si ammalava, e piangeva pietosamente, e chinava la testa sotto il peso degli affanni. O Diego! quanti passi non ho misurati, stanca, anelante di rintracciarvi! e la piet del fratel mio mi conduceva per mano; e il desiderio mi portava al di l delle forze, e sovente io mi sveniva, e gli cadea tra le braccia, senza proferire altra voce, che questa: - o Diego mio! - Se il cuor vostro non  smentito dalla gentilezza dei modi, volerete presso di me colla velocit onde fuggiste, affrettatevi tanto, che possiate.... che possiate giungere a vedermi spirare.  un sorso amaro; ma  pi ancora amareggiato dal morir non..... 
Ella non pot seguitare. Slawkenbergius suppone, che la parola significasse non convinta, ma le forze non le consentirono di finire la lettera. E mentre il Forestiere cortese la leggeva, il cuore gli straboccava di affetti, e ordin che fosse insellata la sua mula, e il cavallo di Ferdinando; e perch nel combattimento delle passioni lo sfogo della prosa non agguaglia quello dalla poesia, il caso, che del pari ci spinge ai rimedi e alle infermit, avendo gettato dalla finestra in camera un pezzo di carbone, Diego se ne giov, e intanto che il ragazzo allestiva la mula, cos disacerbava il suo spirito scrivendo nel muro come segue: 


ODE 
1. 
No, - se la mano della Donna mia
L'arpa non tocca, esce il concento e muore,
N l'accompagna un'aura d'armonia;
Ma se le muove, tremano d'amore
Le belle corde, e l'anima delira
Di misteriosa volutt sospira.
2. 
O Giulia!
I versi erano naturali, e convenienti al soggetto, dice Slawkenbergius, - e peccato che rimanessero in tronco; ma o che il Signor Diego avesse tardo l'ingegno a far versi, o che il ragazzo si affrettasse a sellare le cavalcature, non  chiaro; fatto sta, che la mula di Diego, e il cavallo di Ferdinando, erano lesti alla porta dell'albergo prima che Diego fosse in atto per la sua strofa seconda; e per senza restare a finir l'ode, ambedue montarono, dettero di sprone, passarono il Reno, traversarono l'Alsazia, e piegarono alla volta di Lione; e prima che li Strasburghesi e la Badessa di Quedlingberg uscissero della citt, aspettando l'arrivo del Forestiere, Ferdinando, Diego, e la sua Giulia, avevano passati i Pirenei, ed erano giunti sani e salvi a Valladolid. Non importa avvertire il lettore geografo, che, Diego essendo in Ispagna, il Forestiere cortese non potevasi pi incontrare sulla via di Francfort; basti il dire, che, la curiosit essendo di tutti gl'inquieti desideri il pi ardente, li Strasburghesi la sentivano di massima forza, e per tre giorni e per tre notti si trabalzavano su e gi per la via di Francfort con tutta la tempesta di quella passione, n sapevano ancora adattarsi a tornarsene a casa. Ma sciaguratamente per loro il fato preparava l'evento il pi funesto che possa accadere a popolo libero. Perch molti hanno discorso, e pochi inteso, questa rivoluzione degli affari Strasburghesi, io Slawkenbergius voglio chiarirne il mondo in dieci parole, e al tempo stesso finir il mio racconto. Ognuno sa del gran sistema di Monarchia Universale composto per comandamento di Monsieur Colbert, e dato manoscritto a Luigi XIV l'anno 1664. Ognuno sa, che un ramo di quel sistema era l'impadronirsi di Strasburgo onde favorire a tutti i tempi un'invasione in Suabia, e disturbare la quiete della Germania, e che in conseguenza di questo piano Strasburgo cadde finalmente in mano di Francia. A pochi  dato di rimontare alle vere sorgenti di questa e simili rivoluzioni. I volgari guardano tropp'alto; gli uomini di stato troppo basso. Il vero sta di mezzo.  funesta, - esclama uno storico, - la superbia popolare di una citt libera. Li Strasburghesi stimavano, che scapitasse la libert a ricevere una guarnigione imperiale, e cos vennero in preda ai Francesi. Il destino delli Strasburghesi, - dice un altro, - pu servire di avvertimento ad ogni popolo libero, perch faccia risparmio di danaro. Li Strasburghesi spesero anticipate le rendite, s'imposero tasse di per s stessi, e si affiacchirono tanto, che finalmente non ebbero forza da tener chiuse le porte, e i Francesi le apersero. - Ahi! ahi! - grida Slawkenbergius, - non furono i Francesi, ma fu la curiosit che le aperse. Veramente i Francesi, che stanno mai sempre all'erta, veggendo li Strasburghesi, uomini, donne, e fanciulli, uscir tutti della citt dietro al naso del Forestiere, si posero in marcia ed entrarono. D'allora in poi le manifatture e il commercio hanno piegato a continua decadenza, ma non per le cause assegnate dai capi del commercio; piuttosto vuolsi ascrivere a questa sola: che i nasi hanno sempre fatto tanto frastuono in quelle teste, che li Strasburghesi non poterono badare ai loro interessi. ? Ahi! ahi! - grida qui Slawkenbergius, facendo un'esclamazione, - non  la prima, e temo che non sar l'ultima fortezza conquistata o perduta per via dei Nasi. 
? 1829 ? 
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3. STORIA DI LE FEVER.
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Era di poco avanzata l'estate di quell'anno in che gli alleati presero Dendermond, - e il mio Zio Tobia sedevasi a cena, e Trim sedeva dietro di lui a una tavoletta, allorch il padrone di un alberghetto del villaggio entr nella stanza a chiedere un bicchiere o due di vin di Canarie. ?  per un povero gentiluomo, io credo dell'armata, - diceva l'oste, - e son quattro giorni, che il male l'ha clto in casa mia, n d'allora in poi ha pi sollevato la testa, o avuto voglia di gustar cosa alcuna, se non che ora appunto gli  venuta vaghezza d'un bicchier di Canarie, e d'un crostino. - Io penso, - ha detto il malato levandosi dalla fronte la mano, - io penso che se vorr, conforter. - Se nol potessi chiedere, o prendere in prestito, o comprare, - soggiugnea l'oste, - vorrei quasi rubarlo per amor del povero gentiluomo, che  malato di tanto. E spero in Dio, - continuava, - che ogni d pi andr migliorando, - perch ci sta troppo a cuore la sua salute. ? Poffare il mondo! - sclamava il mio Zio Tobia, - tu sei di buona pasta, e berrai tu pure un bicchier di Canarie alla salute del povero gentiluomo, e gliene recherai due bottiglie co' miei saluti, e digli che gliele mando di cuore - e una dozzina ancora, se gli potranno far bene. Io son persuaso, - disse il mio Zio Tobia, nel punto che l'oste serrava la porta, - che costui abbia veramente viscere di piet; - ma pure, o Trim, non posso tenermi di stimare altamente anche l'ospite suo; - e' dee avere alcuna dote pi che ordinaria, perch in tempo s breve si sia conciliato tanto l'affetto del suo albergatore. ? E dell'intera famiglia, - riprendeva il Caporale, perch tutti lo tengono a cuore. ? Vgli dietro, - disse il mio Zio Tobia, - va, Trim, e dimandagli come si chiami. ? Me ne sono dimenticato davvero, - disse l'oste rientrando nella stanza col Caporale, - ma ne posso dimandar nuovamente al suo figliuolo. ? Egli ha dunque seco un figliuolo? - disse il mio Zio Tobia. ? Un giovanetto, - rispose l'oste, - di circa gli undici, o i dodici anni; ma la povera creatura non ha gustato quasi nulla di cibo come suo padre: non fa che addolorarsi, e piangere notte e giorno, e son due giorni che non si muove dalla sponda del letto. ? Il mio Zio Tobia pos il coltello, e la forchetta, e si tolse il piatto davanti, mentre l'oste gli facea quel racconto, - e Trim senza aspettar comando, n dir parola, sparecchiava, e di l a pochi minuti gli rec la pipa e il tabacco. ? Trim! - disse il mio Zio Tobia dopo avere accesa la pipa, e date dieci o dodici boccate di fumo. Trim venne alla presenza del suo padrone, e lo inchin. Il mio Zio Tobia seguit a fumare, n pi fece motivo. ? Caporale! - disse il mio Zio Tobia. E il Caporale lo inchin. Il mio Zio Tobia non and pi l col discorso, ma fin la sua pipa. ? Trim! - disse il mio Zio Tobia, - mi  venuto in capo, perch  una cattiva nottata, di avvolgermi tutto nel mio mantello, e visitare quel povero gentiluomo. ? Vostro Onore, - rispose il Caporale, - non ha indossato una volta il mantello dopo la notte precedente al giorno che Vostro Onore fu ferito facendo la guardia nelle trincee davanti alla porta di S. Niccola; e di pi la notte  tanto fredda e piovosa, che tra il mantello e il temporale vi sar da morirne, o vi ritorneranno i dolori nell'inguinaia. ? Temo di si, - rispondeva il mio Zio Tobia, - ma la mente non mi quieta, o Trim, dopo il racconto dell'oste. Avrei desiderato non saperne tanto, - aggiungeva, - o saperne di pi. E che modo terremo noi? ? Lasciatene a me la cura, se vi aggrada, - rispose il Caporale, - io piglier il mio cappello, e il mio bastone, e andr all'albergo per riconoscere, e far quanto occorre, e tra un'ora Vostro Onore avr nuova di tutto. ? Va Trim, ? disse il mio Zio Tobia, - ed eccoti uno scellino, perch tu lo beva insieme al suo servo. ? Gli trarr tutto di bocca, - disse il Caporale serrando la porta. - Il mio Zio Tobia empi la seconda pipa, e se non fosse che tratto tratto si divagava dal soggetto, considerando se tornasse bene che la cortina della tanaglia avesse una linea retta, o una curva, poteva dirsi che a null'altro pensasse fuorch a Le Fever e al suo figliuolo in tutto quel tempo. E non aveva per anche scosse le ceneri della sua terza pipa, che il Caporale ritorn dall'albergo, e gli di le seguenti notizie. ? A prima giunta io disperava, - cominci il Caporale, - di recare a Vostro Onore nessuna novella intorno al povero Luogotenente infermo. ?  dunque dell'armata? - disse il mio Zio Tobia. ? Certo, - rispose il Caporale. ? E di qual reggimento? - disse il mio Zio Tobia. ? Io vi narrer tutte le cose, - rispose il Caporale, - a mano a mano che le ho sapute. ? E empir dunque di nuovo la mia pipa, - disse il mio Zio Tobia, - n cercher d'interromperti, finch tu non abbi finito; e per siedi a tuo bell'agio, o Trim, sulla seggiola presso alla finestra, e comincia da capo. ? Il Caporale fece l'antico suo inchino, che generalmente esprimeva chiaro, per quanto lo possa un inchino, - Vostro Onore  buono, - e di poi si mise a sedere come gli fu imposto, e cominci da capo la storia presso a poco colle stesse parole. ? Io disperava a prima giunta di recare a vostro Onore nessuna novella intorno al povero Luogotenente infermo, e al suo figliuolo, perch dimandando del suo servo, da cui io confidava sapere ogni cosa lecita a chiedersi, ( ? giustissima distinzione, o Trim, ? disse il mio Zio Tobia, - ) mi risposero che non aveva servo con s, - ma era giunto all'albergo con dei cavalli noleggiati, e trovandosi inabile a proseguire, - io suppongo per unirsi al reggimento, - la mattina vegnente gli aveva rimandati. - Se posso migliorare, - disse, dando al suo figliuolo la borsa onde pagasse l'uomo, - noleggeremo qu dei cavalli; - ma il povero gentiluomo non mover pi di qu, - diceva l'ostessa, - perch tutta la notte ho sentito l'uccello del mal augurio: e se muore, morr certamente con lui il giovanetto suo figlio, e di gi gli si spezza il cuore. - Io stava a sentire, e il giovanetto venne in cucina ordinando il crostino rammentato dall'oste: - ma lo voglio far io per mio padre, - aggiunse il giovanetto. - Di grazia, o giovanetto gentile, - diss'io pigliando a tal fine una forchetta, e offrendogli la mia sedia perch sedesse vicino al fuoco, - di grazia lasciate fare a me. - Io credo, o Signore, - mi rispondea verecondo, - di poter meglio contentare mio padre. - Io tengo per fermo, - ripigliai, - che Suo Onore non vorr gradir meno il crostino perch l'abbia arrostito un vecchio soldato. - Il giovanetto mi prese la mano, e subito ruppe nel pianto. ? Povero giovanetto! - disse il mio Zio Tobia, - educato sin da fanciullo all'armata, il nome di soldato gli suona, o Trim, come nome d'amico: - oh l'avessi io pure qu presente! - Nella marcia pi lunga, - continu il Caporale, - io non ebbi mai s gran voglia di desinare, come allora di piangere con lui. E che dir voleva per parte mia? - scusimi Vostro Onore. ? Niente affatto, - rispose il mio Zio Tobia soffiandosi il naso, - se non che tu sei di ottimo cuore. ? Nel tempo che io gli dava il crostino, stimai bene dirgli come io fossi il servo del Capitano Shandy, e che Vostro Onore, bench straniero, voleva bene fuor di misura a suo padre, - e se v'era cosa qualunque in casa vostra, o in cantina, ( ? e tu potevi aggiugnere eziandio la mia borsa, ? disse il mio Zio Tobia; - ) ne disponesse a piacer suo. Mi fece un inchino profondo che fu inteso a Vostro Onore, ma non rispose, perch il suo cuore era pieno, e cos ascese le scale col crostino. - E vi assicuro, o mio diletto, - gli dissi nell'aprir l'uscio di cucina, - che vostro padre torner di nuovo in salute. - Il curato di M. Yorick fumava la pipa vicino al focolare, - ma non disse parola n buona n cattiva per consolare quel giovanetto; - e mi parve mal fatto, - soggiunse il Caporale. ? E pare anche a me, - disse il mio Zio Tobia. ? Come il Luogotenente ebbe preso il bicchier di Canarie, e il crostino, sentissi un po' ravvivato, e mand in cucina a farmi sapere, che tra dieci minuti mi saprebbe buon grado se io salissi le scale. - Credo, - diceva l'oste, - che voglia fare le sue preghiere, perch sopra una seggiola accanto la sponda del letto eravi un libro, e nel chiuder la porta vidi che il suo figliuolo prendeva un guanciale. - Io pensava, - disse il curato, - che voi altri uomini d'arme non diceste mai fiato d'orazione. - La notte passata intesi il povero gentiluomo che recitava le sue preghiere, - disse l'ostessa, - e con tutta divozione, e lo intesi con queste mie orecchie, altrimenti non ci avrei creduto. - Ne siete certa? - riprendeva il curato. - Un soldato, scusimi Vostra Riverenza, - favellai allora, - prega sovente, e spontaneo, al pari d'un parroco, e quando egli combatte pel suo Re, per la vita, e per l'onore, ha pi ragione di pregare a Dio, che persona di questo mondo. ? Ben parlasti, o Trim, disse il mio Zio Tobia. ? Ma quando un soldato, - scusimi Vostro Onore, - risposi, -  stato dodici ore di sguito in piedi, fino ai ginocchi nell'acqua ghiaccia, o impegnato per mesi intieri in lunghe e pericolose marcie, oggi per avventura inseguito, dimane perseguitato - mandato in un luogo, - quindi richiamato, - una notte riposando sull'armi, - l'altra destato a battaglia in camicia, - assiderato nelle giunture, - e senza un po' di paglia nella tenda per coricarvisi sopra, - un soldato allora deve fare orazione come e quando pu, - e credo, - continuai a dire, essendo punto sul vivo per la riputazione dell'armata, - e credo, - scusimi Vostra Riverenza, - che quando un soldato abbia tempo, preghi di cuore da quanto un parroco, e certo con meno boria ed ipocrisia. ? Ci non dovevi dirgli, - disse il mio Zio Tobia, - che Dio solo conosce chi sia l'ipocrita, o no. Al grande esame di noi tutti, o Caporale, al giorno del giudizio, (e non mai fino a quel punto,) vedremo chi abbia adempito al suo ufficio in questo mondo, - e chi no, - e ne avremo premio secondo il merito. ? Spero di s, - disse Trim. ? Si legge nella Scrittura, - disse il mio Zio Tobia, - e dimani tel mostrer. Intanto possiamo credere, o Trim, a nostro conforto, - disse il mio Zio Tobia, - che Dio onnipotente  s buono e giusto governatore del mondo, che, dove abbiamo fatto l'ufficio nostro, non vorr mai ricercare se l'abbiamo fatto vestiti di rosso, o di nero. ? Spero di no, - disse il Caporale. ? Ma prosegui la storia, - disse il mio Zio Tobia. ? Allorch fui salito nella camera, - continu il Caporale, - aspettando per altro il termine dei dieci minuti, - il Luogotenente giacevasi in letto colla testa levata sopra una mano, e il gomito sopra il guanciale, e accanto un polito fazzoletto di tela bianca. Il giovanetto chinavasi in quella a raccorre il guanciale, dove suppongo che il padre si fosse inginocchiato: - il libro era sul letto, - e mentre il figlio si alzava con una mano raccogliendo il guanciale, distese l'altra per levare il libro nel medesimo tempo. - Lasciatelo l, o mio diletto, - disse il Luogotenente. Non si mostr disposto a parlarmi, finch io non mi accostai alla sponda del letto. - Se voi siete il servo del Capitano Shandy, fate al vostro padrone i miei ringraziamenti, e quelli del mio figliuoletto, per la cortesia che mi ha usato. - Poscia mi dimand se Vostro Onore fosse del Lever; io gli risposi di s. - Dunque, - diss'egli, - noi abbiamo militato insieme per tre imprese nelle Fiandre; ma perch io non ebbi l'onore di conoscerlo assai da vicino,  probabile che egli non sappia nulla di me. Voi nondimeno gli direte, che la persona tanto dal suo buon cuore obbligata  un certo Le Fever Luogotenente nell'Angus: - ma pure non mi conosce, - diss'egli pensoso una seconda volta; - ma pu sapere la mia storia, - continu; - ditegli di grazia, che io fui l'Alfiere di Breda, cui sfortunatamente venne uccisa la moglie da un colpo di moschetto, mentre io me la teneva tra le braccia. - Me ne ricordo benissimo, - scusimi Vostro Onore, - gli dissi. - Ve ne ricordate voi? - diss'egli asciugandosi gli occhi col suo fazzoletto. - Ed io: - pur troppo! - E in queste parole si cav di seno un anelletto, che pareva legato al collo da un nastro nero, e lo baci due volte. Poi disse: - vien qua, Guglielmino, - e il fanciullo travers di volo la stanza, e, cadendo ginocchioni, si rec in mano l'anello, - e lo baci, - poi baci suo padre, - si assise sul letto, e piangeva. ? Io vorrei, - disse il mio Zio Tobia traendo un profondo sospiro, - io vorrei esser nel sonno. ? Vostro Onore, ? rispose il Caporale, -  troppo commosso: vi mesco un bicchier di Canarie, e vi d un'altra pipa? ? S, o Trim, - disse il mio Zio Tobia. ? Io mi ricordo, - disse il mio Zio Tobia nuovamente sospirando, - io mi ricordo la storia dell'Alfiere, e pi una circostanza, che la sua modestia ha tralasciato, - ed , che ambedue, per una o per altra ragione (non mi rammento quale), erano generalmente compianti da tutto il reggimento. Ma finisci la storia, che hai preso a narrare. ?  omai finita, - disse il Caporale, - dacch non potei trattenermi pi a lungo, - e cos augurai la buona notte a Suo Onore, e il giovanetto Le Fever mi fece lume sino in fondo alle scale, e nello scendere mi diceva che erano venuti d'Irlanda, e si erano messi in viaggio per unirsi al reggimento nelle Fiandre. - Ma sventura! - disse il Caporale, - l'ultima marcia del Luogotenente tocca al suo termine. ? Cosa avverr del povero suo figliuolo! - esclam il mio Zio Tobia. ? 
Eterno onore al mio Zio Tobia! (quantunque io il dica solamente per amor di coloro, che posti tra una legge naturale e positiva non sanno di per s stessi a che partito appigliarsi in questo mondo;) eterno onore al mio Zio Tobia! - perch sebbene in quel tempo avesse l'animo caldamente inteso a portare innanzi l'assedio di Dendermond di pari agli alleati, che incalzavano il proprio con tanto vigore, che a mala pena gli davano tempo da desinare, - nondimeno abbandon Dendermond, bench avesse di gi fatto un alloggiamento sulla contrascarpa, - e volse tutti i pensieri alle private sciagure dell'albergo; e fuorch impose che la porta del giardino fosse chiusa a catenaccio, onde poteva dirsi che avesse rivolto l'assedio in blocco, lasci Dendermond in sua bala, fosse o no sovvenuto dal Re di Francia, secondo che avrebbe stimato bene, - e solo considerava come potesse sollevare il povero Luogotenente, e il suo figliuolo. 
? Quell'Ente benigno, che  l'amico del derelitto, te ne render merito. 
? Tu mi hai lasciata imperfetta l'opera, - disse il mio Zio Tobia al Caporale, mentre ei lo metteva a letto, - e ti dir dove.... Primieramente offerendo i miei servigi a Le Fever, siccome la malattia e il viaggiare ambedue portano dispendio, - e tu sai, ch'egli era un povero Luogotenente costretto a vivere sulla paga col suo figliuolo, - mancasti a non offrirgli ancora la mia borsa, - e tu sai, o Trim, come in caso di bisogno egli ne avrebbe potuto disporre al pari di me. ? Sa Vostro Onore, - disse il Caporale, - che io non avea nessun ordine. ?  vero, - disse il mio Zio Tobia, - tu operasti benissimo come soldato, - ma veramente male come uomo. In secondo luogo, e tu hai per questo la medesima scusa, - continu il mio Zio Tobia, - allorch gli offeristi le cose mie, dovevi ancora offerirgli la casa. Un confratello uffiziale infermo dovrebbe, o Trim, aver le stanze migliori, - e se or noi l'avessimo qu potremmo assisterlo e badare. Tu sei, o Trim, un eccellente infermiere, e tra la cura tua, e quella della vecchia, del suo figliuolo, e la mia insieme, lo potremmo sanar da capo, e rimetterlo in piedi. Tra quindici giorni, o al pi tre settimane, - aggiugnea sorridendo, - egli potrebbe marciare. ? Non marcer pi de' suoi giorni in questo mondo, - scusimi Vostro Onore, - rispondeva il Caporale. ? Marcer, - disse il mio Zio Tobia, levandosi dalla sponda del letto con un pi senza scarpa. ? Scusimi Vostro Onore, - non marcer, che per andare alla fossa, - diceva Trim. ? Marcer, - disse il mio Zio Tobia, facendo marciare il pi, che aveva nella scarpa, ma non avanzando d'un dito, - marcer per andare al suo reggimento. ? Non pu tenersi in piedi, - disse il Caporale. ? Lo reggeremo, - disse il mio Zio Tobia. ? Cadr finalmente, - rispose il Caporale: - e che avverr del povero suo figliuolo? ? Non cadr di certo, - dicea fermamente il mio Zio Tobia. ? Poffare! - disse Trim sostenendo l'assunto, - fate per lui l'impossibile, ma la povera creatura morir. ? Non morir, no per....! - grid il mio Zio Tobia. ? 
Lo Spirito dell'Accusa, che vol col giuramento alla cancelleria del cielo, si cosperse di rossore nell'atto di darla, - e l'Angiolo della Memoria mentre lo segnava vi fece su cadere una lacrima, e lo cancell per sempre. 
Il mio Zio Tobia and al suo forziere, e si mise la borsa nella scarsella delle sue brache; - poi comand al Caporale, che di buon'ora andasse pel medico, e si pose a letto e si addorment. La mattina vegnente il Sole appariva splendido agli occhi di tutti, fuorch a quelli di Le Fever, e dell'afflitto suo figlio. La mano della morte pesava a Le Fever sulle palpebre, - e gli avanzava tempo di vita quanto appena ne mette una carrucola di cisterna a far tutto il suo giro, allorch il mio Zio Tobia, essendosi levato un'ora prima del solito, entr nella camera del Luogotenente, e senza preambuli o scuse si pose a sedere accanto al letto, e senza cerimonie apr le cortine a quella guisa che avrebbe fatto un vecchio amico e fratello ufficiale, - e gli domand come stesse, - come avesse riposato la notte, - di che si dolesse, - ove fosse il suo male, - e che potesse fare per sovvenirlo; - n gli dava tempo a rispondere a nessuna delle dimande, - ma seguitava a dirgli del piccolo divisamento combinato per lui la notte avanti col Caporale. ? Voi verrete, o Le Fever, direttamente a casa mia, - disse il mio Zio Tobia, - e manderemo pel medico a veder che mal sia, - e avremo lo speziale, - e Trim vi far da infermiere, - e io da servo, o Le Fever. ? Avea tal franchezza il mio Zio Tobia, - non l'effetto della familiarit, ma la causa, - che di sbito ti metteva nell'anima sua, e ti mostrava la bont della sua natura; - e negli sguardi, nella voce, e nei modi, traspariva certa cosa, che accennava eternamente allo sventurato di ripararsi sotto di lui; talch il mio Zio Tobia non era giunto a mezzo delle cortesi offerte, che faceva al padre, e il figlio insensibilmente gli si era accostato ai ginocchi, - e preso un lembo della sua veste lo tirava a s. Il sangue e li spiriti di Le Fever, che pi e pi sempre si facevano torbidi e freddi, e si ritiravano all'ultima cittadella, il cuore, - ricorsero indietro; il velo della morte lasci quegli occhi un momento, - egli guard desioso in faccia al mio Zio Tobia, poi al figliuol suo, - e quel legame della vita, sottile come era, non si ruppe! Ma la natura all'istante riprese il suo corso; - gli occhi si velavano di nuovo, - il polso batteva, - si fermava, tornava a battere, - balzellava, - si fermava da capo, - si moveva, - cessava: - devo dir tutto? - no. - Quanto bisogna aggiugnere  che il mio Zio Tobia, e il giovanetto Le Fever, come capi del funerale, accompagnarono il povero Luogotenente alla fossa. Quando il mio Zio Tobia ebbe convertito ogni cosa in danaro, - e aggiustato ogni conto fra l'agente del reggimento e Le Fever, - tra le Fever e tutto il genere umano, - non gli rimase pi nelle mani che una vecchia veste militare, e una spada, di modo che il mio Zio Tobia incontr lieve o nessuno ostacolo dal mondo, per amministrare quel patrimonio. Di la veste al Caporale, dicendogli: ? portala, o Trim, finch sta insieme, per amore del povero Luogotenente. - E questa, - diss'egli, recandosi in mano la spada, e la trasse dal fodero nell'atto che favellava, - e questa serber a te, o Le Fever.  tutta la fortuna, o mio diletto, che ti ha lasciato Dio, - ma se ti ha dato un cuore, onde aprirti con essa un varco nel mondo, - e da uomo onorato, basta per noi. ? Appena il mio Zio Tobia gli ebbe dati i primi rudimenti, e insegnato a iscrivere un poligono regolare in un circolo, lo mandava alla pubblica scuola, - e quivi dimor sino alla primavera dell'anno suo diciottesimo, - tranne le feste del Natale, e della Pentecoste, ch allora il Caporale puntualmente andava per lui; - allorch la nuova, che l'Imperatore spediva in Ungheria un'armata contro i Turchi, gli accese in seno una scintilla di fuoco, e senza tor licenza lasci il Greco e il Latino, - e gittandosi alle ginocchia del mio Zio Tobia, gli chiese la spada di suo padre, e la permissione di andare a tentare la ventura sotto d'Eugenio. Due volte il mio Zio Tobia si dimentic la ferita, - e gridava: ? io verr teco, o Le Fever! io verr teco, e tu combatterai al mio fianco; ? e due volte si pose la mano sull'inguinaia, e pieg la testa nel dolore, e nello sconforto. Il mio Zio Tobia spicc la spada dal gancio ove era stata appesa, intatta sempre dopo la morte del Luogotenente, e diella al Caporale perch la forbisse; e avendo intertenuto Le Fever quindici giorni soli onde fornirlo del bisognevole, e contrattare il suo passaggio a Livorno, gli pose in mano la spada, e: ? se tu sei valoroso, - disse il mio Zio Tobia, - questa non ti fallir. ? Ma il pu la fortuna, - diss'egli pensoso un tal poco. ? Il pu la fortuna, e se ella ti fallisce, - soggiunse il mio Zio Tobia, - nuovamente ripara a me, o Le Fever, e noi ti diviseremo altro corso. ? La pi grave ingiuria non avrebbe oppresso di tanto il cuore a Le Fever, quanto la paterna amorevolezza del mio Zio Tobia, - e si divise da lui, come l'ottimo dei figli dall'ottimo dei padri: - ambedue piangevano, - e mentre il mio Zio Tobia gli dava l'ultimo bacio, fece scorrergli in mano 60 ghinee, avvolte in una vecchia borsa di suo padre, ove era ben anche l'anello di sua madre, e l'accomiat benedicendolo nel nome di Dio. Giunse Le Fever all'armata imperiale nel punto di provare di che metallo fosse temperata la sua spada nella sconfitta dei Turchi dinanzi Belgrado: ? ma da quel momento lo perseguitava una serie di disastri non meritati per quattro anni continui, - e resisteva a queste percosse della fortuna; ma la malattia lo colse a Marsiglia, e scrisse lettera al mio Zio Tobia, - che aveva perduto il suo tempo, i servizi, la salute, e tutto in somma, tranne la sua spada, e aspettava l'opportunit del primo bastimento per ritornarsene presso di lui. 
? 1829(28) ? 

POESIE VARIE

IL PRIGIONIERO DI CHILLON(29)
POEMA ROMANTICO ? DI LORD BYRON ? 
I.
I miei capelli sono grigi, ma non dagli anni; n in una notte(30) imbiancarono, come avvenne talvolta per sbita paura; curve ho le membra, ma non dalle fatiche; elle si contrassero in un vile riposo, dacch furono preda della prigione, e a me tocc la sorte di coloro cui fu negato godere la bellezza della terra, e dell'aria. Ma io soffersi le catene, e stetti vicino alla morte per la fede del padre mio: e il padre mio periva alla tortura per massime, che non volle abbandonare, e per questo i suoi figli trovarono stanza nelle tenebre. Noi eravamo sette, ed ora sol uno rimane; sei giovani e un vecchio finivano come incominciarono, alteri della persecuzione. Uno sul fuoco, e due sul campo confermavano la fede loro col sangue, morendo come il padre moriva. Tre furono gittati in una carcere; e di questi io sono il misero avanzo. 

II.
Nelle antiche e profonde prigioni di Chillon sorgono sette colonne di gotica struttura, sette colonne grigie, e massiccie, e tetre di un raggio racchiuso, un raggio di Sole, che ha smarrita la via, e per una fessura delle grosse muraglie  caduto strisciando sull'umido pavimento a guisa della meteora sulla palude.  in ogni colonna un anello, e in ogni anello una catena; e quel ferro rode, - perch il segno dei suoi denti rimane in queste membra, n andr via finch io non abbia finito questo nuovo giorno ora penoso agli occhi miei, - i quali non hanno veduto cos sorgere il Sole per anni, che io non posso numerare, perch ho perduta la memoria di numero s lungo e gravoso, fin da quando l'ultimo fratel mio di lenta morte moriva, ed io stetti vivo al suo fianco. 
III.
C'incatenarono alle colonne, - ed eravamo tre; - pure ognuno era solo: noi non potevamo muovere un passo, n vederci l'un l'altro, se non a quella pallida e livida luce, che ci faceva nell'aspetto stranieri: e cos insieme, bench separati, colle mani in catene, e coll'affanno nel cuore, nella penuria dei puri elementi della terra, era un sollievo udirci favellare a vicenda, e l'uno volgersi a conforto dell'altro con una nuova speranza, o un'antica leggenda, o una canzone di eroico ardimento; ma queste cose ancora finalmente affreddavansi, e le nostre voci prendevano un suono terribile, - l'eco della prigione; - un suono stridente, non pieno, e libero come prima: - e sar fantasia, ma quelle voci pi non mi suonavano come nostre. 

IV.
Io era il maggiore dei tre fratelli, e doveva sostenerne il coraggio, e feci il mio meglio, e tutti fecero bene secondo la loro potenza. L'anima mia era commossa di dolore pel fratello pi giovane; il padre lo amava sopra tutti, perocch avesse la sembianza di sua madre, e gli occhi azzurri come il cielo. In verit era sventura a vedere quell'uccello in tal nido; - egli era bello come il giorno, - allorquando il giorno mi pareva bello come all'aquile giovanette, e liete di libert; - era bello come un giorno polare figlio nevoso di un Sole, che non giunge al tramonto, se non dopo lunghissima durata di luce. Cos egli era puro, e luminoso, e gaio nel suo spirito ingenuo; n per altro piangeva fuorch per l'altrui sciagure, e le sue lacrime scorrevano come ruscelli di montagna, quando ei non poteva alleggerire il dolore, che aborriva di veder sulla terra. 
V.
L'altro era similmente puro dell'anima, ma creato a combattere colla sua specie; forte del corpo, e di tal cuore, che saria stato in guerra contro il mondo tutto, e sarebbe morto gioioso tra i primi. Ma non era fatto per consumarsi nelle catene; e il suo spirito sveniva nel cigolio dei ferri, e io tacitamente lo vedeva mancare; e cos per avventura faceva il mio spirito, ma io lo strinsi a dar animo a quelle reliquie di una cara famiglia. Egli era stato cacciatore dei monti, inseguendo il lupo, ed il cervo: per lui la prigione era un abisso, e il piede avvinto il supremo dei mali. 

VI.
Presso alle mura di Chillon giace il lago Lemano; mille piedi gi nel profondo le masse dell'acqua s'incontrano, e scorrono; tanto fu misurato dal bianco baluardo(31) di Chillon, che intorno  recinto dall'onda: e il muro, e l'onda, ne hanno fatto una doppia prigione, - un sepolcro di vivi. La volta oscura dove eravamo, giace sotto la superficie del lago: noi lo sentivamo fremere di giorno e di notte sulle nostre teste; ed io nell'inverno ho inteso lo spruzzo delle acque bagnare le ferriate, quando i venti erano alti, e imperversavano pel cielo felice; ed allora la roccia tremava, ed io immoto accoglieva quell'urto, perch avrei sorriso alla morte, che mi avesse fatto libero. 
VII.
Io dissi, che il mio secondo fratello si consumava; io dissi, che il suo cuore potente sveniva: il cibo gli venne a fastidio, e non ne prendeva; non gi che fosse mal dilicato, perch noi eravamo avvezzi al pasto del cacciatore, n il cibo ci dava pensiere. Il latte dalla capra montana fu scambiato con acqua dello stagno; e il pane era quel pane, che le lacrime dello schiavo bagnano da mille e mille anni, dopoch l'uomo per la prima volta chiuse i suoi simili come bruti in una prigione di ferro. Ma a noi, o a lui, che importava del pasto? Ci non gli affliggeva il cuore, o le membra: l'anima del mio fratello aveva tempre siffatte, che in un palazzo sarebbe affreddata, se gli avessero negato di respirare liberamente sull'erta della montagna dirupata. Ma perch differire il vero? - egli moriva. Io il vidi, ma non potei sorreggergli il capo, non potei stringergli la mano, n quando moriva, n quando fu morto, bench a tutta forza mi dibattessi per rompere le mie catene. Egli mor; - e fu sciolto dai ferri, e gli scavarono angusta la fossa entro la fredda terra della nostra caverna. Io chiesi loro come una grazia, che ponessero il corpo da quella parte dove il giorno poteva splendere: - era un pensiere di follia, ma quel pensiere allora mi turbava il cervello, quasich ancora nella morte il libero petto del fratel mio non potesse quietare in quella prigione. Oh! avessi risparmiata la mia vana preghiera! - Risero freddamente, e lo deposero laddove a lor piacque; e l'arida terra stette sopra colui, che amammo di tanto amore, e sopra la terra stettero le sue vuote catene, degno monumento di quell'omicidio. 
VIII.
Ma il fiore dei miei fratelli, il pi diletto dopo la sua ora natale, che nel bel volto ritraeva l'immagine di sua madre, il tenero amore di tutta la sua schiatta, il pensiere pi caro del martire suo padre, - l'ultima cura mia, - colui, onde io cercai tenere la vita, perch egli vivesse allor meno misero, e libero un giorno, - colui, che per virt di natura, o ispirato, pur sostenne franco il suo spirito, - quel fiore fu percosso, e di giorno in giorno appassiva sullo stelo. O Dio! come  tremendo a veder l'anima umana sciogliere il volo, sotto qualunque forma si parla! - Io ho veduto dipartirsi l'anima nel sangue; io l'ho veduta sui marosi dell'oceano contendere con un moto di convulsione disperata; io ho veduto l'infermo sul letto dell'agonia nel delirio del peccato, e della paura: ma le angoscie del mio fratello non erano miste a simili orrori; - il suo era un dolore lento, e sicuro. - Egli veniva meno, ma tranquillo, e mansueto; si consumava soavemente, e senza pianto, e pur con immensa tenerezza, - e si addolorava per coloro, che lasciavasi addietro. Egli aveva prima una guancia florida s, da prendere a scherno la tomba; - una guancia da cui sparvero a mano a mano i colori, come un raggio dell'iride, che si dilegua; - egli aveva un occhio cos vivo di luce da rischiararne quasi la carcere; pur non disse parola di lamento, non di gemito sopra la sua morte immatura, non parl un momento dei giorni pi felici, non mostr la pi lieve delle speranze per suscitare almeno le mie, - perch io era caduto in fondo al silenzio, io mi perdeva in questa perdita estrema, la maggiore di tutte. Il fratel mio sopprimeva il sospiro di una natura vicina a mancare; e via via pi sommesso traendolo, venne al punto, che io tesi l'orecchio, e non ascoltai pi nulla: frenetico di spavento, chiamai a gran voce, e conobbi, che pi non vi era speranza; ma il mio timore non voleva quell'avviso, e dando una scossa fortissima ruppi le mie catene e precipitai verso il mio fratello.... - era morto. Io solo viveva, io solo respirava l'alito maledetto di una prigione. In questo luogo fatale erasi spezzato l'ultimo, - l'unico, - il pi caro legame fra me, e l'eterno abisso, - l'unico legame, che tuttavia mi stringesse alla mia schiatta cadente. I due miei fratelli avevano omai cessato di vivere: ed uno giaceva sulla terra, e l'altro sotto. Io presi quella mano immobile tanto; - ahim! la mia non era meno fredda. Io non aveva vigore di muovermi, o di fare il minimo sforzo; ma io sentiva di aver sempre una vita, - sentimento di frenesia, quando sappiamo, che anime a noi care pi non avranno una vita. Non so perch non potessi morire: - non aveva speranza terrena, tranne la fede; e questa mi viet, che io mi dessi colle mie mani la morte. 
IX.
Quello che allora e dipoi avvenisse di me, io nol so bene, e nol seppi giammai. Dapprima venne la perdita della luce, e dell'aria; quindi delle tenebre ancora. Io non aveva pensiere, n sentimento, - nulla: - stetti una pietra fra le pietre; e mal sapendo quel ch'io immaginassi, era come l'arida rupe fra le nebbie, - perch tutto era vuoto, freddo, ed oscuro: non era n notte, n giorno, neppure la luce della prigione odiosa tanto agli occhi miei gravi: era un vuoto, che assorbiva lo spazio; e qualche cosa di fisso, ma senza luogo. Non v'erano stelle, n terra, n tempo, n legge, n vicenda, n bene, n male: ma silenzio; e un respiro insensibile, n di vita, n di morte; un mare di ozio stagnante, oscuro, illimitato, muto, ed immobile. 
X.
Una luce mi balen sulla mente: - era il canto di un uccello: - cess, - e poi venne di nuovo; - il canto pi dolce, che orecchie umane intendessero: ed io ringraziava, ascoltando, finch i miei occhi in ogni parte si volgessero per la lieta sorpresa; ma in quell'istante non poterono scorgere come io fossi il figlio della sventura. Poi a grado a grado i miei sensi tornarono sull'usate traccie; ed io come per l'innanzi mi vidi attorno le mura della prigione, e il raggio di Sole, che vi penetrava furtivo; ma sulla fessura, donde quel raggio veniva, era posato l'uccello, tutto gaio, e dimestico, pi che se fosse stato sull'albero; - un amabile uccello dall'ale azzurre; e il suo canto diceva mille cose, - e sembrava, che le dicesse tutte per me; io non aveva veduto in passato il suo simile, n pi lo vedr. Pareva, che come a me gli mancasse un compagno; ma non era per met cos desolato: era venuto ad amarmi, nel punto che non viveva pi nessuno per amarmi, - e consolandomi dalla fessura della mia prigione mi aveva ricondotto al sentimento, e al pensiere. Io non so, s'ei fosse libero di poco tempo, o se avesse rotta la sua gabbia per posare sulla mia: - ma ben sapendo, o diletto uccello, cosa sia schiavit, non te la posso desiderare. - Era forse un angelo, che in forma d'alato mi visitava dal Paradiso? - perch, (perdonimi il cielo questo pensiere,) mentre egli mi sforzava al pianto, e al sorriso, io pensai qualche volta, che fosse l'anima del fratel mio discesa a vedermi: ma finalmente l'uccello volossene via, ed era un mortale; - ben me ne accrsi, perch altrimenti cos non sarebbe volato via, n due volte mi avrebbe lasciato cos solitario; - solitario, come un cadavere nel suo lenzuolo funereo; - solitario, come una nube in un giorno di Sole, mentre il resto del cielo  sereno; - un punto oscuro nell'atmosfera, che non ha motivo di apparire, mentre azzurro  il firmamento, e gaia la terra. 

XI.
Nel mio destino venne una vicenda: i miei custodi si fecero pietosi, n io so perch, - talmente erano avvezzi allo spettacolo del dolore; ma cos fu, e la mia catena giacque spezzata, e mi venne concesso passeggiare lungo la mia cella da una banda, e dall'altra, e su, e gi, e per traverso, e in fine da ogni lato, e intorno ad una ad una delle colonne, ritornando sempre l donde io cominciava, e nel passeggiare schivando solo le tombe fraterne, dove non cresceva cespuglio; perch se io pensava, che sbadatamente il mio piede avesse profanato l'umile letto del loro riposo, grave mi si affannava il respiro, e il cuore mancandomi mi cadeva ammalato. 
XII.
Io feci nel muro una scala, non gi per fuggire, perch io aveva sepolto tutti coloro, che mi amavano in forma umana; e quindi la terra intera non mi sarebbe apparsa, che una prigione pi vasta. Io non aveva figlio, n padre, n parente, n compagno nella mia miseria. Io pensai a questo, e ne fui lieto, dacch il pensiere de' miei congiunti mi aveva travolto in follia. Ma io era curioso di salire alle mie ferriate, e di piegare un'altra volta sull'alte montagne la quiete d'uno sguardo innamorato. 
XIII.
Io le vidi; - erano le stesse, n cangiate come il mio corpo: vidi sulla cima i loro mille anni di neve, - e di sotto a loro il lago largo, e lunghissimo, e il Rodano azzurro nella sua pienezza; intesi i torrenti sgorgando saltare su per le roccie, e sui rotti arbusti; vidi la lontana citt dalle bianche mura, e vele pi bianche, che gi correvano veloci; e allora v'era un'isoletta(32), che mi rideva in faccia, l'unica, che fosse alla vista; - un'isoletta verde, e non sembrava pi larga, che il pavimento del carcere mio. Ma sopra vi erano tre alberi alti, e vi spirava la brezza della montagna, e vicine le scorrevano le acque, e vi crescevano giovani fiori, gentili al fiato, e al colore. Nuotavano i pesci presso le mura del castello, e tutti mi parevano allegri: l'aquila correva sull'alto dei venti, n mi parve corresse mai s veloce come allora, che faceva sembiante di volare alla mia volta; e allora nuove lacrime mi tornarono negli occhi, ed io mi sentiva commosso, n avrei voluto aver lasciata la mia recente catena: e quando io scesi al basso, la tenebra della mia dimora mi cadde sullo spirito come un peso gravissimo: era come una fossa scavata di fresco, che si chiuda sopra colui, che tentammo salvare; e pure il mio sguardo, oppresso di troppo, quasi aveva bisogno di un siffatto riposo. 
XIV.
I giorni, i mesi, e gli anni passano; - io non li numerai, n vi posi mente: non aveva speranza di sollevare i miei occhi, e sgombrarli della tetra loro caligine. Finalmente uomini vennero a farmi libero; ma non ne chiesi la ragione, n mi curai dove andare: per me era tutt'uno, starmi sciolto, o nei ferri; - io aveva imparato ad amare la disperazione. E cos quando vennero a sciogliere i miei legami, quelle orride mura erano per me diventate un eremitaggio; - erano per me tutto il mio, e nel cuore quasi sentiva come se quegli uomini fossero venuti a strapparmi un'altra volta dalla mia casa paterna. Io mi era fatto amico al ragno, osservandolo attento nelle triste sue reti, e aveva veduto il sorcio trescare al lume della luna: e perch avrei dovuto sentire meno di loro? Eravamo tutti abitanti di un luogo medesimo, ed io monarca d'ogni razza aveva potenza di uccidere; - pur, cosa strana a narrarsi, noi avevamo imparato a vivere in pace. Perfino le mie stesse catene, ed io, eravamo diventati amici, - talmente una lunga comunanza tende a farci quel che noi siamo; - io dunque ricuperai la mia libert con un sospiro. 
? 1830(33) ? 

PROMETEO ? DI LORD BYRON ? 
Titano! tu con gli occhi immortali vedesti nella trista loro realt gli affanni umani, come cose che mal si trascuravano dagli Dei; ma qual era il premio della tua piet? Un soffrire tacito, intenso; la rupe, l'avvoltoio, e la catena; - tutto il dolore che possono sentire i superbi, tutta l'agonia che non rivelano mai, - quel senso soffocato d'angoscia, che non parla fuorch nella sua solitudine, e teme geloso, che il cielo non abbia un orecchio per ascoltare, n vuol sospirare finch la sua voce non sia rimasta senz'eco. 
Titano! a te fu data la lotta tra il soffrire e il volere, cose che tormentano in quella parte che non pu morire. E il cielo inesorabile, e la sorda tirannia del Fato, il principio dominatore dell'odio, che per suo trastullo crea le cose che pu annientare, ti rifiutarono la sorte del morire: - un miserabile dono fu tuo l'eternit, e tu l'hai ben sopportato. - Tutto ci che il Tonante strapp da te, fu solo la minaccia che gli lanciasti contro negli spasimi della tortura. Ben tu leggesti nel Fato, ma per placarlo non volesti ridirglielo; e nel tuo silenzio fu la sua sentenza, e nella sua anima un inutile pentimento, e una paura cos mal dissimulata, che i fulmini gli tremavano nella destra. 
Il tuo celeste delitto fu l'essere umano, e sminuire coi tuoi precetti la somma delle umane miserie, e afforzare l'uomo della sua propria mente; ma tradito come fosti dall'alto, pure dalla tua tranquilla energia, dalla tua pazienza, e dalla repulsa del tuo spirito impenetrabile, che Cielo e Terra non poterono scuotere, ereditammo una potente lezione: Tu sei simbolo e segno al mortale del suo destino, e della sua forza; l'uomo, come te, in parte  divino, torbido rivo d'una pura sorgente, e l'uomo in parte pu prevedere il suo funesto destino, le sue sventure, la sua resistenza, e un'esistenza mesta, solitaria; al che il suo spirito pu opporre s stesso, scudo a tutti i mali, - e un saldo volere, e un senso profondo, che valga a scoprire, concentrata anche nei tormenti, la sua ricompensa; che trionfi dovunque osa, ed aspira, e converta la morte in vittoria. 
? 1838(34) ? 

VI FU UN TEMPO ? DI LORD BYRON ? 
Vi fu un tempo, che non importa rammentare, perch non sar dimenticato mai, quando tutti i nostri sentimenti erano li stessi, come l'anima mia  stata sempre per te. 
E da quell'ora in che la tua lingua confess la prima volta un amore uguale al mio, sebbene molti dolori abbiano lacerato il mio cuore, dolori sconosciuti, e non sentiti dal tuo; 
Pure nessun dolore, nessuno, l'ha trafitto cos profondamente come questo, il pensare che tutto quell'amore  svanito rapido e fugace come i tuoi baci infedeli, rapido e fugace nel tuo petto soltanto. 
Eppure il mio cuore trov un qualche sollievo, quando, non ha molto, ud sonare dalle tue labbra in accenti, una volta immaginati veri, la rimembranza dei giorni che furono. 
S, mia diletta e crudele signora, tu non amerai pi un'altra volta; ma per me  dolcezza ineffabile il sapere, che ti rimanga una memoria di quell'amore. 
Questo  un glorioso pensiere per me, n l'anima mia andr pi tanto contristata; - qualunque tu sia, o sarai, tu fosti una volta caramente, unicamente, mia. 
? 1838(35) ? 

E TU PIANGERAI QUAND'IO SAR MORTO ? DI LORD BYRON ? 
E tu piangerai quand'io sar morto, o dolce mia Donna? Oh! ripeti quelle parole, - ma non le dire, se ti dolgono; io non vorrei dare un affanno al tuo seno. 
 mesto il mio cuore, e le mie speranze sono svanite, e il sangue mi scorre freddo nelle vene, - e quando io morr, tu sola verrai a sospirare sul luogo dove riposo. 
Eppure parmi che un raggio di pace rompa traverso la nube delle mie angoscie; - e per un tratto i miei dolori si fermano, conoscendo che il tuo cuore ha sentito per me. 
O Donna! benedetta la lacrima versata per uno, che non pu piangere; quelle goccie preziose sono doppiamente care a colui, che non pu bagnare d'una stilla i suoi occhi. 
Una volta il mio cuore, o dolce mia Donna, era caldo di teneri sensi come il tuo; ma ora perfino la bellezza ha cessato d'incantare un infelice creato a gemere. 
Piangerai tu dunque quand'io sar morto, o dolce mia Donna? Oh! ripeti quelle parole, - ma non le dire, se ti dolgono, perch non vorrei dare un affanno al tuo seno. 
? 1838(36) ? 

LE TENEBRE ? DI LORD BYRON ? 
Mi feci un sogno, che non era tutto sogno. Il Sole luminoso era spento, e le stelle erravano buie nell'eterno spazio senza raggi e senza sentiero, e la terra ghiacciata oscillava cieca e nereggiante per l'aria senza Luna; venne il mattino, e pass; rivenne, e non port il giorno. E gli uomini dimenticavano le passioni nella paura di tanta desolazione, e tutti i cuori erano agghiacciati nell'egoismo d'una preghiera alla luce, e vivevano tutti raccolti ai focolari, e i troni, i palazzi dei re coronati, le capanne, e le abitazioni di tutte le cose che hanno un ricovero, erano abbruciate per farne fanali; le citt furono consunte, e gli uomini si strinsero intorno alle case divampanti per guardarsi in faccia l'un l'altro l'ultima volta. Felici coloro, che dimoravano sotto l'occhio e la face sublime dei vulcani! Una tremenda speranza era tutto ci che il mondo conteneva; le foreste furono incendiate, e d'ora in ora cadevano, e sparivano, - e i tronchi si estinguevano crepitando, - e tutto era nero. Le fronti umane a quella luce disperante vestivano un aspetto non terreno, quando la fiamma guizzando ci batteva sopra; alcuni si prostravano, e si celavano gli occhi, e piangevano; altri restavano col mento appoggiato sulle mani chiuse, e ridevano; ed altri correvano su e gi, alimentando di legna le tetre cataste, e con matta inquietudine guardavano uno stupido cielo, manto funerale d'un mondo defunto, e quindi si giacevano nella polvere maledicendo, e digrignavano i denti, ed urlavano. Gli uccelli di rapina stridevano, e volavano a terra esterrefatti, battendo inutilmente le ali; le fiere le pi salvatiche vennero tremanti e mansuete; le vipere serpendo si avvinghiavano fra le moltitudini, e sibilavano, ma non pungevano; - esse furono uccise per cibo. E la guerra, che per un momento stette sospesa, si sazi nuovamente; - un pasto fu compro col sangue, e ciascuno sed cupamente da parte, pascendosi nella oscurit. Non vi era pi amore; - tutta la terra non era che un pensiere, e quel pensiere era morte immediata, ingloriosa; e gli spasimi della fame corrodevano le viscere a tutti, - gli uomini morivano, e le loro ossa stavano insepolte come la loro carne. Gli affamati mangiavano gli affamati, e i cani stessi assalsero i loro padroni, tutti fuori che uno. Questo fu fedele ad un cadavere, e tenne a bada gli uccelli, le fiere e gli uomini, finch la fame non gli ebbe distrutti, o il cadere d'un altro cadavere non solletic le loro vuote mascelle; ma il cane non cerc cibo, bens con pietoso e continuo ululato, e con un grido acuto, desolante, lambendo la mano, che pi non rispondeva con una carezza, mor. Le moltitudini a grado a grado perirono tutte; solo sopravvissero due uomini d'una sterminata citt, ed erano nemici. S'incontrarono accanto alle ceneri morienti d'un santuario, dove un mucchio di cose sacre era stato radunato ad uso profano. Colle loro fredde mani di scheletro raccolsero insieme quelle poche ceneri, e coll'esile fiato vi destarono un momento di vita, e levarono una fiamma, che era uno scherno. Come si fece un poco pi chiaro, alzarono gli occhi, e si guardarono in faccia; videro, diedero un urlo, e morirono; - morirono della loro scambievole bruttezza, mal conoscendo chi fosse colui sulla fronte del quale la fame aveva scritto - demonio. - Il mondo era vuoto; popolato dianzi e potente, adesso era un cumulo senza stagioni, senza erbe, senza piante, senza uomo, senza vita, - un cumulo di morte, un caos di dura creta. I fiumi, i laghi, l'Oceano, tutto taceva, e nulla moveasi nelle silenziose loro caverne; navi senza marinari giacevano putrefacendosi sul mare, e gli alberi cascavano a pezzi, e cadendo dormivano sull'abisso senza flutto; - le onde erano morte, le maree erano nella tomba, la Luna loro signora era spirata prima, i venti erano mancati nell'aere stagnante, e perite le nubi; le tenebre non avevano bisogno di loro, - le tenebre erano l'universo. 
? 1838(37) ? 

IL FUNERALE DEL POVERO ? DI ROBERTO SOUTHEY ? 
Che! neppur uno, che mandi un pietoso sospiro! neppur uno, che fuggendo un momento alle scene sociali, e alle delizie della vita, coll'occhio pregno di dolore versi una lacrima, e si fermi sul morto! Povero infelice reietto! io pianger per te, io pianger per la deserta umanit! S, io pianger, non gi perch tu sia venuto ai severi riposi della tomba silenziosa; ch almeno lo squallido Bisogno, e la cupa velenosa Cura, demoni che corrodono il cuore, mai non entreranno laggi. Io gemo sopra i mali che tu provasti nella vita, quando nel lungo pellegrinaggio del mondo compiesti la tua giornata senza amore e senza amici, solo accompagnato dalla povert e dagli affanni. La tua giovent trascorse nell'ignoranza e nella fatica, e la tua vecchiaia fu arida, assiderata. Fu duro il tuo Fato, perch, mentre ti condannava al dolore, ti negava la sapienza di sopportarne l'amarezza; e spogliando prima la tua mente di tutta la sua forza, ti gettava abietto del pensiero, e vittima della miseria, a ramingare fra i tuoi simili nell'ampio deserto del mondo. Dormi in pace, povero reietto! La furia invernale pi non investe acerba il tuo corpo indifeso. I tuoi mali sono passati, - tu riposi nel sepolcro; - io mi fermo, e medito sui giorni avvenire. 
1838(38) 

ODE SULLA SEPOLTURA DI SIR GIOVANNI MOORE ? DI CARLO WOLFE ? 
Non fu sentito un tamburo, n una nota funerea, mentre col suo corpo ci affrettavamo ai terrapieni; n un soldato fece lo sparo dell'addio sulla fossa dove seppellivamo il nostro eroe. 
Noi lo seppellimmo nell'alto della notte smuovendo le glebe colle nostre baionette, alla luce nebbiosa d'un incerto raggio di Luna, e al cupo chiarore d'una lanterna. 
N lo racchiuse l'inutile cassa, n lo ravvolse il lenzuolo, o il manto funerario; ma giaceva simile ad un guerriero, che si riposi tutto avviluppato nel suo marziale mantello. 
Poche, e brevi furono le preci, che dicemmo senza proferire una parola di dolore; ma guardammo fisamente la faccia del morto, pensando con amarezza al dimani. 

Mentre gli componevamo l'angusto suo letto, e gli appianavamo il suo solitario guanciale, pensammo, che il nemico e lo straniero passerebbero sulla sua testa, e noi saremmo lontani sull'onda! 
Irreverenti parleranno dello spirito dipartito dicendogli villania sulle fredde sue ceneri; ma egli non curer di nulla, se lo lasciano dormire nella fossa, che gli ha scavato un Britanno. 
Ed eravamo al mezzo della solenne opera nostra, quando l'orologio ci annunzi l'ora della ritirata, e dal cannone lontano, spesseggiante, sentimmo che il nemico aveva cominciato l'assalto. 
Lentamente, e mestamente noi lo calammo gi nella fossa dal campo della sua fama fresca e sanguinosa; non incidemmo una linea, non alzammo una pietra; ma lo lasciammo solo con la sua gloria. 
? 1838(39) ? 

LAMENTO DI MARIA REGINA DI SCOZIA
ALL'AVVICINARSI DELLA PRIMAVERA ? DI ROBERTO BURNS ? 
Ora la natura appende ad ogni albero fiorito il suo verde manto, e stende sull'erboso prato le sue lenzuola di bianche margherite; ora il Sole rallegra le cristalline correnti, e fa lieto l'azzurro dei cieli; ma nulla pu rallegrare la povera creatura, che vive stretta in un carcere. 
Ora la lodoletta sorta sull'ali rugiadose desta il gaio mattino, e il merlo a mezzogiorno sulla sua frasca fa risuonare gli echi del bosco; il malverso cantando in molte note invita a dormire il giorno sonnacchioso, e tutti esultano d'amore e di libert, senza affanni e senza catene. 
Ora fiorisce il giglio sui margini, e la primarosa gi pei declivi, e nelle valli germoglia la spinalba, e bianca latte  la prugnola, e l'infimo tra i cervi della bella terra di Scozia pu aggirarsi a sua posta fra tutte queste dolcezze; - ma io sola, la Regina di Scozia, debbo giacermi in una dura prigione. 
Io fui regina del bel paese di Francia, dove sono stata felice; leggiera leggiera io mi levava al mattino, e gioiosa mi coricava la sera; - e sono Sovrana di Scozia, e molti sono col i traditori; pure io son qui cinta di catene straniere, e d'interminabili angoscie. 
E tu, o falsa donna, mia sorella, e nemica, - una truce vendetta affiler una spada, che andr traverso all'anima tua; - tu non conoscesti mai la creatura piangente nel seno della madre, n il balsamo che cade sulle ferite del dolore dall'occhio compassionevole della donna. 
Figlio mio, figlio mio! pi cortesi stelle splendano sulla tua fortuna, e possano abbellire il tuo regno quei piaceri, che mai non vollero balenare sul mio. Dio ti salvi dai nemici di tua madre, o converta a te i loro cuori; e dove tu incontri un amico di tua madre, oh! per amore di me ricordati di lui! 
Ah! presto presto i Soli dell'estate pi non accendano per me il mattino, ed i venti dell'autunno pi non agitino per me le fronde ingiallite, e nell'angusto albergo della morte imperversi l'inverno intorno di me, e gli estremi fiori onde s'orna la primavera fioriscano sulla mia pacifica tomba! 
? 1838 ? 

LA VITA E LA MORTE ? DI VITALIS ? 
Alla mattina io stetti sull'alto della montagna bella dei fiori di maggio, e vidi il sorgere del giorno lieto d'oro, e di porpora, e gridai: - o Vita come sei bella! 
Era gi l'ora, che il Sole sorgeva, e gli uccelli cominciavano sui rami a cantare: e l'ora, e l'armonia, mi destarono in petto vaghezza di canto, e un ardore di passioni sublimi. 
E in quel punto il mio spirito si mosse al desiderio di stendere il volo lontano dalla sua dimora, si mosse al desiderio di errare come il Sole di piaggia in piaggia creatore dei fiori, e della luce. 
Alla sera io stetti sull'alto della montagna, e rapito nelle preci devote vidi il sorgere della notte lieta d'argento, e di porpora, e gridai: - o Morte come sei bella! 
E quando il venticello della sera venne gentile col suo fiato di balsamo, sembrommi allora, che la natura mi baciasse le guancie, e teneramente sospirasse il mio nome. 
Io vidi la larghezza del cielo diffusa intorno all'universo; e gli astri venivano al cielo come fanciulli: allora le gesta degli uomini mi parvero piccole; non conobbi di grande, che il nome dell'Infinito. 
Oh! come sfuma il sorriso, che veste le gioie, e le speranze terrene, allorch nel petto al Poeta gli eterni pensieri sorgono come in cielo le stelle! 
? 1838(40) ? 

LA CANZONE DELLA SERA DELLO STRANIERO ? DI WERNER ? 
Io scendo dalla montagna, e la valle riposa, e il mare romoreggia; io vado ramingando tacito e malinconico, e un sospiro sempre dimanda: - dove? 
Il Sole qui mi par freddo, e i fiori appassiti, e vecchia la vita; e l'idioma che gli uomini parlano, uno strepito discorde: - io sono dappertutto straniero. 
Dove sei, o mia terra diletta, cercata, presentita, e non mai conosciuta? o mia terra cos bella, e verde di speranza? o terra dove le mie rose fioriscono? 
Dove erano le mie visioni, dove i miei morti riposano? la terra che parla il mio linguaggio, ed ha tutto ci che mi manca? 
Io vado ramingando tacito e malinconico, e sempre un sospiro dimanda: - dove? - E l'aure riportano indietro il sospiro, che dice: - dove tu non sei, l fiorisce la felicit. 
? 1838(41) ? 

SCENA QUARTA DEL TERZO ATTO
NELLA MARIA STUARDA ? DI SCHILLER ? 
ELISABETTA 
Come si chiama il luogo? 
DUDLEY, CONTE DI LEICESTER 
Il castello di Fotheringay. 
ELISABETTA 
Rimandate a Londra il sguito della nostra caccia; il popolo si accalca troppo per le strade, - e noi cerchiamo un ricovero in questo parco tranquillo. 
(Talbot allontana il sguito. Ella fissa gli occhi in Maria seguitando a parlare con Pauleto). 
Il mio buon popolo mi ama soverchiamente. Smoderati, idolatrici, sono i segni della sua gioia; - cos si onora un Dio, non un mortale. 

MARIA 
(la quale in questo frattempo si era appoggiata mezzo svenuta sulla nutrice, ora si alza, e i suoi occhi incontrano lo sguardo teso di Elisabetta. Essa ne raccapriccia, e si abbandona di nuovo sul seno della nutrice). 
O Dio! da quei lineamenti il cuore non parla. 
ELISABETTA 
Chi  la Signora? 
(Silenzio universale). 
LEICESTER 
Tu sei a Fotheringay, o Regina. 
ELISABETTA 
(si mostra sorpresa e stupefatta, volgendo un'occhiata cupa a Leicester). 
Chi mi fece un tal tratto? Lord Leicester! 
LEICESTER 
La cosa  fatta, o regina; ed or che il cielo avvi i tuoi passi a questa volta, lascia che la magnanimit e la compassione trionfino. 
TALBOT, CONTE DI SHREWSBURY 
Consenti, donna reale, a piegare il tuo sguardo sull'infelice, che si curva alla tua presenza. 
(Maria si raccoglie, e vuole andare incontro a Elisabetta, ma si ferma a mezzo rabbrividendo tutta; i suoi gesti esprimono una violentissima agitazione). 
ELISABETTA 
Come, Milordi? Chi fu dunque colui, che mi annunziava un inchino profondo? Io trovo invece una superba in nessuna guisa domata dall'infortunio. 
MARIA 
E sia cos. Anche a questo io vo' sottomettermi. Va, fuggi, invalido orgoglio di un'anima generosa! Io dimenticher chi sono, e quel che soffersi, e mi getter ai piedi di colei, che mi travolse in questa ignominia. 
(Si volta verso la regina). 
Sorella, il cielo ha deciso per voi! - La fronte vostra fortunata  cinta della vittoria; - io adoro il Dio, che tanto vi sublimava. 
(Le cade ai piedi). 
Ma siate ben anche voi magnanima, o sorella! Non mi lasciate giacere piena di avvilimento! Stendete la vostra mano, porgetemi la destra reale per sollevarmi dalla profonda caduta! 
ELISABETTA 
(ritraendosi). 
Lady Maria, voi siete al vostro luogo, e ringraziando lodo la bont del mio Dio, che non abbia voluto prostrarmi ai piedi vostri come or voi siete ai miei. 
MARIA 
(con affetto crescente). 
Pensate alle rivoluzioni delle cose umane! Vivono Dei, che fanno vendetta della superbia; e venerate, temete questi terribili Dei, che mi atterrano ai piedi vostri! Per rispetto di questi stranieri spettatori, in me onorate voi stessa! Non profanate, non vergognate il sangue dei Tudor, che nelle mie scorre come nelle vostre vene. Dio del cielo! non state l dura, inaccessibile, come lo scoglio che il naufrago contende invano di afferrare. Tutto, la mia vita, la mia sorte, pendono dalla forza delle mie parole, delle mie lacrime; scioglietemi il cuore onde io commuova il vostro! Se voi mi guardate con quel guardo ghiacciato, dal ribrezzo il cuore mi si serra, la corrente del pianto ristagna, e un freddo orrore m'incatena le preghiere nel petto. 

ELISABETTA 
(fredda e severa). 
Che avete a dirmi, Lady Stuarda? Voi desideraste parlarmi. Ecco, io mi scordo la regina, la tanto gravemente offesa regina, per adempiere l'ufficio pietoso di sorella, e concedervi il conforto della mia presenza. Io sguito l'istinto di un animo grande, e mi espongo ad un biasimo ben meritato scendendo tanto in fondo,.... poich voi ben sapete, che un tempo voleste farmi ammazzare. 
MARIA 
Donde dar principio, e con quale artificio disporr le mie parole, perch vi si appiglino al cuore, ma non vi offendano? O Dio, invigorisci la mia eloquenza, levandole ogni spina, che potesse pungere! Ma tuttavia io non posso parlare a mio pro, senza gravemente accusarvi; e nol vorrei. Voi mi avete trattata come non  giusto, dacch io sono regina non altrimenti che voi, e voi mi avete tenuta come prigione. Io venni a voi come supplice, e voi in me violando le sante leggi della ospitalit, e il santo diritto delle genti, mi chiudeste fra le mura di un carcere; - gli amici e i servi crudelmente mi furono a forza tolti; - abbandonata in una ignobile miseria; - tradotta dinnanzi a un vituperevole tribunale. - Ma non pi di questo! Un eterno oblio cuopra le durezze da me patite. Vedete! Io voglio chiamar tutto questo un destino; voi non siete rea, n io il sono; - un cattivo spirito si lev dall'inferno per infiammare nei nostri cuori l'odio, che gi disun la nostra tenera giovanezza. L'odio crebbe con noi, e tristi uomini aggiunsero soffio alla malaugurata fiamma. Stolidi fanatici la non chiesta mano armarono di spada e di stiletto. - Destino maledetto dei re  che rissando squarcino il mondo coll'odio, e scatenino tutte le furie della discordia. Ora di mezzo a noi non  pi bocca straniera. 
(Le si avvicina fiduciosa, e con aria carezzevole). 
Noi stiamo adesso a fronte l'una dell'altra. Or favellate, o sorella! Nominate la mia colpa; - io voglio sodisfarvi pienamente di tutto. Ah! se voi mi aveste dato ascolto in quel tempo, che io tanto bramosamente cercava vedervi! Le cose non sarebbero trascorse tant'oltre, n in questo tristo luogo ora succederebbe un doloroso e sciagurato incontro. 
ELISABETTA 
La mia buona stella mi salv dal mettermi in seno la vipera. Non incolpate il destino, ma il vostro cuore tenebroso, e la feroce ambizione della casa vostra. Nessuna cosa nemica era accaduta fra noi, quando il vostro zio, l'orgoglioso prete feudale, che la mano audace stende a tutte le corone, m'indisse la guerra, vi allucin a pigliare le mie armi, a farvi proprio il mio titolo regale, a scender meco in un agone di morte e di vita. Che non mi sollev contro costui? La lingua dei sacerdoti, - la spada dei popoli, - tremende armi di una religiosa frenesia; fino qui nella sede pacifica del mio regno soffi le fiamme della ribellione; ma Dio  con me, e il vanitoso prete non tiene il campo. - Il colpo alla mia testa fu vibrato, e cade la vostra! 
MARIA 
Io sto nelle mani di Dio. Voi non eccederete cos sanguinosa la vostra potenza.... 
ELISABETTA 
Chi me lo impedir? Il zio vostro di a tutti i re del mondo l'esempio del come si faccia pace coi proprii nemici. La festa di S. Bartolomeo sia la mia scuola! Cos' a me il vincolo del sangue, il diritto delle genti? La Chiesa scioglie ogni legame di dovere, - consacra la rotta fede, e il regicidio; - adesso io pratico quello che insegnano i preti vostri. Dite! qual pegno mi assicura di voi, quand'io magnanima sciogliessi le vostre catene? In qual castello custodir la fede vostra, che le chiavi di S. Pietro non possano aprirlo? La forza unicamente assecura; - colla razza delle vipere non v' alleanza. 
MARIA 
Ahi! son questi i vostri neri funesti sospetti! Voi mi teneste sempre in conto come di nemica, e di straniera. Se voi mi aveste dichiarata erede vostra come a me si appartiene, gratitudine e amore vi avrebbero mantenuta in me una leale amica e parente. 
ELISABETTA 
Al di fuori, Lady Stuarda, sono le amicizie vostre; casa vostra  il Papismo, vostri fratelli i frati. - Voi dichiarare erede, voi! Viluppo di tradimenti! - Affinch in vita mia il mio popolo corrompeste, ed insidiosa Armida traeste nelle reti sottili dei vostri vezzi la nobile giovent del mio regno; - affinch tutto si voltasse dalla parte del nuovo Sole nascente, e io.... 
MARIA 
Regnate in pace! Io rinunzio ogni titolo su questo regno. Ah! le ali del mio spirito son tronche; - la grandezza pi non mi tira: - voi l'avete ottenuta; - io non sono che l'ombra di Maria. La generosa anima si  spenta nel lungo vilipendio del carcere. - Voi avete fatto l'estremo contro di me, mi avete distrutta sul fiore. Or fate fine, o sorella! Parlate la parola per cui siete venuta; n io vorr creder mai, che voi veniste per irridere barbaramente la vostra vittima. Parlate questa parola! Ditemi: - voi siete libera, o Maria! Avete provata la mia potenza, adesso imparate ad onorare la mia magnanimit. - Ditelo, ed io ricever la vita, la libert, come un dono delle vostre mani. Una parola rende tutto non avvenuto. Io l'aspetto. Oh! non mi fate pi a lungo struggere di desiderio. Guai a voi, se non finite con questa parola! Imperciocch se voi or non partite da me benefica, generosa, come una Divinit, - sorella! non per tutta questa ricca Isola, non per tutte le terre che il mar circonda, vorrei stare dinnanzi a voi come voi state dinnanzi a me! 
ELISABETTA 
Vi date alfine per vinta? Abbandonate le frodi vostre? Non vi son pi assassini pronti a ferire? non vorr pi nessuno avventuriere cimentare per voi la trista cavalleria? S, tutto  finito. Lady Maria; - voi non sedurrete pi nessuno contro di me. Il mondo ha ben altre cure: a nessuno talenta diventare il vostro - quarto marito; dacch voi uccideste i vostri amanti al pari dei vostri mariti. 
MARIA 
(con impeto). 
Sorella! sorella! O Dio! Dio! dmmi moderazione! 
ELISABETTA 
(la guarda lungamente con occhio di superbo disprezzo). 
Questa  pertanto la leggiadria, Lord Leicester, che nessuno impunemente rimira, cui nessuna altra donna ardisce paragonarsi! Certo!  gloria da conseguirsi con poco! Per esser la bellezza comune altro non costa che farsi a tutti comune! 

MARIA 
Questo  troppo! 
ELISABETTA 
(con riso beffardo) 
Ora voi mostrate l'aspetto vostro sincero; fin qui non fu che una maschera. 
MARIA 
(accesa di collera, ma con nobile decoro). 
Io ho fallato umanamente, e da giovane; il potere mi travi, n l'ho taciuto, o nascosto, ma con reale franchezza ho dispregiato le false apparenze. Il mondo sa il peggio di me, ed io posso dire d'esser migliore della mia reputazione. Guai a voi, se un tempo leverete dalle vostre azioni quel manto di onore, onde voi splendidamente coprite le fiere voglie di una segreta libidine! Da vostra madre non aveste in retaggio l'onest; e tutti sanno per via di quali virt Anna Bolena ascendeva sul palco. 
SHREWSBURY 
(entrando di mezzo alle due regine). 
O Dio del cielo! a questo doveasi giugnere! Lady Maria,  questa forse moderatezza, sottomissione? 
MARIA 
Moderatezza! io ho sofferto quanto l'uomo pu soffrire. Esci, o rassegnazione, dal cuore d'agnello! vola in cielo, tollerante pazienza! rompi i tuoi legami, esci dalla tua spelonca, o rancore cos a lungo racchiuso! - e tu, che all'irritato basilisco desti lo sguardo omicida, tu ponmi sulla lingua l'avvelenata freccia!(42) 
SHREWSBURY 
Oh! ella  fuor di senno! Perdonate in lei il furore, la potente irritazione! 
(Elisabetta, muta di collera, lancia occhiate furiose sopra Maria). 

LEICESTER 
(nella pi veemente agitazione tenta di menar via Elisabetta). 
Non dare orecchio alla forsennata! Fuori, fuori di questo luogo malaugurato! 
MARIA 
Il trono d'Inghilterra  da una bastarda profanato: - il nobile Popolo Brittanno  da una scaltrita giocolatrice ingannato. Se il Dritto regnasse, or voi sareste nella polvere dinnanzi a me, perch io sono la vostra regina. 
(Elisabetta parte rapidamente; i Lordi la seguitano nella pi alta confusione). 

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SISMONDO DE SISMONDI. DI ALFREDO REUMONT.
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L'Italia pi d'ogni altro paese ha sempre attratto ed occupato di s i forestieri; n intendo per questo ch'ella se n'abbia a rallegrare; poich cosa abbia fruttato questa forza d'attrazione, osservata sotto l'aspetto politico, noi lo vediamo ogni giorno con gli occhi nostri senza bisogno di svolgere le pagine dei suoi annali, e sotto l'aspetto letterario ce lo dimostrano quelle infinite sozzure, le quali anno per anno riboccano dai torchi di Francia, d'Inghilterra, e sopratutto d'Alemagna, il perch fu detto ingegnosamente l'Italia essere stata mai sempre oltraggiata in antico dalle armi, e adesso dalle penne dei Barbari che la visitano. - Ma per fortuna, e come ragion vuole, non sono mancati mai a quando a quando uomini ragguardevoli, che facessero questa terra soggetto dei loro studi, e massimamente nel genere storico gl'Italiani vanno debitori d'assai ai forestieri. E per non dire dei pi antichi, e di quei tanti che trattarono la Storia delle Arti, Roscoe, Hallam, Shepherd, Perceval, Ginguen, Daru, Fauriel, Artaud, il Duca de Luynes, Lebret, Bouterweck, Voigt, Schlosser, Savigny, Raumer, Hurter, Rancke, Witte, Leo, Gervinus, Barlhold, Hfler, C. Meyer, Rudelbach, Gaye, Papencordt, Dnniges, ed altri molti, hanno pagato un ricco tributo di devozione e di affetto al bel paese ove il s suona. Ma pi di tutti  da nominarsi il Sismondi, e per quanto egli si occupasse seriamente d'altri popoli ancora, e d'altri paesi, il suo cuore appartenne all'Italia, e agli Italiani, e s'immedesim nella gloria e nella grandezza di lei, e partecip caldamente ai suoi avversi destini, considerando quella terra come sua patria, e come amici e fratelli i suoi abitatori.
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Giovanni Carlo Leonardo Sismondo De Sismondi, nacque a Ginevra il 9 maggio 1773. Egli apparteneva a famiglia di origine Toscana, e nel Canto XXXIII dell'Inferno di Dante, Ugolino della Gherardesca insieme ai Gualandi e ai Lanfranchi rammenta i Sismondi tra le grandi casate di Pisa. Al principio del Secolo XVI questa famiglia cambi l'Italia colla Francia, e dipoi colla Svizzera francese. Egli non aveva anche bene 20 anni, che la Rivoluzione lo cacci co' suoi in Inghilterra, e ritornato lo mult di pecunia e di prigione, poi lo ricacci di nuovo, ma questa volta in Toscana, dove sulle prime, e durante la conquista francese, ebbe a sostenere pi e diverse vicende. Per la qual cosa nel proemio agli Studi sull'Economia politica si esprime per tal modo: "Per lo spazio di 16 anni io sono stato iteratamente il giuoco delle rivoluzioni, che la lotta cominciata nell'ottantanove suscit in ogni parte del corpo sociale. Ho sofferto nella persona e negli averi, e ho riguardato da vicino le passioni del popolo mescolandomi a quelle, e cos ogni studio e meditazione di cui fossi capace ho congiunto a quella esperienza che mi diedero gli avvenimenti, dei quali talvolta mio malgrado fui testimone". 
Sulla riva destra dell'Arno tra Firenze e Lucca giace una grande vallata per dove scorre la Nievole, che le d il nome, in alcuni luoghi paludosa e malsana, ma pi in antico, perch nelle battaglie di quei vicini stati fino ai tempi del gran Castruccio interi eserciti su quel suolo perivano, ed oggi assai meno, perch il male in gran parte fu rimediato. La valle per nel complesso  oltremodo fertile, e coltivata accuratamente a guisa d'immenso giardino, traversata da una fila di colline ricche di viti, e a settentrione difesa dalle selvose e pittoresche montagne di Pistoia. Chi poi da Pistoia movendo scende gi per le forre di Serravalle alle salutifere e frequentate sorgenti di Montecatini, e di l si reca alla deliziosa Pescia capoluogo della valle, comprende appieno la bellezza di questo paese, di cui il Sismondi ritrasse con s liete immagini l'agricoltura, e gli uomini. A Pescia pertanto dimor lungo tempo il Sismondi, rattenendolo ancora i legami di famiglia, perch la sua sorella Sara si marit con un gentiluomo assai riputato del luogo, Antonio Cosimo Forti, il di cui figlio Francesco, giovane di bellissimo ingegno, e giureconsulto profondo, fu rapito troppo presto alle scienze; e quivi pi tardi egli si comper un possesso, e in ultimo vi pass molte ore felici nel 1836, e 37. E fu nella sua lunga dimora in Toscana, che gli si dest nell'animo l'idea di scrivere la Storia d'Italia del Medio-Evo; e con quella diligenza e tenacit proprie di colui, che dalle indagini severe del soggetto aveva inferito e misurato la grandezza e le difficolt dell'impresa si consacr a quegli studii, che dovevano abilitarlo all'esecuzione del suo disegno. E circa il 1800 principiarono le sue ricerche, e otto anni dopo comparve la prima parte della Storia delle Repubbliche Italiane del Medio-Evo. Tornato a Ginevra continu i suoi studii, tenne lezioni di Storia politica e letteraria in un cerchio d'uomini e di donne, prese molta parte nel governo e negli affari, fece lunghi viaggi nella sua patria, in Inghilterra, in Alemagna, e visit da capo l'Italia, di cui apprese a conoscere ogni luogo, di cui prediligeva gli abitatori, e dove trov tante e siffatte accoglienze, e cortesie, e ricambi d'amore, che dovevano a forza far buono al suo cuore. E i segni d'amicizia e di reverenza, che gli erano fatti col, soleva pregiare pi altamente di quelli, che in egual misura gli erano fatti altrove. Perfino nell'ultima dolorosa infermit, un cancro dello stomaco, ove pi o meno sofferse due anni di sguito, lo teneva preso incessantemente il pensiero, compiuta la Storia dei Francesi, di tornarsene a Pescia, e quivi colla sua moglie inglese, alla quale gi attempato si era stretto in felice matrimonio, chiudere la vita in mezzo ai suoi nepoti superstiti. E di fatti alla fine del passato Maggio scriveva ad un Fiorentino suo amico, che come prima potesse intendeva venire in Toscana, e aver gi mandato una parte dei suoi libri. Ma egli mor il 25 Giugno a Chne sua villa presso Ginevra. 
Le opere letterarie del Sismondi, frutto d'una vita ben travagliata, hanno fatto il suo nome immortale, e per quanti obietti in genere o in ispecie possano farsi alle sue grandi opere, conviene pur sempre annoverarlo tra i pi notabili Storici del Secolo XIX. N questo  il luogo di passarle per esteso in esame, tanto pi che poco o assai sono state tutte ad una ad una riviste; ma ben possiamo riunirle, e delinearne il carattere generale, ora che lo Scrittore  sparito, e in sua vece ci stanno dinnanzi aperti i suoi scritti. Ed apriremo la serie colla prima grand'opera, la Storia delle Repubbliche Italiane del Medio-Evo. Lodovico Antonio Muratori fu il primo, che la massa immane di notizie custodite nelle cronache e nelle storie raccolse e ordin nei suoi Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1500, che poscia continu sino al 1749. E nessuno era pi acconcio di lui a quel lavoro, poich la pubblicazione della gran raccolta degli Scrittori delle Cose Italiche lo aveva messo dentro alla perfetta cognizione d'infiniti documenti storici di quella fatta, e cos ebbe campo, esercitando il suo acume, il suo spirito d'ordine, ed una instancabile diligenza, di procacciarsi una dottrina smisurata. Per questi Annali non sono propriamente una storia ben elaborata; raccontano anno per anno quello che accadde, mettendo sulla scena una dopo l'altra terre e citt, senza che l'uomo acquisti un'idea netta dello sviluppo organico, che si opera nella vita sociale; i fatti soli stanno l, e il pi che si pone mente  alle guerre, e agli avvenimenti esterni, senza rilevare i cambiamenti nelle costituzioni, le quali per tal modo riesce arduo spiegare, se non impossibile. - Lo stile  quello d'una narrazione affollata, disadorna, e spesso mancante troppo di dignit. Nondimeno questi Annali sono l'aiuto il pi efficace per ritrovarsi nel labirinto delle storie delle citt italiane, ma leggerli per intiero, o volervi imparare la Storia, non sarebbe s agevole. Dal Muratori al Sismondi gl'Italiani fecero poco per la loro storia universale. Le Rivoluzioni d'Italia del Denina, uscite la prima volta nel 1769, sono un libro assai letto, ma fatto piuttosto per la comune dei lettori, che per i dotti; scritto per con spirito e vivacit, e per questo ristampato sovente, e per le mani di tutti, sebbene gli uomini oggi pretendano pi assai dalle storie, e molti punti di quel libro non reggano di fronte alla critica. Queste due opere sono le uniche, che trattino a mia saputa la storia d'Italia fino ai tempi pi recenti. Dopo il libro del Denina non venne cosa che meriti discorso, e l'opera molto studiata del Tedesco Lebret fu appena conosciuta di qu dall'Alpi. - Ora poi, che la prima Storia del Medio-Evo Italiano completa e ben fatta uscisse dalla mente d'uno straniero, nessuno l'avrebbe aspettato. Ben  vero, che ella fu scritta sotto cielo italiano, anzi in Toscana, il centro vero della Civilt Italica, il foco dove convergono i raggi della gloria dei secoli di mezzo, il paese che meglio d'ogni altro chiarisce gli eventi e gli effetti che ne uscirono, dove meglio che altrove allo spirito d'indagine vengono offerti aiuti, lumi e conforti. La prima parte delle Repubbliche Italiane apparve nel 1807, e or sono due anni usc la terza edizione in Parigi, senza contare le ristampe del Belgio, e le traduzioni italiane, e tedesche. Dalla formazione dei liberi stati, dalla lotta dei Municipi colla supremazia imperiale, dal trionfo dei primi, e dall'infiacchimento dell'ultima, questa Storia arriva sino all'epoca di Carlo V, nella quale l'Italia parte obbediva agli stranieri, come il regno delle due Sicilie, e il Ducato di Milano, parte a Signori nazionali, alcuni dei quali portavano il titolo di vassalli dell'Impero, alcuni del Papa, e altri ambedue questi titoli, ma in sostanza governavano assai liberamente, come i Duchi di Savoia, Mantova, Ferrara, Massa, Urbino, e via discorrendo; e delle Repubbliche rimaste in piedi, Venezia bench d'assai indebolita manteneva sempre una grande potenza, Genova faticosamente si destreggiava tra Francia e l'Impero, Lucca e Siena esistevano per grazia speciale, e la seconda per poco, mentre Firenze, dopo tre anni di sforzi magnanimi per rompere le catene in cui l'avevano messa i suoi cittadini, periva per sempre. E cos il Sismondi imprese a descrivere l'epoca la pi importante, la pi viva, la pi operosa della storia d'Italia, dedicandosi a questa impresa con tal calore da mettere in evidenza quanta parte prendesse nel fato di quei popoli, e con quella costanza di proposito, e dignit di coscienza, che a cos alto grado l'innalzano come scrittore. Studi colla pi grande applicazione, e adoper tutti i materiali che pot avere, n gli rimase sconosciuta cronaca importante, o storia che valesse. Ma per quanto io sappia non fece ricerche di archivi, e si serv affatto di cose stampate. Le materie pertanto cos radunate dispose in bell'ordine, e compose l'opera. Lo stile  scorrevole e chiaro, e si trova nel Sismondi quel singolare dono che hanno i Francesi della lucidit e precisione, senza potergli apporre la taccia di superficialit, di che sovente furono biasimati gli scrittori di quella nazione, massime i pi antichi, giacch molto diverso mostrasi l'operare di parecchi tra i moderni. E un benefico calore di sentimento spira per tutta l'opera, e i grandi avvenimenti sono dipinti con verit, e aggruppati con arte, e i personaggi hanno vita e movimento. Non di rado la narrazione si leva ad una certa grandiosit, e procede con andamento conveniente al soggetto, a vicenda concitato e tranquillo, e prende quell'ampiezza di spazio opportuna al giusto sviluppo dei caratteri, e alla retta estimazione delle circostanze. Ma l'opera non  di certo senza difetti, e molto potremmo opporre all'esattezza dei fatti, e la critica storica non  maneggiata con quell'acutezza, che in tanta e cos disparata vastit di materie sarebbe stato necessario. Non  chi non senta, che l'Autore non ha studiato gli archivi, cosa per vero dire quasi impossibile nella composizione d'un libro, che abbraccia tanti stati, e tanti secoli, - e molte cose, che narra il Sismondi sulla fede di antichi scrittori, e in parte contemporanei, colla scoperta di documenti e d'altri testimoni hanno gi presa diversa fisionomia e valore, e la vanno prendendo ogni giorno, n pu essere altrimenti col progredire delle ricerche e della scienza. La quantit dei fatti registrati nei ricordi municipali, il rimescolarsi continuo delle storie di tante citt e famiglie, ne rendono spesso faticosa la lettura, e ne scemano l'effetto; e in una Storia avviluppata, inestricabile, com' l'italiana,  fuor di modo difficile serbar le misure, e impedire, che tratto tratto non occorra una lista di nomi, e un nudo scheletro di avvenimenti e di affari, che mal corrispondono al concetto del lettore. Una delle parti pi deboli dell'opera  lo sviluppo delle costituzioni repubblicane, e delle modificazioni che col tempo subirono, e qui non ci sono solamente lagune, ma molte cose che addirittura non reggono. - Le cognizioni del Sismondi intorno alla storia dei governi e del diritto, e intorno alla legislazione degli statuti, per quanto s'industriasse, erano scarse, n bastavano all'uopo; e il modo onde espone l'ordinarsi delle citt, cio come si componessero delle amiche istituzioni romane, massime del Decurionato, delle costituzioni ecclesiastiche, delle immunit ed autorit dei vescovi nelle loro sedi, delle istituzioni Germaniche, e principalmente del magistrato degli Scabini, - il modo onde espone il nascimento delle leghe dei Comuni, che rappresentarono una parte cos importante, la fondazione dei feudi e la posizione della nobilt libera e della feudale, e le vicende della propriet, che cos essenzialmente si connettono alla forma politica delle nazioni, - questo modo, dico, lascia immensamente da desiderare, nessuno facendosi immagine giusta di siffatte cose, e trovandosi come smarrito in regione mezzo incognita. E cos il difetto di precisione e di lucidezza nel rappresentare le condizioni di quei tempi pi antichi ha dovuto esercitare per forza un cattivo influsso sul modo di ritrarre e distinguere i successivi. 
La Storia delle Repubbliche Italiane  scritta sotto l'ispirazione d'un sentimento democratico. Questo sentimento ha dato una vita commossa e un colorito caldo a certe parti qua, e l, ma nel tempo stesso ha prodotto una monotonia, che, come sempre avviene scrivendo storie con soverchio studio di sistema, nuoce alla verit, anche senza intenzione dell'Autore. Perocch non vorremo affermare che il Sismondi abbia a bella posta svisato il carattere storico; pure non  da negarsi, che forse senza giustamente saperlo egli non abbia di frequente sparso d'una tinta falsa i ritratti delle persone e dell'epoche. E, per citarne solo un esempio, il caso si verifica nell'ultima parte dell'opera riguardo a Cosimo I dei Medici. Ma per quanto il Sismondi restasse fedele alle sue massime repubblicane, queste nondimeno coll'andar degli anni subirono in teoria come in pratica notabili modificazioni. In questi anni per egli poco si occup delle Storie Italiane, ed io stesso nel verno del 36-37 l'intesi chiamarsene veramente spossato: - bench sino all'ultimo della vita avesse nel cuore e nella mente l'Italia. - Nel 1830 intraprese un compendio della grand'opera, che sbito apparve in inglese nella Ciclopedia di Gabinetto del Dottor Lardner, e nel 32 usc in Francese a Parigi col titolo - Storia del rinascimento della Libert in Italia. - Questo libro contiene la sostanza del primo, e nel proemio fa questa osservazione, "che quando un uomo lavora lungamente intorno a un soggetto, s'innamora cos anche dei pi lievi particolari, che stima dover riuscire grati egualmente al lettore, che all'autore; ma solo pi tardi allargando la vista, e maggiormente affrancando il giudizio, vede cosa sia o non sia veramente essenziale." Tale compendio ha molto merito, e si legge volentieri, e chiude in un contorno pi esatto quei tempi memorabili, dando rilievo ed espressione agli avvenimenti pi capitali; ma per l'indole sua, e per la mole, non pu dare che una scarsa e troppo superficiale notizia delle Storie Italiane. 
L'apparizione dell'opera del Sismondi fu gran ventura per la Storia d'Italia, e senza dare nel falso possiamo ascrivere all'effetto di questo libro una sostanziale influenza. Pi specialmente per fu sentita la necessit di avvalorare i fatti con prove autentiche; e mentre lavori storici usciti da penne tedesche, e da scrittori di qualche altra nazione, illustrarono vie maggiormente le cose italiane, nell'Italia stessa ebbe luogo la pubblicazione di molti documenti originali, la quale in gran parte  dovuta all'eccitamento prodotto dal Sismondi(43).
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Pi e diversi ingegni da quell'epoca in qua ha esercitato la Storia universale d'Italia; e quand'anche la sterminata Storia d'Italia antica e moderna di L. Bossi uscita nel 19 non contenti i pi severi intelletti, vuolsi per rammentare il Botta, il pi grande Storico dell'Italia nei tempi moderni, ed uno dei suoi pi valenti scrittori; il quale, oltre un rapido cenno della Storia Italiana in lingua francese, descrisse i tempi dell'influenza francese dal 1789 al 14, e quindi continu il Guicciardini abbracciando tre secoli e mezzo, da Paolo III allo scoppio della Rivoluzione, - opere di cui la fama anche pi durabilmente  fondata per la politica opposizione cui diedero appiglio. Cesare Balbo cominci una Storia universale d'Italia, che condusse soltanto sino alla rovina del Regno Lombardo. - Carlo Troya, che col suo bel libro sull'epoca di Dante aveva eccitato una grande aspettazione, compose una storia del Medio-Evo, che finora comprende solamente le migrazioni dei popoli, e le calate dei forestieri in Italia, e questo ancora non compiutamente. - G. Borghi, l'elegante traduttore di Pindaro, scrive un Discorso, come egli lo nomina, sulle Storie Italiane dall'anno 1. dell'era volgare all'anno 1840, del quale abbiamo i primi due volumi. - A. Ranieri tratteggi i tempi di Teodorico sino a Carlo Magno col titolo - Della Storia d'Italia dal V al IX Secolo. - A. Coppi ha continuato gli Annali del Muratori dal 1750 al 1819, e promette di seguitare sino al presente. N furono lasciate indietro le Storie del diritto, e dei governi, e tra queste si debbono principalmente annoverare le Vicende della propriet in Italia dalla caduta dell'Impero Romano fino allo stabilimento dei feudi, del Baudi De Vesmes, e del Fossati; - il trattato del Ricotti - Sulla Milizia dei Comuni Italiani nel Medio-Evo, - cui si rannodano le ricerche del Promis intorno allo stato delle artiglierie al principio del Secolo XVI, inserite nell'Architettura Civile e Militare del famoso Francesco di Giorgio da Siena edita dal Conte Cesare di Saluzzo; - il Saggio sull'Amministrazione finanziaria del Regno d'Italia dal 1802 al 1814, e la Storia dell'Economia politica in Italia, di G. Pecchio; - la Storia dell'Economia politica nel Medio-Evo, e il Trattato delle Finanze di Savoia nei Secoli XIII, XIV, di L. Cibrario; - i Due Libri delle Istituzioni Civili, di F. Forti; - la Storia della Legislazione Italiana, di F. Sclopis, della quale apparve la prima parte, che contiene le Origini, - e le opere storiche di L. Bianchini sulle Finanze del Regno delle due Sicilie. 
E andrei tropp'oltre, se volessi tutte designare le Storie speciali, che apparvero modernamente. E d'ogni tempo gl'Italiani coltivarono con lodevole zelo questo ramo di studi, e con quanto sguito lo mostra la ricca Letteratura degli ultimi anni(44). 
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Nel 1818 termin il Sismondi la Storia delle Repubbliche col 16. volume, il quale dopo aver narrato la caduta della Libert Toscana tocca di volo gli avvenimenti posteriori sino al Secolo 18esimo. E poco appresso pose mano alla Storia dei Francesi, opera pi grande ancora della prima, e che richiedeva maggior animo, trattandosi di superare tanti antecessori, - e maggior perseveranza, perch pi sterminata era la massa delle materie. A principio fu suo intendimento fermarsi al termine delle guerre di religione, e all'editto di Nantes, - e a questo punto, - egli diceva, - arriva propriamente il Medio-Evo francese. - Ma poich ebbe compiuta in 21 volumi questa parte del suo lavoro, gli venne occasione di proseguirlo sino alla Rivoluzione francese, per altro con proporzioni pi brevi assai della prima met. Questa impresa l'occup sino agli estremi della vita, talch lasci intero il manoscritto dell'ultima parte. I patimenti fisici invece di smorzare il suo ardore sembravano accenderlo viepi. Due settimane prima della morte rivide le prove del volume 28., che arriva al 1750, e venne in luce gi defunto l'Autore. E in quel modo che gi diede un compendio delle Storie Italiane, compose, in quello spazio di riposo, che gli fu concesso dal condurre l'opera sino al 1598 giusta il primitivo disegno, un compendio simile di quest'ultima, che sotto il nome di - Compendio della Storia dei Francesi - abbraccia l'epoca anzidetta. E quivi  raccolta, com'egli considera, la serie intera dei tempi propriamente storici; e quanto ai secoli seguenti non  mestieri d'un lavoro siffatto, perch l'uomo pi volentieri ama cercarne le notizie in quei libri, che appartengono alla leggiera Letteratura, - nelle memorie, nei ricordi, nelle tradizioni di famiglia, - che negli scritti i quali richiedono uno studio pi intenso. Un tal ristretto per non basta a chi vuole veramente apprendere le Storie della sua patria; ma pu servire a coloro, che non mirando a tanto cercano un mezzo di richiamare alla memoria i capi pi essenziali, o finalmente un prospetto generale delle cose. In qual rapporto quest'opera gigantesca del Sismondi stia colle grandi o piccole, universali o parziali opere dei moderni Storici francesi, colla Storia dei Francesi di Michelet ora avanzata sino alla mania di Carlo VI, coi lavori di Agostino, e Amedeo Thierry, coll'infaticabile e fecondo Capefigue, col Barante, col Villeneuve-Trans, col Lemontey, col Sainte-Aulaire, col Mignet, colle innumerevoli Storie particolari di provincia, col Segur, col Lacretelle, col Bazin, e tanti altri, che sarebbe soverchio rammentare, incomberebbe il giudicarlo ai critici francesi, mentre finora poco o punto profersero sentenza su questa opera del Sismondi. - Mi resta inoltre da nominare un lavoro storico uscito nel 35, - Storia della caduta dell'Impero Romano, e della decadenza della Civilt dal 250 al 1000. E qui l'Autore principiando da una monarchia universale, ce la mostra soccombere all'urto di quei popoli, che non sapeva pi contenere. E vediamo tosto questi popoli affaticarsi a ristabilire ci che avevano distrutto, e da questo affaticarsi vediamo sempre pi turbato l'ordine sociale del mondo antico, e come finalmente le societ umane ritornano sempre pi ai loro primitivi elementi, - al congregarsi isolato delle genti nelle citt e nelle terre. Quindi comincia propriamente la formazione dei nuovi regni. - Questo libro non ha troppo merito scientifico, ripetendo l'Autore i resultati delle sue prime indagini, e presentandoli sotto il colpo d'occhio della Storia universale. Ci che dissi dei difetti che trovansi nello sviluppo delle condizioni italiche, pu ripetersi egualmente rapporto a quest'ultimo lavoro. 
L'opera - Della Letteratura del mezzogiorno dell'Europa - nacque da una serie di lezioni tenute dal Sismondi in Ginevra; e stando al suo primo disegno, doveva contenere la Storia letteraria di tutta l'Europa. Pure, cos com', oltre un'introduzione intorno all'estinguersi dell'idioma latino, e al formarsi delle lingue romane nel mezzogiorno dell'Europa, contiene la storia letteraria degli Arabi, dei Provenzali, dei Trovatori di Linguadoca, degl'Italiani, degli Spagnuoli, e dei Portoghesi. La storia degli ultimi tre popoli  condotta sino alla fine del Secolo XVIII, terminando col Parini, Monti, Pindemonte, Yriarte, Melendez Valdes, Manoel, Cruz e Silva, e Da Cunha, ma la letteratura Italiana  pi distesamente trattata. E mentre il Sismondi cominci il suo lavoro, non era uscita peranche la celebrata opera del Ginguen, della quale egli si giov notabilmente nelle successive edizioni. Ma coll'averlo riveduto e ingrandito non per questo riusc libro per i dotti, ma piuttosto adattato alla comune dei lettori. N vi si trovano profonde ricerche, ma una cognizione familiarissima di Dante, e dei pi egregi scrittori, e un caldo senso delle loro bellezze. Mancano le vedute larghe e grandiose, manca un'intuizione profonda nell'essenza dell'Italiana Letteratura, una definizione propria e distinta delle epoche e degli scrittori, specialmente dei prosatori, tra i quali sporge principalissimo il Machiavelli. La critica dell'Autore trascorre la superficie, ma il libro d facili indizi, che fu composto da un uomo, che conosce a fondo, ed ama sinceramente l'Italia, e le sue Lettere. Il difetto pi grande degli altri per occorre sbito sul principio, ed  il non dimostrare chiaramente come al finire del Secolo XIII, e al cominciare del XIV, la prosa e la poesia si svolgessero dai primordi della Lingua e delle Lettere, cose che l'Autore a torto mette in un canto come nude anticaglie. E cos dopo un paio di pagine siamo sbito a Dante, saltando in questa guisa un periodo importante, che in tempi pi recenti fu meritamente considerato, e reputato indispensabile alla giusta intelligenza dell'Allighieri, e del suo secolo. E i caratteri del Poeta sovrano sono fiaccamente rilevati, mentre  pi sensibilmente ritratta l'epopea romanzesca. Con tutte queste mende, che pi ancora devono risaltare in quelle parti dove tratta della Spagna e del Portogallo, per le quali pi che al suo giudizio  costretto fidarsi all'altrui, e dove pare che abbia profittato del nostro Bouterweck, e dello Schlegel per il dramma, - parti sulle quali io debbo astenermi di pronunziar sentenza, - con tutte queste mende il libro ha tuttavia molto merito, e pu grandemente servire a coloro, che non hanno bisogno di addentrarsi tanto nel soggetto, intrecciandosi quivi in bell'ordine la biografia coll'analisi, la storia universale, e la politica, e gli eminenti personaggi. 
Questi sono i lavori storici e letterari del Sismondi, ai quali pu aggiungersi un Romanzo storico - Giulia Severa, - in cui cerc descrivere lo stato delle Gallie al momento delle grandi commozioni dell'Impero Romano, e delle nazioni occidentali, romanzo nato di certo sotto l'influenza dei racconti di W. Scott, ma senza la forza vivificante colla quale lo Scozzese afferra le masse storiche, e le locali particolarit, e le compone in un complesso maraviglioso. N si arrest a questi lavori, - e mentre faceva argomento d'indagine e di meditazione i politici eventi dei passati secoli dal punto della Romana Grandezza sino alla Rivoluzione, che minacci distruggere, e in gran parte distrusse, gli antichi sistemi d'Europa, questi medesimi studi consacrava a vedere le condizioni pi intime delle nazioni, cercando darsi ragione delle virt e dei vizi del loro ordinamento sociale rispetto alla legislazione, alla divisione della propriet fondiaria, all'agricoltura, all'industria, al commercio, alle colonie etc., e cos scandagliando le pi alte questioni d'Economia politica teoricamente, storicamente, ed anche praticamente. Il primo lavoro di questo genere fu a mia notizia il - Quadro dell'Agricoltura Toscana, uscito nel 1801; e poco dipoi scrisse - Della ricchezza commerciale, o sia Principii d'Economia politica applicata alla legislazione del commercio, - che pi tardi rifece sotto il nome di - Principii nuovi d'Economia politica. - Attempandosi torn con pi vivace alacrit a questi studi, e soleva dire, che dopo avere tanti anni lavorato il campo della Storia, gli era conforto l'abbandonarsi a ricerche, che si profondano tanto nelle viscere dell'organismo sociale, e ci porgono la pi giusta misura per regolarci nel maggior numero dei casi, mettendo in luce le cause della debolezza e della forza. - Gli studi sulla Scienza Sociale, riassunto in parte di diversi articoli dispersi in pi giornali, furono l'ultimo frutto di queste indagini, che intendeva estendere pi oltre. La prima sezione racchiude gli - Studi sulle Costituzioni dei popoli liberi, - esame teorico delle libere costituzioni in genere. In quest'opera si tratta prima dei diritti, che il popolo pu o deve guardare. E si espongono i pericolosi traviamenti generati dalla pretensione della democrazia al supremo potere, e dal desiderio del suffragio universale; - e si rappresenta come i meno sieno chiamati al governo in virt della loro educazione, e come il suffragio universale sia cosa retrograda, fondando la maggiorit di coloro che non hanno volont propria, la maggiorit degl'ignoranti, e degl'indifferenti; - e quali sieno i vantaggi del sistema rappresentativo nella sua purit, mentre da coloro, che si affaticano a rendere democratici i grandi stati, un tal sistema vien considerato come mezzo di dare la sovranit al pi grosso numero di voci; - e come il preteso voto del popolo, e le assemblee costituenti posino sostanzialmente su delle illusioni. Il popolo  considerato in contrapposto al governo; e mentre l'idea della cos detta sovranit del popolo vien chiarita naturalmente falsa e pericolosa, s'insiste sulla necessit di costituire sapientemente le Comuni come l'elemento il pi proprio dello stato, con delle corporazioni le pi possibilmente libere e legali. E il popolo dovrebbe partecipare alla giudicatura mediante il Giury, (notandone i vizi nell'odierno sistema francese), e all'ordinamento militare mediante la guardia nazionale. E mentre si parla del consiglio nazionale, si fa conoscere la necessit della preponderanza d'un potere centrale su quello delle Comuni, colla facolt ad ogni stato della rappresentanza di esprimere i proprii interessi; si tratta della maggiore o minore libert di discussione secondo i casi, e della influenza dannosa d'una stampa irritatrice, a freno della quale dovrebbero applicarsi regole e forme parlamentarie. Nello sviluppo delle costituzioni poi gli elementi aristocratico e monarchico vengono contrapposti al democratico, il primo come corpo separato costituente s stesso per impedire che la minorit della nazione soggiaccia alla maggioranza; e quindi vengono considerati per la loro essenza ed effetti, e si mostra come tutti e tre gli elementi debbano sottostare alla ragione nazionale esercitante la sovranit nazionale, e come questa ragione si formi e si svolga dall'opinione pubblica, in quali ostacoli possa inciampare, quali passioni arrestino il suo progresso, e sotto quali guarentigie pronunzii finalmente il suo giudizio. La seconda sezione tratta dei poteri indipendenti dal popolo; dell'origine e indole del principato, o della potest esercitata nelle monarchie; della prova di dare un contrappeso al potere dei principi; dei principi ereditarii ed elettivi, e dei vantaggi e svantaggi, che questi hanno in s; del luogo che tiene l'Aristocrazia, e della sua importanza come seconda distinzione sociale, cui  commesso principalmente l'ufficio di conservare, e mallevare la stabilit dello stato. Finalmente la terza sezione contempla i progressi dei popoli per una via pi libera, e parla delle monarchie costituzionali, e dei falliti tentativi moderni di fare costituzioni, e a un popolo imporre quella d'un altro, come pure dei tentativi rivoluzionari di conseguire una pi grande libert, e degli effetti che ne vennero. E sono chiariti i grandi pericoli delle rivoluzioni, sia che il potere diminuito rimanga all'antico signore, o venga consegnato ad un nuovo; e come specialmente nell'ultimo caso i naturali sostegni del trono si facciano avversari del nuovo sistema, e come i facitori della rivoluzione si facciano nemici del signore che hanno innalzato, e come questi sia, e debba essere, il pi acre nemico della rivoluzione. Dopo di che sguita ad esporre che una rivoluzione distrugge il contratto sociale, che lega i meno coi pi, n poi si d pi veramente maggiorit, ma un numero di minorit opposte tra loro, e menomamente proprie a fondare una costituzione, o un governo qualunque. Finalmente spiega come per resistere all'influenza e al potere della democrazia dominante d'una capitale sopra una grande nazione, valga solo un sistema federativo simile a quello della Svizzera; e come una tal lega abbia mostrato in ogni tempo la sua gran forza, massime nella difesa dell'ordine esistente. N ci stenderemo pi avanti in queste vedute del Sismondi, ch sarebbe soverchio, aggiungendo, che gran senno e molto del vero contengono, se non che tra mezzo apparisce non poco del falso moderno, e un lasciarsi andare alle simpatie e alle antipatie pi di quello che non convenga a scritture di cos grave natura. 
Nelle altre due parti che portano il titolo di - Studi sull'Economia politica, - s'incontrano molte cose profonde, e degne di meditazione in quei punti, che toccano la proporzione tra il prodotto e il consumo, la rendita sociale, la divisione della propriet fondiaria, le massime della scuola crematistica, e la grande applicazione che se n' fatta in Iscozia rispetto ai contadini, le cause della miseria dei contadini in Irlanda, e della prosperit di questi in Toscana, la schiavit dei contadini, l'agricoltura nella campagna romana, e i mezzi di ripopolarla etc. Avverr talvolta, che il lettore non si trovi d'accordo in certe vedute dell'Autore; che certi mezzi da lui consigliati per ottenere un miglioramento si stimino inefficaci, o forse impraticabili; - ma nessuno pu non riconoscere l'animo e l'intenzione da cui derivano i suoi lavori. L'idea fondamentale, che in questi lo conduce,  che la societ si  formata per raggiungere il bene comune, che da questo fine sgorgano i diritti dei suoi membri, che per questo ha modificato o cambiato la sua originale eguaglianza, e che tutti per l'utilit universale hanno rinunziato al diritto di siffatta eguaglianza. Pi sopra abbiamo veduto cosa egli pensasse dell'eguale esercizio dei politici diritti; e qui pensa, che l'eguale divisione dei beni porterebbe miseria e barbarie. In ultimo viene a questo di trovare una guarentigia per la durata del lavoro comune, e per un'equa ripartizione delle tasse, rappresentando, che i diritti di coloro che s'innalzano sull'originale eguaglianza basano sui vantaggi di coloro, sui quali venne loro dalla societ concessa la preminenza. 
Queste furono le opere del Sismondi. Ma noi non pregiamo in lui solamente le doti egregie dell'ingegno, estimando pi ancora le virt dell'uomo onorato, e benvoluto da quanti gli si fecero appresso. E per la sua perdita fu amaramente sentita, e compianta dappertutto, e singolarmente dai suoi amici di Toscana. Il bene dell'umanit, (dice in un foglio volante il Signor Benigno Bossi assistente ai suoi estremi momenti), e il miglioramento della sorte delle classi pi sprovvedute, erano il fine delle sue lunghe meditazioni intorno alle pi gravi teorie sociali ed economiche. E se i risultati di alcune di queste, accordandosi poco colle idee favorite del tempo, a principio incontrarono poco plauso, non manc egli per questo di difendere mai sempre vigorosamente la causa dei deboli, e dei bisognosi. E le gravi vicissitudini, che non ha guari percossero in Europa e in America il commercio e l'industria, giustificarono i suoi timori anche troppo, tanto che una gran parte delle sue dottrine cominci a trionfare sulle contrarie. Ma non si content di mostrare il suo amore del prossimo colle semplici teorie o con eloquenti parole, poich lo faceva suonare nei fatti quotidianamente praticati, aiutando i poveri in segreto, e con quella generosit propria d'un'anima nobile, e veramente cristiana. Egli che aveva il tempo cos prezioso, e con tanta cura lo risparmiava, ogni giorno dava 9, o 10 ore al lavoro, evitando tutto ci che lo potesse distrarre; ma non metteva un istante di mezzo, ove fosse il caso di recare aiuto e conforto a un infelice. - La sua casa era aperta a tutti, e con tutti era cortese, discreto, amorevole. Nel discorso manifestava le sue opinioni con quella chiarezza, e forza di logica, che possedeva cos eminenti, senza dar segno per d'impazienza anche alla pi mal fondata contradizione, sebbene nessuno al mondo avesse pi forte convincimento di lui intorno alla verit delle idee, che prendeva a difendere. 
Rimase fedele alle sue massime repubblicane, bench le dottrine democratiche, che ebbe ardentissime in sua giovent, coll'andar del tempo sostanzialmente modificasse nella teoria, e nella pratica. E nell'ultima rivoluzione della Costituzione Ginevrina fece egli valere queste sue convinzioni, acquistate e maturate coll'esperienza e col senno. A questa modificazione per altro debbono avere necessariamente contribuito i suoi lunghi studi sulle Repubbliche Italiane, e l'indagine degli effetti, che in ultimo partor la preponderanza dell'elemento democratico. 
1842. (45).
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FINE. 
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NOTE AL TESTO:
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(1) Egli era nato in Livorno, il 1. di Decembre 1806.
(2) "Le Sette Giornate non furono immaginate dal Tasso in prigione, ma a Napoli, molti anni dopo, nella villa del Marchese Manso, a richiesta della Madre di questo Signore". 
Questa Nota  apposta in margine nel MS. dell'Autore, ed  d'altra mano: credesi di un amico suo, al quale, relegato con lui in quelle prigioni, ei dava a leggere i suoi quaderni di mano in mano che erano scritti. ? Vedi SERASSI, Vita di Torquato Tasso; vol. II, pag. 226, - Berg. 1790.
(3) Qualche distrazione pur valse talvolta ad alleggerire il peso della noia s vivamente sentita e dipinta dall'Autore. Il suo spirito si effondeva vivace, e poteva eccitare il sorriso anche nelle angustie del carcere, poich gli era concesso di conversare scrivendo co' suoi concaptivi. E lo provano alcuni Capitoli, diretti ad uno fra loro, de' quali crediamo sufficiente offrire ai Lettori alcuni frammenti. Non mancano in essi la purezza, l'abbondanza, la vivacit dello stile, ond'ebbero vanto di Classici alcuni Scrittori italiani, specialmente del Secolo XVI, per siffatto genere di componimenti. E se questo non  avuto in pregio e consentito egualmente ai tempi nostri, giova rammentare come nascessero, e dove, i versi che seguono.
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A MESSER AGNOLO: CARCERATO CONTENTO.
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Agnolo, ho in capo il ticchio della rima,
N mi occorre argomento altro, che il vostro;
Segno chiaro d'amore, o almen di stima.
Che fareste altramente in questo chiostro,
Se non scriveste? E a me non manca nulla;
Ho pagato la carta, e ancor l'inchiostro.
E poi la Musa mia  una fanciulla
Di garbo, e non ha odio a chicchessia,
Ma tratto tratto salta e si trastulla;
E canta una canzone in melodia
Festosa, e alfin si cheta, come un vento
Lieve, che agita un fiore, e poi va via.
Ma torniamo di botto all'argomento,
Non divaghiamo, - che se no, si sfuma
Il mio vapore, e il fuoco si fa spento.
Che debbo dir di voi? chi il sa? la piuma
Dell'ingegno  gi cionca . . . . .
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Ma non levate a Dio vostre querele,
Agnol, ch potria dirvi: ol, tacete;
Pei vostri falli questo  un pan di miele.
Chi sa, che avete fatto? Io, se non siete,
Pur vi credo un buon uom; ma Dio ci vede
Anche nel buio, ed oltre la parete.
A vedervi in prigion non ci si crede,
Avete l'aria dell'Angelus Domini,
Siete il ritratto della buona fede.
Nondimeno alle volte son quegli uomini
Appunto come voi, che fanno un sette
Apparir per un cinque; - e se predomini
In cotestoro il vizio, o se le rette
Arti della virtude, ella  una cosa,
Che di subito in chiaro non si mette.
Se devo dir per me, siete una rosa
Candida, e ve lo dico con tal cuore
Che il mio parlar non ha mestier di chiosa.
Voi siete un pan di zucchero, un amore
Senz'ali e senza freccie, ma con gli occhi;
Voi siete un Santo . . . . . . .
...
Che serve esser Santo, e le faville
Mandar celesti dall'accesa faccia,
S'Ei non sa scivolar come le anguille
Dai Birri? E voi pur deste in quella caccia,
Agnolo mio! e via San Giovannino
Che disse il d che pi l'amata traccia
Del vostro pi non vide? O mio vicino,
- Disse la strada, - sei forse in un forno?
Dove ti celi? sei forse in un tino?
Mostrati, - il Sole  quasi a mezzogiorno;
Vedi il villan coi polli, e col canestro.
Che fiuta il tuo consiglio, e gira intorno.
Ratto corri allo studio, ed il maestro
Tuo bel labro di nuovo oda la gente;
Scrivi col pugno sinistro e col destro.
Accarezza la gola del cliente;
Dgli una presa di tabacco, e poi
Accompagnalo all'uscio umanamente.
S disse: ma poich seppe che voi
Eravate in prigion, non si sa come,
Mand per tutta Pisa un oi oi.
Trecento volte vi chiam per nome
Quella povera strada, e senza modo
Si graffi il viso e si stracci le chiome.
Non lo dico da burla, ma sul sodo,
Un tegolo perfino si commosse
E venne gi a sapere il quando e il modo.
...
Ma voi ci state come stare a letto
In prigione, ed  cosa, a dire il vero,
Che mi ha messo nel capo del sospetto.
Svelatevi, parlatemi sincero;
Io vi credo un buon uomo, ed io vi credo
Un uomo bianco ancor che siate nero;
Ma quando s rassegnato vi vedo,
E intendo il vostro placido discorso,
Voi mi fareste rinnegare il Credo.
E dico: - egli  una prova del rimorso
Quello star quatto quatto, e se di colpa
Non fosse reo, darebbe un qualche morso
Almeno al ciel, che gl'innocenti spolpa
Cos del poco ben che regna in terra,
E non ne d ragion, n si discolpa. -
Agnol, sentite: io vi far la guerra,
Se non mutate stil, se non cessate
Di viver come un morto sotto terra.
Voglio sentirvi taroccar, le ingrate
Stelle accusar voglio sentirvi, e un suono
Vo' sentir misto d'urli, e di pedate
Contro la porta; e tanto sia il frastuono
E il nabissare e il baccano, che ognuno
Pi non vi adori come un Santo buono.
Ira e dolor manifestate, e il bruno
Mettete al fiasco, ma non lo rompete,
Che non vi  dato regger quel digiuno.
...
Agnolo mio dabbene, Agnol gentile,
Andate sulle furie, io ve ne prego,
E la mia prece non abbiate a vile.
Se non v'imbiestalite, io me la lego
Al dito, ed ho memoria s vivace,
Che sull'offese non d mai di frego.
Se al mio comando siete contumace,
Vi far guerra sino al finimondo,
E non varr che dimandiate pace.
Star contento in prigione, e far giocondo
Viso ai rabuffi di s rea fortuna?
Io nol so concepire, e mi confondo.
...
E quanto al ber, ci vuol discrezone;
Farlo in presenza a tanta ribaldaglia
 un affogare la riputazione.
 ver che avete di s buona maglia
Fatto il cervello, che puote una brocca
Di vin, come potrebbe un fil di paglia;
Ma bussar tratto tratto alla bicocca
Di Rebecca, e ordinarle un boccaletto,
E farvelo di pi mescere in bocca,
 una tal cosa che a un uom provetto
Sconviene, e giudicare a voi la lascio;
Una mano mettetevi sul petto.
Voi mi risponderete, ch'io vi accascio
Sotto questo Capitolo, e che in fine
Smetter dovrei, dovrei legare il fascio.
Datemi la ragione, e le terzine
Cesseranno, e se no, tenete in cuore
Che ancor v'inseguir colle quartine.
Per or finisco; e in segno del mio amore
Voglio, che vostre laudi non sien mute:
Avvocato, Poeta, e Bevitore,
Trinit formidabile, salute!
...
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...
A MESSER AGNOLO: BEVITORE NON PLUS ULTRA.
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E soprattutto nel buon vino ha fede,
E crede che sia salvo chi ci crede.
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MORGANTE MAGGIORE.
Agnol, voi siete vivo, e mi rallegra
S la notizia, che gi sorge in alto
L'anima, che giacca chinata ed egra.
Agnol, dall'allegrezza ho fatto un salto;
Agnol, dall'allegrezza ho fatto un trillo,
E l'ho cantato in chiave di contralto.
Se voi vedeste come in viso i' brillo
Al sentirvi s gaio e impertinente,
E vispo pi che a primavera un grillo;
Voi mi dareste un bacio di repente,
E mi direste: - Dio ti salvi, o Carlo,
Dio ti salvi con ogni tuo parente. -
Pace per questo non darovvi, e il farlo
Non  nel poter mio, sono un tormento
Per voi, sono il demonio, il vostro tarlo.
Vi sono un pruno dentro un occhio, un vento,
Che vi soffia tra mezzo alle lenzuola;
Sono per consumarvi un fuoco lento.
N lascer di batter la mazzuola,
Finch non oda dimandar perdono
Dai vostri labri color di viola.
Vedrete s'io ci sono, o non ci sono,
E sentirete se il mio verso pela;
Dapprima aveste il lampo, or viene il tuono.
Strugger vi voglio, come una candela;
Voi mi avete sfidato; ebbene, accetto:
L'arbor drizzate, e sciogliete la vela.
Ma che fareste senza Musa in petto?
Sperate forse, che vi voli attorno
Come una mosca, o come un altro insetto?
Siete,  vero, un bell'uomo, un uomo adorno,
Un cicisbeo galante, un mugherino,
Un cavaliere fatto proprio al torno;
Ma bevete un po' troppo, e intorno a un tino
La Musa non ci vien, - non  decoro;
L'avete presa per un moscherino?
Chiunque ne conviene, -  cosa d'oro
Il bere,  cosa buona,  cosa degna,
E le taverne meritan l'alloro,
E lo portan di fatti per insegna:
Ma un limite ci vuole; e quando il fuoco
 bene acceso, bastano le legna;
E non far come voi, che con un roco
Accento ognor gridate: - mesci, mesci; -
E quand'anche trabocca, dite: -  poco.
Ma che volete il vino gi a rovesci?
Ma dite, il vin v'ha fatto la malia,
Che ci stareste come in mare i pesci?
...
Voi per il vino anderete dannato,
Non c' rimedio; - voi fareste tutto
Col vino, ci fareste anche il bucato.
In una chiesa un d parata a lutto
Entraste a sentir Messa, e dalla f
Sembravate compunto, anzi distrutto,
Ma quando il Prete ritto su due pi
Alz il calice in aria voi gridaste:
- Don Girolamo, lasci bere a me, -
Agnolo mio gentil, voi m'ingannaste
Una volta nel dir, che tre sirene
Vi regnavano in cuor leggiadre e caste;
Eran tre damigiane piene piene. -
...
Agnol, voi siete il vino in corpo umano,
E voi sarete il vino sotto terra,
E chi il negasse negherebbe invano.
Voi mi diceste un d: - se vien la guerra
Vo' portare una pevera per casco,
E far con una botte il serra serra. -
Diceste ancora: - s'io morto non casco,
Giuro sull'uva bianca, gialla, e nera,
Che mi far una casa come un fiasco. -
Voi siete per il vino una bufera,
Una tromba marina, e un vostro dito
Alza un barile come altri una pera.
Bevete in ogni lingua e in ogni rito,
In istil di tragedia, e in stil di farsa;
Or bevete arrabiato, ora contrito.
A definirvi la parola  scarsa,
Voi siete tutto sopra questa scena;
Non pensate, non siete una comparsa.
Bevete all'aria torba e alla serena,
E il vostro bere  tutta una bevuta
Da colezione fino a dopo cena.
Voi bevereste infino la cicuta
Mescolata col vino, e il vetriolo
Tinto in rosso berreste all'insaputa.
Anche l'aceto, il so, vi va a fagiuolo,
Perch  parente del vino; e, se matto
Diventate, credendovi un orciuolo
Ammattirete; e, questo  un detto e un fatto:
Non v'ho sentito io spesso in voce chioccia
D'un'estasi esclamare nello scatto:
- Com' vaga la forma della boccia!
E se piovesse invece d'acqua vino,
Bramerei convertirmi in una doccia. -
Agnol terrestre, e Poeta divino,
E Avvocato Pisano in un'essenza,
Voi siete un bevitore uno e trino.
Siete del ber la pratica e la scienza,
Un'osteria colle mani e co' piedi,
In genere di fiasco una potenza.
O sommo Giove,  ben che ci provvedi,
Non tinger pi le nuvole di rosso;
Se no, cose vedrai che tu non credi.
Quest'Agnolo terren vedrai, che, scosso
Il suo carco mortal, si leva a volo,
E le nuvole rosse a pi non posso
T'inghiottisce dall'uno a l'altro polo;
E se mai tu facessi il mar rossiccio,
In un attimo sol ti beve un molo.
Non ti venisse mai, Giove, il capriccio
Di scender gi di porpora coperto;
Ti vedrei, sommo Giove, in un impiccio.
Giove, non ci venir, sii bene esperto,
Beve ogni rosso quest'Agnol terreno,
N mette distinzion fra merto e merto.
...
Or torno, Agnolo, a voi col mio pensiere,
Quando son vosco l'animo mi gode.....
Ma che vedo? bevete anche il bicchiere?
Agnolo, non lo fate, il vetro rode;
S'intende bere! ma bere anche il vetro!
Basta! bisogna dir: - voi siete un prode;
Un uomo tal, che puote in questo metro
Insegnare a chiunque, un corridore
Che ancora il vento si lascia di retro. -
Moderate un tal poco il vostro ardore,
Ci son degli altri che pure hanno sete,
Voi stabilite il regno del terrore.
Lasciate un po' di vino se potete;
Ci son degli altri: e se non siete sazio,
Sorbite, quando vengon, le comete.
Capisco ben che avete letto Orazio,
Ma costui loda il vino, e non comanda
Che se ne faccia poi cotanto strazio.
...
Voi gli volete proprio troppo bene,
Il troppo stroppia, e qui voi siete tristo.
Del resto siete un uom come conviene,
Un uomo che vorranno celebrare
Le nove Muse in nove cantilene.
E se in Duomo volesse battezzare
La vendemmia, dipoi che ha partorito,
Chiamerebbe voi solo per compare,
S'ella non vi sapesse tanto ardito
Da bevervi la madre col figlioccio,
Senza lasciargli dare un sol vagito.
E a dirvi queste cose io non vi noccio,
N vi calunnio, ch in questa materia
Siete un grand'uomo, e non siete un fantoccio.
Siete un poema epico, una seria
Cosa davvero, voi siete un abisso
Senza fondo, non siete una miseria.
E per non esser pi troppo prolisso
Vo' dirvi cosa che non  una ciancia;
Sentite quel che nella mente ho fisso:
Il d che al mondo mostrer la guancia
Di nuovo, in segno di una lieta cosa,
Vi metter un cannello nella pancia,
E al popolo dar da bere a iosa.
...
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...
PANEGIRICO DI MESSER AGNOLO.
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Agnol di nome, e babau di sembianza,
Chi dice mal di voi non vi ha veduto,
Non vi ha sentito, non vi ha conosciuto,
Non ha senno n in forma, n in sostanza.
Voi non siete un mortal, ma una fragranza
Del ciel, che Dio con s non ha voluto;
Un vaso d'elezione gi piovuto,
Pieno di vino e di buona creanza.
Chi dice mal di voi non ha giudizio,
Io lo ripeto, o parla per invidia
Della vostra eccellenza; e questo  un vizio,
Che vela l'intelletto, una perfidia:
Voi non siete un mortal, ma un precipizio
Di belle cose; e se vedeva Fidia
Quel volto ove s'annidia
Tanto raggio di cielo, incontanente
Si disperava, e non facea pi niente.
Voi siete un accidente
Nell'ordin naturale, un uomo nuovo,
Nato non come noi, ma dentro un uovo.
Parole io non ritrovo
Per dir di voi ch lo stupor m'imbriglia:
Non siete voi l'ottava maraviglia,
Un caos, un parapiglia?
Voi non avete d'uopo d'un cartello,
N di chi gridi: - vengano a vedello. -
Voi siete un filunguello
Quando cantate, e a lode ve lo reco,
Se di paura fate morir l'eco.
Convenitene meco,
Vi fe' Natura, e si gratt l'orecchio,
E disse: - questa  seta, e non capecchio. -
La testa come un secchio
Vi fece, destinandola a capire
Un capitale che non pu fallire.
...
Io canter, n bramo
Merc: conosco il merito, e l'adoro;
Ravviso in faccia vostra il secol d'oro.
Vergini Muse, in coro
Cantate, come l'Agnol mio gentile
Nascesse in Pisa in un bel d d'Aprile.
La Stella del Barile
Balen su quell'alma pur mo nata
E l'ebbe de' suoi influssi battezzata.
Canta, Musa garbata,
Come apprese il Garzone ogni sapere,
Si fe' dottore, e divent bracciere
Con sue dolci maniere
Di Madama giustizia, che gli vuole
Un ben, che non si narra con parole.
- E tu mi sembri un Sole, -
A lui dice Madama; ed ei sospira,
E gli occhi a guisa di lanterne gira.
E la voglia mi tira
Di seguitare a dir; ma come fare
A metter la mia barca in tanto mare?
Io mi sento gelare;
Nelle vostre virt mai non si approda,
Voi non avete n capo, n coda.
La lingua invan si snoda
A nuovo canto; immenso  l'argomento:
Voi siete un astro, io sono un lume spento.
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(4) La domenica 2 Decembre 1827, trovandosi egli in compagnia d'amici e di altri in un sobborgo della nostra citt, ed insorta una rissa fra questi ed alcuni uomini della plebe, ei fu gravemente ferito senza sua colpa o provocazione. Dopo lunga e penosa cura, usc di pericolo; se non che forse quel fatto diede occasione allo sviluppo del male, che fin d'allora cominci a minare segretamente la sua esistenza.
(5) Vedi in fine di questa Prima Parte le Lettere al Padre. Si rileva da quelle, come disgraziatamente avessero sguito questi primi sintomi d'una malattia, la quale travagli poi per sedici mesi continui la povera donna. Violante Milanesi, Madre del Bini, mor il 2 di Gennaio del 1835.
(6) Dall'Indicatore Livornese, N. 4.
(7) Dall'Indicatore Livornese, N. 30.
(8) "Nome di varie accademie passate e presenti in Italia." (Dall'INDIC. LIVOR.)
(9) Non si  rinvenuto intero l'autografo dell'articolo, e fu d'uopo attenersi alla lezione scorrettissima del Giornale in cui fu gi pubblicato. Togliendo qua e l gli errori che non ammettevano dubbio, abbiamo lasciato qual  questo periodo, interponendovi per il segno di una lacuna, dove ci sembra evidentissima.
(10) "La Italia in antico fu chiamata Esperia da Espero, stella di Venere." (Dall'INDIC. LIVOR.)
(11) Dall'Indicatore Livornese, N. 11.
(12) V. le Traduzioni nella Seconda Parte.
(13) Dall'Indicatore Livornese, N. 44.
(14) Il Prigioniero di Chillon. - V. la Seconda Parte di questo volume.
(15) Dall'Indicatore Livornese, N. 41.
(16) Il Cav. Carlo Michon. ? Egli fu veramente buono e liberal cittadino, ed uno dei rarissimi che fanno il bene per amore sincero del bene.
(17) Sappiamo che quest'Accademia riform poi i suoi statuti nel 1837.
(18) Ci che pi merita di essere qui ricordato si , che l'Accademia Labronica nel Giugno del 1840 propose di render pubblica la sua Libreria, invocando il concorso dei cittadini per provvedere all'incremento della medesima, e sostenere le spese indispensabili all'uopo. I cittadini risposero all'invito con offerte di Libri, e obbligandosi a pagare una modica somma per cinque anni. Giova sperare che non verr meno negli anni successivi il buono spirito, che gi li mosse a secondare la bell'opera. La Libreria conta adesso oltre 10,000 volumi, ed  aperta al pubblico quattro giorni della settimana.  debito di giustizia il rammentare come promotore operoso della onorevole impresa l'Avv. Giuliano Ricci, allora Socio e Presidente dell'Accademia.
(19) Dall'Indicatore Livornese, N. 35. 
Quest'articolo, ommessi pochi periodi in principio ed in fine, fu ristampato, per distribuirne le copie al Popolo di Salviano il 22 di Gennaio di quest'anno, giorno dei Funerali nella Chiesa di quella Pieve, e della tumulazione nel contiguo Cimitero delle spoglie di CARLO BINI esumate a Carrara. Poche e semplici parole, che qui riportiamo, precedevano il Racconto, che in quella circostanza, e in quel luogo, ne parve pi opportuno d'ogni funebre elogio. - Il libricciuolo fu poi riprodotto pei tipi di Ersilio Vignozzi in Livorno, e a Firenze nella Rosa di Maggio, Anno III. 
AL POPOLO. DELLA PIEVE DI S. MARTINO IN SALVIANO.
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Il Racconto che segue, e che ora si ristampa per Voi, fu scritto nel 1829, da un Giovane Livornese, dotato di un cuore e di un ingegno, che raramente s'incontrano ai nostri tempi. Fu scritto colla buona intenzione di onorare la Virt e la Carit veramente Cristiana, della quale si videro in quell'anno bellissimi esempi fra Voi. E fra Voi forse nessuno ha letto mai questo Racconto. Il quale fu stampato in quel tempo in un Giornale intitolato L'INDICATORE LIVORNESE, che era fatto principalmente pei Letterati, e che non ebbe lunga vita, quantunque ci avessero mano uomini, che fanno onore al nostro paese. 
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Uno di quelli ora  morto. Ed  appunto quel Giovane di cui vi parlava; quel Giovane, che si tratteneva col cuore in festa a discorrere sui bellissimi fatti esposti nel suo Racconto, perch Egli stesso era virtuoso e buono davvero. Egli non predicava per vanit la Virt, ma la praticava con retti principii, e con sentimenti di benevolenza sincera e di Carit verso tutti. E in tutti l'amava e la riveriva, e pi volentieri nella povera gente, che certuni disprezzano, e la quale Egli era solito di chiamare ricca di bont e di pazienza pi che altri non crede. 
CARLO BINI, (questo era il suo nome), ora  morto. Nella citt di Carrara, dove era andato per affari di suo Padre, pass da questa a miglior vita il 12 dello scorso Novembre. E le sue ossa, trasportate per un pietoso sentimento d'amore a Livorno, riposeranno ora nella quiete delle vostre campagne, presso quelle dei vostri Parenti, presso la Chiesa ove inalzate al Signore le vostre preghiere. 
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Rammentare le nobili azioni e gli uomini onorati e dabbene, per imitarli,  dovere di tutti. La lapida che sar posta alla memoria di CARLO BINI sia dunque riguardata da Voi come un ricordo d'amore e di Virt, e onorata con sentimento di gratitudine affettuosa. Leggete questo libretto ai vostri figli, conservatelo religiosamente nelle vostre famiglie, e nelle preghiere pe' vostri Morti rammentatevi ancora di quell'anima buona. 
Livorno, 22 Gennaio 1843.
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(20) Livorno, Tipografia Sardi, 1839. Seconda edizione, - nella Viola del Pensiero, Anno II.
(21) Livorno, Tipografia Sardi, 1842. Seconda edizione. - nella Rosa di Maggio, 1843.
(22) Questi frammenti, quali noi li presentiamo ai Lettori, furono dall'Autore offerti in dono a un Amico suo dilettissimo. Forse egli intendeva da prima ordinare nel contesto di un componimento i concetti e le immagini, che venne in essi notando; ma nol fece poi mai.
(23) Ignoriamo se questo poetico componimento sia originale o tradotto.
(24) L'epigrafe che precede queste Lettere spiega l'intendimento nostro nel pubblicarle: se non ci proponemmo principalmente di offrirle come dimostrazione d'ingegno, molto meno abbiamo mirato a metterle in luce come documenti, che per avventura potessero riuscire o lusinghieri o spiacevoli altrui. Quindi abbiam lasciato solo la iniziale dei nomi, e sostituito talvolta alla vera la generica N, od un X. Ogni discreta e gentil persona non vorr, lo crediamo, disapprovare tale ommissione.
(25) Sull'indole e le vicende della Letteratura Greca, Discorso di SILVESTRO CENTOFANTI. - Firenze 1841.
(26) Dall'Indicatore Livornese, N. 12.
(27) Questo Racconto nel libro di Sterne  accompagnato dalla seguente nota, e dal Testo latino che qui le succede. 
"Essendo HAFEN SLAWKENBERGIUS - De Nasis - estremamente raro, non sar discaro all'intelligente lettore di conoscere un saggio di alcune pagine del suo originale. La sola osservazione che io far sopra questo, si  che il suo stile storico  pi conciso di quello filosofico, - e sembrami che abbia pi del Latino". 
SLAWKENBERGII FABELLA. 
Vespera qudam frigidul, posteriori in parte mensis Augusti, peregrinus, mulo fusco colore incidens, mantic a tergo, paucis indusiis, binis calceis, bracisque sericis coccineis repleta, Argentoratum ingressus est. 
Militi eum percontanti, quum portas intraret, dixit, se apud Nasorum Promontorium fuisse, Francofurtum proficisci, et Argentoratum, transitu ad fines Sarmati, mensis intervallo reversurum. 
Miles peregrini in faciem suspexit: ? D boni, nova forma nasi! 
? At multum mihi profuit, - inquit peregrinus, carpum amento extrahens, e quo pependit acinaces: loculo manum inseruit; et magn cum urbanitate, pilei parte anteriore tact manu sinistr, ut extendit dextram, militi florinum dedit et processit. 
? Dolet mihi, - ait miles, - tympanistam nanum et valgum alloquens, - virum adeo urbanum vaginam perdidisse: itinerari haud poterit nud acinaci: neque vaginam tote Argentorato habilem inveniet. ? Nullam unquam habui, - respondit peregrinus respiciens, seque comiter inclinans; - hoc more gesto, - nudam acinacem elevans, mulo lente progrediente, - ut nasum tueri possim. 
? Non immerito, benigne peregrine, - respondit miles. 
? Nihili stimo, - ait ille tympanista, - e pergamen factitius est. 
? Prout christianus sum, - iniquit miles, - nasus ille, ni sexties major sit, meo esset conformis. 
? Crepitare audivi, - ait tympanista. 
? Mehercule! sanguinem emisit, - respondit miles. 
? Miseret me, - iniquit tympanista, - qui non ambo tetigimus! ? 
Eodem temporis puncto, quo hc res argumentata fuit inter militem et tympanistam, disceptabatur ibidem tubicine et uxore su, qui tunc accesserunt, et peregrino prtereunte, restiterunt. 
? Quantus nasus! que longus est, - ait tubicina, - ac tuba. 
? Et ex eodem metallo, - ait tubicen, - velut sternutamento audias. 
? Tantum abest, - respondit illa, - quod fistulam dulcedine vincit. 
? neus est, - ait tubicen. 
? Nequaquam, - respondit uxor. 
? Rursum affirmo, - ait tubicen, - quod neus est. ? Rem penitus explorabo; prius enim digito tangam, - ait uxor, - quam dormivero. ? 
Mulus peregrini gradu lento progressus est, ut unumquodque verbum controversi, non tantum inter militem et tympanistam, verum etiam inter tubicinem et uxorem ejus, audiret. 
? Nequaquam, - ait ille, in muli collum frna demittens, et manibus ambabus in pectus positis, (mulo lente progrediente,) - nequaquam, - ait ille respiciens; - non necesse est ut res isthc dilucidata foret. Minime gentium! meus nasus nunquam tangetur, dum spiritus hos reget artus - Ad quid agendum? ? ait uxor burgomagistri. 
Peregrinus illi non respondit. Votum faciebat tunc temporis sancto Nicolao: quo facto, in sinum dextram inserens, e qu negligenter pependit acinaces, lento gradu processit per plateam Argentorati latam qu diversorium templo ex adversam ducit. 
Peregrinus mulo descendens stabulo includi, et manticam inferri jussit: qu apert, et coccineis sericis femoralibus extractis cum argenteo laciniato ?e????a, his sese induit, statimque, acinaci in manu, ad forum deambulavit. 
Quod ubi peregrinus esset ingressus, uxorem tubicinis obviam euntem aspicit; illico cursum flectit, metuens ne nasus suus exploraretur, atque ad diversorium regressus est; - exuit se vestibus, bracas coccineas sericas mantic imposuit, mulumque educi jussit. 
? Francofurtum proficiscor, - ait ille, - et Argentoratum quatuor abhinc hebdomadis revertar. 
? Bene curasti hoc jumentum? - ait, muli faciem manu demulcens; - me, manticamque meam, plus sexcentis mille passibus portavit. 
? Longa via est! - respondit hospes, - nisi plurirum esset negotii. 
? Enimvero, - ait peregrinus, - a Nasorum Promontorio redivi, et nasum speciosissimum, egregiosissimumque, quem unquam quisquam sortitus est, acquisivi. ? 
Dum peregrinus hanc miram rationem de seipso reddit, hospes et uxor ejus, oculis intentis, peregrini nasum contemplantur. ? Per sanctos sanctasque omnes, - ait hospitis uxor, - nasis duodecim maximis in toto Argentorato major est! estne, - ait illa mariti in aurem insusurrans, - nonne est nasus prgrandis? 
? Dolus inest, anime mi, - ait hospes; - nasus est falsus. 
? Verus est, - respondit uxor. 
? Ex abiete factus est, - ait ille; - terebinthinum olet. 
? Carbunculus inest, - ait uxor. 
? Mortuus est nasus, - respondit hospes. 
? Vivus est, - ait illa, - et si ipsa vivam, tangam. 
? Votum feci sancto Nicolao, - ait peregrinus, - nasum meum intactum fore usque ad ? Quodnam tempus? - illico respondit illa. 
? Minime tangetur, - inquit ille (manibus in pectus compositis), - usque ad illam horam - Quam horam? ? ait illa. ? Nullam, - respondit peregrinus, - donec pervenio ad ? Quem locum, obsecro? - ait illa. ? Peregrinus nil respondens mulo conscenso discessit.
(28) Dall'Indicatore Livornese, N. 13. Seconda Edizione di questo e del primo Articolo (Storia di Yorick), - nella Viola del Pensiero, Anno III.
(29) "Francesco di Bonnivard, figlio di Luigi Bonnivard nativo di Seyssel, e signore di Lunes, nacque nel 1496, e fece li studi a Torino. Nel 1510 Giovanni Amato di Bonnivard suo zio gli cesse il Priorato di San Vittore, benefizio notabile confinante alle mura di Ginevra. 
Quest'uomo grande, - poich gli dnno diritto a tal nome la forza dell'anima, e il cuore ingenuo, e i nobili intendimenti, e la sapienza dei consigli, e il contegno animoso, e la dottrina moltiplice, e lo spirito arguto, - questo uomo grande susciter la maraviglia di chi pu esser tuttora commosso da una virt eroica, e spirer sempre la pi viva riconoscenza nel cuore dei Ginevrini, che amano Ginevra. Bonnivard fu in ogni evento uno de' suoi pi saldi sostegni, e per assicurare la libert della nostra Repubblica non tem di perdere spesso la sua; n cur il suo riposo, e dispregi le sue ricchezze, nulla lasciando per convalidare la felicit di un paese, che volle onorare scegliendolo a patria; e da quell'ora l'am come il pi caldo de' suoi cittadini, e stette alla sua difesa colla intrepidezza di un eroe, e ne scrisse la storia colla ingenuit del filosofo, e coll'ardore del patriotta. 
Nel cominciamento della sua storia dice, che dopo aver principiato a leggere quella delle altre nazioni sentivasi trasportato dal suo genio alle repubbliche, e sempre ne sostenne la causa: - e questo genio di libert certamente gli fece adottare a patria Ginevra. 
Bonnivard tuttavia giovane si dichiar altamente difensore di Ginevra contro al Duca di Savoia, ed al Vescovo. Nel 1519 Bonnivard fu martire della patria. Il Duca di Savoia essendo entrato in Ginevra con 500 uomini, Bonnivard ne temeva il risentimento; per volle ritirarsi a Friburgo, onde schivarne gli effetti; ma tradito da due suoi seguaci fu condotto per comando del Principe a Grolee, dove rimase prigioniero due anni. Bonnivard era infelice nei suoi viaggi; e poich le sue sventure non avevano punto affreddato l'amor suo per Ginevra, per era un nemico formidabile sempre a coloro che la minacciavano, e per conseguenza Bonnivard doveva esser la mira dei loro colpi. Nel 1530 i ladri lo incontravano sul Jura, e dopo averlo svaligiato lo posero nelle mani al Duca di Savoia. Quel principe lo fece chiudere nel castello di Chillon, dove rimase senza esser giudicato fino al 1536, e allora fu liberato da quei di Berna fattisi padroni del paese di Vaud. 
Uscito di schiavit ebbe il conforto di trovare Ginevra libera. La Repubblica fu pronta ad attestargli la sua riconoscenza rimeritandolo dei mali sofferti. Nel mese di Giugno 1536 ella lo accolse cittadino, e gli di la casa un tempo abitata dal vicario generale, e gli assegn 200 scudi d'oro finch dimorasse in Ginevra, e l'anno 1537 fu ammesso nel Consiglio dei Dugento. 
Bonnivard non cess mai d'esser utile; e dopo aver faticato a render Ginevra libera, gli riusc a renderla tollerante, conducendo il Consiglio a concedere agli ecclesiastici, e ai contadini, tempo bastevole onde esaminare le proposte, che loro facevansi; e il consegu con la sua dolcezza. 
Bonnivard fu letterato, e i suoi manoscritti provano come avesse ben letto i classici latini, e come fosse profondo nella teologia e nella storia. Quest'uomo grande amava le scienze, e credeva potessero fare la gloria di Ginevra; quindi nulla trascur perch le scienze avessero sede in questa citt nascente. Nel 1551 donava al pubblico la sua biblioteca, e quei libri formano parte delle belle e rare edizioni del Secolo XV, le quali si veggono nella nostra raccolta. Finalmente l'anno medesimo questo buon cittadino istituiva la Repubblica erede del suo, a condizione di impiegare quei beni per mantenere il Collegio, che si avvisavano fondare. Pare, che Bonnivard morisse nel 1570, ma nol possimo accertare, dacch nella Necrologia v' una lacuna dal mese di Luglio 1570 fino al 1571".
(30) "Cos narrano di Lodovico Sforza, e di altri. Affermano lo stesso di Maria Antonietta moglie di Luigi XVI, ma non in tempo s breve. Dicesi che il dolore produca il medesimo effetto, e a questa causa pi che alla paura vuolsi attribuire siffatto cangiamento in quella regina".
(31) "Il castello di Chillon  situato fra Clarens, e Villanuova, la quale giace ad una estremit del lago di Ginevra. A mano manca del castello vi sono le imboccature del Rodano, e di fronte le alture di Meillerie, e la catena delle Alpi sopra Boveret, e S. Gingo. Dietro al castello vi  un monte vicino, e sopra vi scorre un torrente: il lago, che bagna in fondo le mura,  stato scandagliato sino alla profondit di 800 piedi francesi. Dentro al castello vi  una fila di prigioni, dove chiudevansi i primi riformatori, e poi i prigionieri di Stato. Traverso una delle volte esiste sempre un trave nero dal tempo, sul quale ci dissero che i rei anticamente erano giustiziati. Nelle carceri vi sono sette colonne, o piuttosto otto, perch una ve n' mezzo internata nel muro. In alcune colonne vi sono anelli, che servivano per le catene dei prigionieri, e sul pavimento i passi di Bonnivard vi hanno lasciata l'orma: - egli vi stette chiuso parecchi anni. Presso a questo castello Rousseau fa succedere la catastrofe della sua Eloisa, allorch Giulia salva dall'acqua uno de' suoi figli, e la malattia prodotta dallo spavento e dalla immersione la conduce a morte".
(32) "Fra le imboccature del Rodano e Villanuova, non lontano da Chillon, vi  un'isola piccolissima, la sola che io potessi scorgere viaggiando il lago da ogni parte. Contiene pochi alberi, io credo non pi di tre; e dall'esser cos sola, e cos piccola, produce un effetto singolare alla vista. 
Quando io ebbi scritto questo poema non mi era nota cos minutamente la storia di Bonnivard; altrimenti avrei cercato di nobilitare il soggetto, tentando a celebrare il suo coraggio, e le sue virt. Le poche notizie della sua vita mi furono date da un cittadino cortese di quella Repubblica, altero sempre della memoria di un uomo degno di vivere nei tempi migliori dell'antica libert".
(33) Dall'Indicatore Livornese, N. 44.
(34) Dalla Viola del Pensiero, Anno I.
(35) Dalla Rosa di Maggio, 1843.
(36) Dalla Rosa di Maggio, 1843.
(37) Dalla Rosa di Maggio, 1843.
(38) Dalla Viola del Pensiero, Anno I.
(39) Dalla Viola del Pensiero, Anno I. 
Questo canto, di cui s'ignor per qualche tempo l'origine, fu successivamente da alcuni attribuito a Lord Byron; ma poi si accert esserne autore Carlo Wolfe, spento anch'egli sul fiore degli anni, e delle speranze. ? Sir Giovanni Moore soccomb nella battaglia di Coruna sostenuta il 16 Gennaio 1808 dagl'Inglesi contro le truppe francesi, che invadevano allora la Spagna.
(40) Dalla Viola del Pensiero, Anno I.
(41) Dalla Viola del Pensiero, Anno I.
(42) Collazionata questa Traduzione con quella di Pompeo Ferrario, meritamente tenuta in gran pregio, ci parve di riscontrar nella prima maggior grazia e spontaneit di stile, sebbene qua e l in esse s'incontri identit quasi assoluta di frasi e di periodi. E fummo lieti di trovare nella Traduzione del Bini espresso con fedelt ed evidenza questo concetto, che nell'altra non ci riusciva d'intendere. 
Il Ferrario traduce: "E tu, cui l'incantato basilisco diede lo sguardo di morte, poni sulla mia bocca l'avvelenata saetta". ? Vedi Teatro scelto di SCHILLER, trad. da P. Ferrario; vol. II, pag. 125, - Mil. 1819.
(43) Tra questi vogliono esser notati l'opera della quale vennero 5 volumi in foglio nel 36, edita da una commissione ordinata da Carlo Alberto re di Sardegna, ed ha per titolo: ? Historiae patriae monumenta, ? divisa in chartae, leges municipales, e Scriptores; ? i Documenti, monete, sigilli, per la storia del Piemonte e della Savoia, del Cibrario, e del Promis; ? le Memorie e Documenti per servire alla storia del Principato Lucchese, raccolta ricchissima cominciata nel 13 dal governo francese; ? il sguito al Codice diplomatico Toscano del Brunetti; ? i Documenti di Storia Italiana, ricavati dalla Biblioteca di Parigi da G. Molini, con note pregevolissime di Gino Capponi; ? l'edizione del Rosini dei Dispacci del Guicciardini nella sua Legazione in Ispagna nel 1511, e delle Lettere del Busini al Varchi sull'assedio di Firenze; ? le Relazioni degli Ambasciatori Veneti, con note dell'Albri; ? le Storie di Giovanni Cavalcanti, pubblicate dal Polidori, le quali illustrano i tempi di Cosimo dei Medici il vecchio; ? il Carteggio inedito d'Artisti dei Secoli XIV, XV, XVI, importante ancora per il lato politico, pubblicato dal Gaye; ? la vita di Donato Acciaiuoli, d'Angelo Segni, edita dal Tonelli; ? i Ricordi della famiglia Rinuccini dal 1282 al 1306, messi in luce dall'Ajazzi con note ed escursioni storiche. La vita di Alessandro VII del Pallavicino, il celebre Storico del Concilio di Trento, finalmente sodisfacendo al lungo desiderio dei dotti  stata stampata; e i Municipii Italiani del Morbio, bench trattati con troppa furia, contengono molto del buono. Non sono da omettere le Vite di Federigo e Guidobaldo da Montefeltro, di Bernardino Baldi primo Abate di Guastalla, e le Memorie storiche del Pontificato di Clemente VII, di Patrizio de' Rossi. E finalmente l'Archivio Storico Italiano, che si stampa in Firenze, promette di riuscire un ricco fondo per gli Studi Storici, avendo a pro suo numerose biblioteche, e la cooperazione delle persone pi capaci del paese.
(44) Qui m' forza restringermi alle pi rilevanti tra quelle opere, che risguardano citt o provincie separatamente, come sarebbe la storia di Chieri, e la storia della Monarchia Savoiarda del Cibrario, la storia di Saluzzo e dei suoi Marchesi del Muletti, le memorie dei Conti di Desana del Gazzera, la storia dei Valdesi di Charvay, le storie di Genova del Serra e del Varese, il libro del Sauli sulla Colonia Genovese in Galata, e la storia di Sardegna del Manno. Tutte queste, e molte pi ancora, vertono intorno agli Stati Sardi.  nota la storia di Milano del Rosmini; il Cant scrisse la storia di Como, ed espose lo stato della Lombardia nel Secolo XVII; il Robolini la storia di Pavia, il Romegialli quella della Valtellina, e delle Contee di Bormio e Chiavenna, e il Cittadella  dietro a pubblicare la storia della signoria dei Da Carrara in Padova. Sono ancora da nominarsi gli Annali Veneziani, e la storia del Commercio Veneziano del Mulinelli, e la storia di Parma del Pezzana. Il Venturi fece la storia di Scandiano, e il Viani le memorie della famiglia Cybo colla storia delle monete di Massa. Gi  fuori la seconda edizione della storia di Lucca del Mazzarosa, e delle sue dissertazioni sulla legislazione, e sulla costituzione ecclesiastica di questa Repubblica. L'Inghirami e il Carbone hanno cominciato storie della Toscana, il Vivoli gli Annali di Livorno, e il Bonaini attende all'antica storia e costituzione di Pisa. Lo Stato della Chiesa non ha prodotto gran cosa, ? la serie dei Senatori Romani dell'Olivieri, la storia d'Ancona del Peruzzi, le memorie contemporanee del Cardinal Pacca. Al contrario Napoli e Sicilia sono ricchi, ? e la storia di Napoli del Colletta sotto la dinastia dei Borboni sino al 1825 si raccomanda per la materia e per lo stile. Il Pagano scrisse la storia di Napoli sino al cessare degli Aragonesi, il De-Cesare la storia di Manfredi, e il Sosti cominci la storia del chiostro di Monte Cassino, dove egli vive come membro dell'ordine, e bibliotecario. Pietro Lanza, principe di Scordia, scrisse sulla storia della Sicilia sotto i Normanni, e intorno ai tempi dal 1532 al 1789, correggendo in molti luoghi l'ultima opera del Botta. Il Fazzello, il Ferrara, il Palmri, scrissero storie di Sicilia, e l'Amari sopra documenti sinora incogniti compose la storia di Carlo I di Angi, dei Vespri Siciliani, e del regno degli Aragonesi sino al trattato di pace di Caltabellota 1302. E sono comparse notabili biografie: ? la Vita e i fatti di Gian Jacopo Trivulzio del Rosmini, la Vita di Dante del Balbo, che per tanti lati si collega alla storia politica, quella di Caterina dei Medici dell'Albri, quella di Malatesta Baglioni ultimo Capitano della Repubblica fiorentina del Vermiglioli, e la storia di Giovanni da Procida del Buscemi. La storia dei Navigatori e Viaggiatori Italiani  singolarmente illustrata dai lavori critici del Canovai e del Napione sopra il Vespucci e Colombo, dalle opere del Cardinal Zurla sopra Marco Polo, Alvise da Cadamosto, e altri Viaggiatori Veneziani, e dal libro del Baldelli sopra Marco Polo, e sopra la storia delle antiche relazioni commerciali tra l'Asia e l'Europa, dalla caduta dell'Impero Romano fino al Califfato. Godono poi da lungo tempo di una fama ben meritata le Famiglie Storiche Italiane del Litta, e presentemente lavora intorno agli Orsini, e i Borromeo di Milano, i Pazzi e i Buondelmonte di Firenze, e i Buonaparte di S. Miniato.
(45) Livorno, dal Gabinetto Scientifico Letterario, - Tipografia Vannini; 1842.
...
FINE.